IRAQ: Il serbatoio dell’economia americana

Una guerra breve, che duri al massimo quattro-sei settimane. Insomma, una guerra «begnigna», come i tumori. Questo è l’aggettivo utilizzato dal Csis (Centre for Strategic and International Studies), un istituto di ricerca vicino al governo e al Pentagono, per descrivere lo scenario ottimale che dovrebbe garantire all’economia statunitense di uscire dal ristagno. Tra le opzioni prese in esame dal Csis, una situazione di «no war» (le parole pace e dialogo sono state bandite dal vocabolario diplomatico Usa), non sarebbe auspicabile perché verrebbe considerata solo temporanea dai mercati, che ne risentirebbero. Viceversa, una guerra di lunga durata, tre o sei mesi, potrebbe incidere altrettanto negativamente sulla fiducia dei consumatori e delle borse, senza contare che il prezzo del petrolio potrebbe schizzare a 80 dollari al barile. E dato che ogni aumento di 10 dollari brucia 100 miliardi di dollari nell’economia Usa le conseguenze sarebbero catastrofiche. Nonostante l’embargo, oggi l’Iraq è il sesto fornitore di petrolio al mercato Usa che ogni giorno spreme 19,5 milioni di barili, pari al 26% del consumo mondiale. Di questi, più della metà, 9,8 milioni, provengono dai pozzi petroliferi esteri: Arabia Saudita, Messico, Canada, Venezuela, Nigeria, Iraq nell’ordine. Inoltre, mentre un barile di petrolio estratto in Texas costa 15 USD al produttore, in Iraq il prezzo scende a soli 5 dollari. E’ chiaro, quindi, l’interesse per l’Iraq mostrato dall’amministrazione Bush, che ha 41 membri con legami nell’industria petrolifera Usa e dalla quale ha ricevuto 1,8 milioni di dollari per la campagna presidenziale. Ma il gioco vale la candela? Dopotutto la Guerra del Golfo del 1991, non ha portato quella ripresa economica di cui tanto favoleggiava Bush senior e gli 80 miliardi di dollari spesi durante le sei settimane di Desert Storm, sono stati pagati per la maggior parte dagli alleati Usa, Arabia Saudita in primo luogo. William Nordhaus, economista della Yale University, afferma che, a seconda del protrarsi delle azioni belliche, la guerra potrebbe costare da un minimo di 100 miliardi di dollari ad un massimo di 1,9 triliardi, pari al 2% del Pil Usa per dieci anni. A questi si devono aggiungere i costi per la ricostruzione (100-600 miliardi di dollari per i prossimi dieci anni) e i 20 miliardi di dollari di compenso ai paesi arabi che hanno ospitato le truppe anglo-americane.

L’Ufficio per la Ricostruzione e l’Assistenza Umanitaria, un dipartimento creato ad hoc dal Pentagono per controllare la fase immediatamente successiva la guerra, ha già chiesto a cinque compagnie statunitensi, la Betchel Group, la Fluor, la Louis Berger Group, la Parsons e la Kellog Brown & Root, quest’ultima controllata dalla Halliburton, ex società del vicepresidente Dick Cheney, di presentare costi e piani logistici per la ricostruzione dell’Iraq del dopo-Saddam. Il progetto, che prevede la riparazione di 2800 chilometri di strade, la costruzione di ospedali, la riapertura di scuole, la costruzione di 3.000 nuove abitazioni e la riparazione di altre 5.000. Ma, come azione principale, a cui viene dedicato il 90% degli sforzi, si punta sulla privatizzazione dell’Iraq Petroleum Company (Ipc), la compagnia di stato irachena nazionalizzata nel 1973 e del ministero del Petrolio, i cui nuovi funzionari dovrebbero essere affiancati da consiglieri Usa.

L’ostilità verso le Nazioni unite e gli organismi di sviluppo non governativi non tenta neppure di essere celata: «Sarebbe controproduttivo» si legge, «permettere ai burocrati Onu (..) di governare l’industria petrolifera» . La Bp, la Shell e la ExxonMobil, tre delle quattro compagnie straniere che avevano partecipazioni nella Ipc prima di essere liquidate con lauti compensi (la quarta era la Total), hanno avanzato richieste di risarcimento chiedendo il monopolio dello sfruttamento del petrolio iracheno. Il piano del Pentagono è così sfacciatamente orientato a foraggiare l’economia statunitense che alcuni analisti ed economisti non hanno esitato a definire l’Iraq del dopo-Saddam come il Klondike sullo Shatt al-Arab’. Il greggio iracheno verrebbe slegato dall’Opec sia in termini di produttività (non più quote di estrazione) che in quelli di vendita (prezzi più bassi del mercato corrente). In tal modo le immense riserve nazionali (seconde solo a quelle saudite) verrebbero spremute e la produzione, dagli attuali 2,8 milioni di barili al giorno si innalzerebbe a 5 milioni entro il 2005. La ricetta Bush trasformerebbe l’Iraq ad una stazione di pompaggio Usa in Vicino Oriente. Tutto secondo copione.