Iraq, la guerra civile avanza Gli Usa premono sugli sciiti

Ieri in Iraq sono tornati a colpire i kamikaze: uno si è fatto esplodere con un camion-bomba ad un posto di blocco nel quartiere di Al Jolan della città-martire della resistenza sunnita nella provincia di Al Anbar, Falluja, nel 2004 bombardata con il fosforo bianco dalle forze Usa. 11 gli uccisi, tra cui l’attentatore suicida e 3 poliziotti iracheni: ma ci sarebbe tra le vittime un numero imprecisato di marines statunitensi, i cui corpi sono stati evacuati in fretta e furia con l’ausilio di elicotteri, come ha testimoniato anche un tenente della polizia nazionale.
Intanto la crisi politica che fa da corollario alle prime mosse di una guerra civile e che oppone il blocco sciita guidato dal premier Al Jafaari ad un’inedita unione di sunniti e kurdi, non dà segni di avviarsi a soluzione. Dopo una settimana di duelle tra il primo ministro e il presidente provvisorio, il kurdo Jalal Talabani, e dopo che l’Alleanza unita che sostiene Jafaari è riuscita a rinviare l’apertura dei lavori del nuovo Parlamento di una settimana, al 19 prossimo (anniversario dell’attacco Usa del 2003), ieri ha parlato l’altro leader kurdo, Mustafa Barzani: per dire che c’è «bisogno di un nuovo meccanismo e un altro luogo per riunirci tutti attorno a un tavolo». Per lui, quest’altro luogo è il Kurdistan iracheno.

Ma quelle che hanno avuto più eco a Baghdad sono state le parole pronunciate dal segretario Usa alla Difesa, Donald Rumsfeld, davanti alla commissione del Senato di Washington chiamata a dare il primo parere parlamentare sul finanziamento straordinario di altri 91 miliardi di dollari per quest’anno alle missioni militari in Iraq e Afghanistan. Rumsfeld ha infatti ammesso che si sta «passando da una situazione in cui domina la guerriglia ad un’altra in cui a prevalere è la violenza settaria». Così che «una guerra civile» non sarebbe già «in atto» ma prenderebbe corpo come «possibilità»: da far affrontare «col nostro aiuto» alle «forze di sicurezza irachene», in verità «nella misura in cui saranno in grado di farlo». Mentre la strada maestra sarebbe quella di «prevenire» con «la politica», con «i principali attori nel Paese» chiamati a dare «vita ad un governo di unità nazionale». Mentre l’ambasciatore Usa in Iraq, Khalilzad, ha rilanciato una «conferenza nazionale», a Baghdad o «da qualche parte fuori dalle frontiere».

L’Alleanza irachena unita, in cui fin qui prevale Al Jafaari, e i suoi alleati kurdi non ha fatto aspettare le repliche, chiedendo la «fine delle interferenze». Diretta la dichiarazione del braccio destra del capo sciita radicale Al Sadr, Fadel Al Shari: «E’ una trasformazione della politica americana il cui controllo passa dai falchi ai servizi segreti, c’è chi sta seminando i germi per far crescere la guerra settaria in Iraq e innescarne l’incendio».

Per parte loro, hanno reagito anche i miliziani del Comando centrale dei Mujahiddin, ch riunisce ex-ufficiali di Saddam e militanti del disciolto partito Baath. Con un appello via web, hanno incitato ad attaccare gli impianti petroliferi: «Colpiremo il punto debole del governo persiano insediato a Baghdad dalla coalizione americano-sionista». Un chiaro riferimento alla prossimità dell’attuale asse Jafaari-Al Sadr con Teheran e alla sua arma deterrente, il controllo dei pozzi del Sud e degli oleodotti.