Iraq, la guerra dei profitti

Negli Stati uniti c’è qualcuno che la guerra l’ha vinta ancora prima che iniziasse, e continua a vincerla nonostante, anzi proprio grazie, al caos dilagante. Si tratta del gruppo Bechtel e della Halliburton Corp, le signore degli appalti Usa per la ricostruzione irachena, note per le loro alte protezioni. C’è altro da dire, dopo il moltissimo già detto? Ebbene sì. Secondo le notizie di ieri la Bechtel aggiungerà al suo già ricco contratto da 690 milioni di dollari una tranche ulteriore pari a 350 milioni di dollari per ricostruire aeroporti, scuole, strade, il sistema di distribuzione delle acque e dell’energia. Un’aggiunta che fa scandalo, perché quando qualche mese fa era scoppiato in Congresso il caso degli appalti assegnati in fretta e senza gare pubbliche (per ragioni di «rapidità e sicurezza» si disse allora), il capo della Usaid, l’agenzia per lo sviluppo internazionale, aveva promesso che non una lira dei contribuenti americani sarebbe mai più stata aggiunta al contratto di Bechtel.

Quanto alla Halliburton, un tempo non lontano guidata da Dick Cheney, il Washington Post si è preso la briga di andare a spulciare nei contratti dell’amministrazione militare, e precisamente dell’Army Joint Munitions Command, scoprendo che agli iniziali 1,7 miliardi di dollari ottenuti dalla sussidiaria Brown and Root Services per il ripristino dell’attività negli impianti petroliferi, la casa madre di Houston ha aggiunto altri 400 milioni di dollari circa, destinati ad attività specifiche e così suddivisi: 142 milioni per un campo base in Kuwait, 170 milioni per il supporto logistico alla ricostruzione irachena, 28 milioni per la costruzione di un campo per i prigionieri di guerra, 39 milioni per mettere in piedi e gestire campi base in Giordania (la cui esistenza il Pentagono non ha mai ufficialmente riconosciuto).

La compagnia si conferma così il «big winner» nei fondi della ricostruzione (seguita a ruota da Bechtel), con una fetta che fa impallidire i 183 milioni di dollari incassati da Brown e Root con l’operazione Enduring Freedom in Afghanistan. Ma non basta, perché oltre ai contratti siglati con l’esercito, la Halliburton ha incassato 300 milioni di dollari per fornitura di servizi alla Marina.Tutto ciò grazie all’escalation del meccanismo di privatizzazione dei servizi di logistica all’esercito che sta suscitando negli Usa crescenti interrogativi, vista la piega presa dagli eventi in Iraq.

Il malumore cresce proprio tra i ranghi dei militari, come ha scritto Paul Krugman in un editoriale sul New York Times del 12 agosto scorso, dopo aver interpellato alcuni alti gradi dell’esercito che non hanno risparmiato critiche ai «dilettanti del Pentagono»: lesinano i soldi all’esercito ma rimpinguano i portafogli dei gruppi di interesse loro amici, che danno poi pessima prova proprio sul campo di battaglia. Così che «una struttura logistica superba» è stata scardinata per far posto a incompetenti che fanno mancare l’acqua alle truppe e distribuiscono pasti pronti inadatti al clima. Che poi tutto questo si risolva in un risparmio per il contribuente, è tutto da dimostrare. Con il crescere del pericolo, i premi assicurativi per i dipendenti delle società d’appalto sono aumentati dal 300 al 400%, tutto a spese del governo, cioè del cittadino Usa, come da contratto.

Per capire come il cerchio si chiuda sempre, basta solo ricordare, come fa il Washington Post, che la pratica di affidare le operazioni logistiche a un solo appaltatore nasce dopo la prima guerra del Golfo da uno studio sull’outsourcing militare commissionato da Dick Cheney, allora segretario alla difesa, e affidato dal Pentagono alla…Brown e Root. Sarà poi tra il 1995 e il 2000 che l’attuale vice presidente Usa ricoprirà la carica di amministratore delegato della Halliburton, lasciandola per entrare alla Casa bianca. George Bush, da parte sua, appena entrato in carica metterà a capo di cascuna delle tre armi un big delle corporations. Oggi la situazione è tale che, secondo i calcoli di esperti indipendenti, un terzo dei 4 miliardi necessari ogni mese a mantenere le truppe in Iraq va agli appaltatori privati.

Ogni giorno che passa evidenzia così un doppio saccheggio: il primo ai danni di un Iraq volutamente scardinato e l’altro a spese degli americani medesimi. Nello stesso giorno in cui l’ufficio per il bilancio del Congresso Usa annunciava per il 2004 un deficit record di 480 miliardi di dollari, il coordinatore capo delle forze di occupazione Usa, Paul Bremer, confermava che la ricostruzione irachena costerà molto ma molto più cara del previsto. I 350 milioni della Bechtel esauriranno, con ogni probabilità, i 2,5 miliardi di fondi per la ricostruzione stanziati dal Congresso all’inizio dell’anno. Il mese prossimo, dicono fonti non ufficiali citate ieri dal Wall Street Journal, l’amministrazione avanzerà una nuova richiesta di fondi di emergenza da 2,75 miliardi per tamponare la situazione drammatica di petrolio, acqua ed elettricità. Briciole rispetto alle reali necessità.

La torta da spartire cresce con la devastazione. Un assurdo che dà la misura della tragedia in corso. Per trovare i fondi, bisogna intanto accelerare la privatizzazione con svendita dell’Iraq. Nel frattempo, gli affari si possono fare in tanti modi. E’ di ieri la notizia che l’Import-Export Bank Usa ha fatto un passo avanti verso l’approvazione di un programma di assicurazione dei prestiti da 500 milioni di dollari per sostenere le vendite di prodotti agricoli, macchinari e altri merci Usa all’Iraq.

Economia di guerra
Nel secondo trimestre la spesa bellica (+45,9%) rilancia il pil Usa
ROBERTO TESI
IL MANIFESTO, 29.8.2003

Meglio del previsto: il prodotto lordo degli Stati uniti nel secondo trimestre dell’anno è cresciuto a un tasso annualizzato del 3,1%. Lo ha comunicato ieri il Dipartimento al commercio, rettificando al rialzo il dato preliminare che aveva segnalato una crescita del 2,4%. A rafreddare un po’ gli entusiasmi, soprattutto delle borse, è però arrivato il dato diffuso dal dipartimento al lavoro sulle richieste inziali di sussidi di disoccupazione: nella scorsa settimana quasi 400 mila neo-licenziati sono stati costretti a rivolgersi agli uffici del lavoro per chiedere di beneficiare dell’indennità. La crescita registrata tra aprile e giugno di quest’anno è la più ampia dal terzo trimestre 2002 ed è stata trainata dai consumi, che rappresentano quasi il 70% del pil, ma soprattutto dall’impennata della spesa pubblica per la difesa. I consumi sono aumentati del 3,8% (2% nel primo trimestre) e la componente più rilevante è stata la spesa per beni durevoli, salita del 24,1%, mentre nei tre mesi precedenti era scesa del 2%. Quasi stabile – 1,1% annualizzato, cioè 0,25% nel trimestre – la spesa per consumi di beni non durevoli. L’impennata nella spesa per beni durevoli sembra legata alle agevolazioni concesse dai produttori di auto, ma anche alla ulteriore discesa dei tassi di interesse, decisa da Greenspan, che ha favorito gli acquisti rateali visto che negli Usa è molto diffuso il credito al consumo. La discesa dei tassi, inoltre, per molti statunitensi si è trasformata in una possibilità di «arricchimento»: grazie alla rinegoziazione di mutui contratti in precedenza a tassi più alti, per molti si aperta la possibilità di disporre di soldi per alimentare i consumi.

Sul fronte degli investimenti, l’incremento annualizzato è stato dell’8%, contro una flessione del 4,4% nel precedente trimetre. Un buon sostegno è arrivato dagli investimenti nel settore informatico: +8,2% rispetto al – 4,8% dei primi tre mesi dell’anno. Prestazioni brillanti, quindi, ma nulla in confronto dell’apporto fornito dalla spesa pubblica aumentata del 25,2% grazie allo stratosferico incremento della spesa bellica: +45,9%. Una variazione che ha un solo precedente: la guerra in Corea del 1951.

La revisione al rialzo, oltre le previsioni, del pil nel secondo trimestre, non ha però eccitato più di tanto i mercati finanziari, anche se gli ultimi indicatori macroeconomici hanno confermato che il trend di crescita non sembra essersi interrotto in luglio e agosto. Dall’inizio del mese di agosto, infatti, tutte le informazioni macro sono buone: cresce la fiducia, sale l’indice Ism, migliora la bilancia commerciale, vanno bene le vendite e gli ordinativi. E il suprindice che sintetizza gli andamenti è in ripresa. Insomma,, come tenta di convincere Bush, la ripresa si sta consolidando. Ma le paure non mancano. La prima riguarda l’enorme capacità produttiva non utilizzata che frena gli investimenti. E la mancanza di investimenti frena la ripresa dell’occupazione e l’alta disoccupazione rischi di frenare la ripresa dei consumi. Il tutto nel contesto di una domanda estera (in particolare europea) fragile che non fornisce alcun contributo all’economia Usa.

Un’ultima preoccupazione, infine, la danno i tassi. La Fed mantiene molto bassi quelli a breve che controlla direttamente, ma quelli a medio-lungo periodo si stanno rialzando. E questo rischia da un lato di frenare il mercato immobiliare (molti parlano di un prossimo sgonfiamento della bolla speculativa) e dall’altro di non favorire più i consumi visto che si è chiusa la strada della rinegoziazione dei mutui. Ieri i mortage rates sui trentennali è risalito al 6,32%, mentre il tasso su quelli a quindici anni è cresciuto al 5,66%.