Iraq, il piano di guerra è pronto

Quali saranno, dopo l’Afghanistan, i prossimi obiettivi di “Libertà duratura”? I risultati del “totoguerra” dicono: Iraq e Somalia. Per ciò che riguarda l’Iraq, il piano di guerra è già pronto. Ne ricostruisce la storia, in un’inchiesta pubblicata ieri da The New Yorker, Seymour Hersh, che nel 1991 dimostrò come Washington avesse incoraggiato Saddam Hussein a invadere il Kuwait e fosse a conoscenza dell’imminente occupazione, il casus belli che permise agli Stati uniti di lanciare l’operazione “Tempesta del deserto” nell’area strategica del Golfo (cfr. The Samson Option, Random House, N.Y., 1991). Ecco la ricostruzione cronologica del piano.
Nel novembre 1993, Ahmad Chalabi, un ricco iracheno appartenenente a una famiglia sciita di banchieri, dottorando all’Università di Chicago, presenta all’amministrazione Clinton un piano per rovesciare Saddam Hussein. Esso prevede che il “Congresso nazionale iracheno”, il gruppo di opposizione di Chalabi, organizzi un’insurrezione a iniziare dalla zona kurda nell’Iraq settentrionale. Il piano viene autorizzato e finanziato da Clinton. A occuparsene è la Cia che, nell’ottobre 1994, costituisce nell’Iraq settentrionale un avamposto, presso cui si installa il “quartier generale” del gruppo di Chalabi. Ma, quando nel marzo 1995, questo lancia l’insurrezione, è un fiasco completo: contrariamente a quanto aveva previsto Chalabi, nessun altro si muove.
Il fallimento, costato 130 morti al gruppo di Chalabi, non scoraggia però i falchi di Washington. Nel febbraio 1998, tre ex segretari alla difesa – Donald Rumsfeld, Caspar Weinberger e Frank Carlucci – firmano, insieme ad altri 37 personaggi, una lettera aperta indirizzata al presidente Clinton: propongono che Washington riconosca il “Congresso nazionale iracheno” come legittimo governo dell’Iraq e lo aiuti a reinstallarsi nella parte settentrionale del paese, prima che Saddam Hussein, riprendendo l’esportazione di petrolio secondo il programma dell’Onu “Oil for food”, plachi il malcontento popolare.
Il presidente Clinton non cambia la politica ufficiale verso l’Iraq ma, nell’ottobre 1998, firma l’Iraq Liberation Act, che stanzia 97 milioni di dollari per l’addestramento e l’armamento degli oppositori iracheni. Il piano non viene però messo in atto. Le cose cambiano quando, nel gennaio 2001, si insedia alla Casa bianca l’amministrazione Bush, di cui fa parte come segretario alla difesa Donald Rumsfeld, sostenitore del piano per il rovesciamento di Saddam Hussein. Esso non viene però attuato, soprattutto per i dubbi sollevati dal segretario di stato Colin Powell.
La svolta avviene dopo l’11 settembre 2001, con “Libertà duratura”. Rumsfeld e gli altri fautori del piano, sostengono che il successo riportato in Afghanistan dimostra la fattibilità di una analoga azione in Iraq. Il piano aggiornato prevede la reinstallazione di un “governo”, ufficialmente riconosciuto da Washington, nell’Iraq settentrionale dove, secondo altre fonti, gli Usa stanno incoraggiando la formazione di un fronte kurdo anti-islamico. Contemporaneamente, mentre riprende una massiccia campagna di bombardamenti sull’Iraq, una forza di circa 5mila uomini – composta da oppositori reclutati da Chalabi e da mercenari, tra cui ex militari Usa delle forze speciali – si insedia nella zona petrolifera nell’Iraq meridionale, passando attraverso l’Iran, il cui governo acconsente all’operazione. Appena questa forza si insedia nell’Iraq meridionale, essa viene protetta dagli Stati uniti, che impongono, oltre alla “no-fly zone”, una “no-drive zone” per impedire un attacco iracheno con mezzi corazzati.
A questo punto si tratta di vedere che cosa fa Saddam Hussein: o attacca facendosi annientare, o non si muove rimanendo circondato e senza petrolio. Comunque crollerà. Questo è il piano.
Le cose non sono però così semplici. Ammesso che riesca, che cosa avverrà dopo? Il pericolo – sostengono i critici del piano – è la disgregazione dell’Iraq, che può rendere la situazione incontrollabile. E’ preferibile rafforzare l’embargo, impedendo all’Iraq di importare i prodotti necessari alla ricostruzione, così da far aumentare il malcontento e portare al crollo di Saddam Hussein. Non c’è fretta, tanto più che la permanenza di Saddam Hussein al potere non impedisce alla ExxonMobil, alla Chevron e ad altre compagnie statunitensi di acquistare, tramite terzi, circa 800mila barili giornalieri di petrolio iracheno.