Iraq, il Wisconsin ritira le truppe

Se dipendesse dalla gente del Wisconsin le truppe americane in Iraq avrebbero già cominciato le operazioni per il ritorno a casa. E se nel resto degli Stati uniti ci fosse una legge come quella che il Wisconsin si dette 95 anni fa, a tormentare Bush oggi non ci sarebbe soltanto la sua «impopolarità» decretata dai sondaggi ma l’obbligo di richiamare a casa i soldati, prima che la «sua» guerra ne ammazzi altri. E’ successo infatti che ieri nel Wisconsin si è svolto un referendum che proponeva il ritiro immediato delle truppe americane dall’Iraq e gli elettori hanno votato «sì» a grande maggioranza.
Sono state 24 su 32 le città in cui il «sì» ha prevalso. Nella maggior parte dei casi lo scarto è stato del 53 per cento contro il 47, ma ci sono stati casi in cui il «sì» ha vinto con il 75 per cento contro il 25 e perfino una punta (nella città di Couderay) dell’82 per cento contro il 18. Anche il «no» ha avuto le sue brave punte. A Watertown, per esempio, il «no» ha vinto con il 75 per cento contro il 25 e in un’altra città, Evansville, quelli in favore della guerra avevano perfino indetto una specie di referendum «alternativo», chiedendo un «sì» alla permanenza delle truppe in Iraq «fino al conseguimento di una vittoria indiscutibile». Ha vinto con il 51 per cento contro il 49. A Watertown, una città che nel 2004 ha votato a grandissima maggioranza per George Bush, il Consiglio comunale (ovviamente dominato dai repubblicani) aveva cercato di bloccare lo svolgimento stesso del referendum, ma gli organizzatori si sono rivolti al tribunale e il giudice ha dato loro ragione.
L’iniziativa di tenere il referendum, presa da una miriade di gruppi pacifisti coordinati dal partito dei Verdi, si è basata su una legge del 1911 che nel Wisconsin consente azioni di «legislazione diretta» da parte di privati cittadini, a patto che riescano a raccogliere un numero di numero di firme equivalente al 15 per cento del numero dei votanti registrato nell’ultimo voto per eleggere il governatore. E la racconta di firme ha funzionato, si diceva, in 32 città fra le quali in verità non c’è la più importante dello Stato, Miwaukee, che però un referendum simile lo avrà a novembre, in concomitanza con il voto per il rinnovo delle Camera e di un terzo del Senato. E a proposito di voto di novembre, i promotori del referendum, alle stelle per il risultato ottenuto, hanno subito detto che questo risultato è un importante «ammonimento» proprio per coloro che a novembre cercheranno di essere eletti (o confermati) al Congresso. Se infatti è vero che la vittoria del «sì», proprio per il carattere «locale» del referendum, per il governo federale ha solo un valore consultivo, sicché Bush può infischiarsene e continuare ad andare in giro dicendo che si fanno progressi e che quella in Iraq è una guerra «contro il terrorismo», ché tanto il suo secondo mandato alla Casa bianca lo ha già ottenuto e alla sua scadenza non potrà comunque essere rieletto per legge; è vero anche che i sostenitori di Bush al Congresso – i deputati e senatori repubblicani che gli hanno tenuto bondone praticamente su tutto per essere eletti nella sua scia e i democratici che non hanno osato opporsi alla guerra (salvo alcune eccezioni) per paura di essere tacciati di antipatriottismo, a questo punto dovranno fare i conti con l’indicazione che viene dal Wisconsin. Anche perché stando ai sondaggi non c’è ragione di pensare che altrove (cioè negli Stati in cui non c’è una legge come quella del 1911) l’umore della gente sia diverso. Conclusione: questa guerra rischia di costare ai repubblicani la maggioranza alla Camera, al Senato o in tutti e due i rami del Congresso, mentre il maggiore responsabile di quella possibile sconfitta, George Bush, rischia solo il giudizio della storia, che per uno come lui conta praticamente nulla.
Ma il valore di questo referendum del Wisconsin non è stato solo quello di «avvertire» i politici in vista della sfida di novembre. E’ stato anche quello di dare voce alla gente comune su una cosa di inaudita gravità come una guerra, che in questo modo ha assunto il suo significato più concreto: vedere tornare dalla guerra il proprio figlio o figlia, il proprio marito o moglie, i propri amici, prima che ci lascino la vita. «Laggiù ci sono molti miei compagni di scuola – diceva ieri Nicole Bartlme, una ragazza di 22 anni – e ho votato per farli tornare. Lo so che le conseguenze pratiche di questo referendum non saranno immediate. Ma ci sarà pure qualcuno che si deciderà ad ascoltare».