Iraq in lutto. Lo sciita iraniano Khamenei: «La strage è colpa dell’occupazione»

Il giorno dopo il terribile massacro intorno alla moschea di Al Khadimiya, l’intero Iraq sembra attonito, come stordito di fronte alle proporzioni dell’accaduto, mentre le vie di Baghdad, ma anche delle città sciite del sud a cominciare da Najaf, sono percorse quasi di continuo dai funerali delle vittime celebrati secondo la tradizione islamica nell’arco delle ventiquattro ore. Accanto al lutto, allo sgomento e anche alla rabbia per le responsabilità – vere o presunte – della tragedia, infuriano le polemiche e le recriminazioni, anche all’interno del governo provvisorio iracheno. Il primo ministro Jaafari, come si sa, ha indetto tre giorni di lutto nazionale; ma il ministro della Sanità, lo sciita Abdul Mutalib Mohammad Ali, ha chiesto esplicitamente le dimissioni o la rimozione dei suoi colleghi della Difesa e dell’Interno, accusati di non aver saputo proteggere i pellegrini ed anche di non aver adeguatamente organizzato la cerimonia di massa sfociata poi nella tragedia. Jaafari è sceso in campo a difesa dei due ministri rimproverando Mohammad Ali sia per aver mosso quelle accuse sia per averlo fatto pubblicamente; il disagio e il malcontento tuttavia rimangono. Ma quasi a tagliar corto alle polemiche e a scongiurare ulteriori lacerazioni, è venuta da Teheran un dura presa di posizione della “guida spirituale” del regime iraniano, ayatollah Ali Khamenei, che ha addossato esplicitamente e in modo diretto la responsabilità sugli Stati Uniti, quale potenza che ha invaso e occupa l’Iraq.
«Senza dubbio – ha detto Khamenei – gli occupanti, che hanno imposto la loro malefica presenza in Iraq con la scusa di voler portare sicurezza, sono responsabili di incidenti così devastanti e devono renderne conto. Chiedo agli iracheni – ha aggiunto l’ayatollah iraniano – di restare uniti e di sventare i complotti del nemico che vuole frammentare il Paese».

Nelle parole di Khamenei si possono cogliere due elementi di notevole rilievo. Anzitutto, appunto, la chiamata in causa di chi ha messo in moto, con la invasione del marzo 2003, il processo di destabilizzazione dell’Iraq; e se è vera la rivendicazione fatta via Internet dal gruppo di Al Qaeda che fa capo ad Al Zarqawi, allora va ricordato che è stata proprio la irresponsabile guerra di Bush a offrire agli uomini di Bin Laden l’occasione di introdursi e impiantarsi in territorio iracheno.

Negli anni precedenti alla guerra non c’era terrorismo né in Iraq né in partenza dall’Iraq, l’accusa mossa al regime di Saddam di essere collegato ad Al Qaeda era falsa come quella relativa alle armi di distruzione di massa, ed evidentemente è anche questo lo sfondo dell’atto di accusa di Khamenei.

L’altro elemento di rilievo, è l’appello agli iracheni a non cadere nella trappola della guerra civile, del conflitto interconfessionale, appello tanto più significativo venendo da una delle massime autorità religiose sciite dell’Iran e dunque da quella che nella tragedia dell’altroieri potrebbe essere considerata come una parte lesa. Khamenei evidentemente mette in guardia i suoi stessi “fratelli” iracheni contro la tentazione di far ricadere sulle spalle dei sunniti in quanto tali la colpa dell’accaduto, e la sua è chiaramente una dimostrazione di saggezza politica.

A proposito del federalismo che curdi e sciiti vogliono introdurre nella Costituzione irachena, c’è stato chi ha scritto che lo Stato “federato” sciita del sud, con capitale Bassora, potrebbe diventare un’appendice dell’Iran. Khamenei invece guarda più in là e si pronuncia decisamente per l’unità dell’Iraq, per quanto singolare ciò possa apparire da parte dell’esponente di un Paese a cui l’Iraq, sia pure sotto la dittatura di Saddam, ha imposto otto anni di guerra sanguinosa. E lo fa, questo appello all’unità, da un lato sperando forse che domani a gravitare verso Teheran sia non solo la regione del sud ma l’intero Paese, se gli sciiti riusciranno ad avere un ruolo determinante, ma dall’altro sapendo benissimo che la “libanizzazione” o la disgregazione dell’Iraq costituiscono un tassello della strategia mediorientale di Bush e che, una volta diviso l’Iraq, sarebbe più facile per gli Usa rivolgere il loro attacco, magari anche militare, proprio contro l’Iran.

Una dichiarazione dunque che risponde indirettamente alla campagna di Bush contro Teheran e che assume in questo senso anche un carattere per così dire di autodifesa, chiamando a raccolta tutti gli islamici, sciiti o sunniti che siano.

Anche i dirigenti sciiti iracheni sembrano condividere le preoccupazioni di Khamenei, se hanno finora evitato di accusare della tragedia i gruppi sunniti e hanno piuttosto chiamato in causa i seguaci dell’ex-regime di Saddam Hussein, notoriamente laici. La meccanica esatta dell’accaduto è ancora incerta, e cioè se a innescare il disastroso panico di massa siano stati i colpi di mortaio – peraltro precedenti all’evento – o le voci sulla presenza tra la folla di alcuni kamikaze, ed ancora se queste voci siano nate incontrollatamente o se siano state alimentate in proposito. Il primo ministro Jaafari ha avvalorato la tesi della provocazione, annunciando l’arresto di tre uomini «con cinture esplosive» e la scoperta a cose avvenute di due auto-bomba. I più sono comunque concordi nell’imputare tragedia alla spirale tra guerra e terrorismo innescata dall’occupazione americana. Continua anche il pietoso conteggio delle vittime, anch’esso ancora incerto: l’ultima cifra ufficiale dava 965 morti accertati e più di mille probabili, ma fra gli oltre 800 feriti ce ne sono molti che non ce la faranno e il numero finale è dunque destinato a salire.

La moschea di Al Khadimiya è uno dei più importanti luoghi sciiti, ripartiti come si sa fra l’Iraq e l’Iran, e come tale meta costante di pellegrinaggio, anche se ai tempi di Saddam l’afflusso era limitato e controllato. Proprio per questo l’altroieri la folla dei pellegrini era così numerosa, raggiungendo e forse superando il milione di persone. Nella moschea-mausoleo oltre al settimo Imam Mussa al Kadim, che le dà il nome, sono sepolti anche il nono, Mohammed al Jawad, e l’undicesimo, Mohammed al Hassan (nella tradizione sciita gli Imam sono dodici, l’ultimo dei quali, Mohammad al Mahdi, è l’Imam “scomparso” del quale si attende il ritorno dal IX secolo). E tutto ciò naturalmente ha fatto sì che l’emozione e il dolore per la tragedia fossero ancora più profondi e sentiti.

Oltretutto gran parte delle vittime sono donne, bambini e persone anziane, non solo schiacciate dalla ressa ma anche annegate nel Tigri per il cedimento del ponte di Adhamiya, che fra l’altro collega il quartiere sciita dove sorge la moschea con l’adiacente quartiere sunnita; ed è rilevante che questa contiguità non abbia a sua volta dato luogo a incidenti. Ancora ieri venivano recuperati cadaveri dalle acque del fiume, mentre lunghe file di persone si accalcavano intorno agli ospedali alla ricerca di familiari dispersi.