Iraq, il Congresso boccia George W.

Non pare proprio che a George Bush verrà data la «chance» che ha chiesto. Probabilmente quelli che avevano scritto il suo discorso sullo stato dell’Unione si erano reciprocamente congratulati per avere avuto l’idea di parafrasare perfino John Lennon («give peace a chance»). Il presidente ha diligentemente pronunciato la formula, «give my plan e chance» (il piano era naturalmente quello di aumentare le truppe in Iraq), ma l’applauso che si aspettava non è arrivato neanche dalle file repubblicane. Anzi, non erano passati che pochi minuti dalla fine del suo discorso e molti membri del suo partito si erano già dati alla caccia di tutti i microfoni che riuscivano a trovare per dire apertamente che a loro l’aumento di truppe non piace proprio. Ecco così Arlen Specter, fino alle ultime elezioni presidente della commissione Giustizia del Senato, dirsi contrario a «un progetto che mette i nostri soldati ancora più in pericolo senza una realistica possibilità di successo»; ecco John Warner, che sempre fino al voto di novembre era presidente della commissione Forze armate del Senato, dire di avere apprezzato più la replica appassionata pronunciata dal suo collega democratico Jim Webb che il discorso del presidente; ecco Richard Lugar, un altro presidente di commissione senatoriale, quella Esteri, dichiararsi apertamente «non fiducioso che il piano dui Bush possa funzionare», ed ecco il più duro di tutti, il senatore Chuck Hagel, sempre repubblicano, che ha definito il piano di Bush «un ping pong con le vite dei soldati americani».
Tutto ciò si è materializzato ieri stesso, cioè a poche ore dal discorso di Bush, con un voto della commissione Esteri del Senato che disapprova formalmente (ma senza potere vincolante) l’idea di inviare nuove truppe in Iraq. L’hanno votato tutti gli undici membri democratici e il repubblicano Hagel, quello del ping pong. Ora però dovrà essere votata in aula e le «defezioni» repubblicane si annunciano più numerose, da otto a dieci senatori, si calcolava ieri. Essendo non vincolante, la risoluzione non avrà il potere di far restare a casa i soldati destinati a raggiungere i loro disgraziati commilitoni in Iraq, come sarebbe accaduto se fosse passata la proposta di Ted Kennedy di negare il finanziamento. Ma certamente una volta votata porrà Bush in una situazione politica imbarazzante e i repubblicani che l’approveranno dovranno affrontare le ire dei devoti rimasti a Bush. Non sarà facile, per loro, ma uno di quelli propensi a votarla, Sam Brownback, che oltre tutto punta alla nomination repubblicana per la Casa bianca, ha cercato di incoraggiare i propri colleghi con un «Io non voglio imbarazzare il presidente».
Tutto ciò ha a che fare con l’elevato tasso di sciaguratezza di questa guerra, ma ha anche a che fare con il crollo di Bush su tutta la linea, con la sua credibilità svanita, con la sua bassissima affidabilità personale e in definitiva con la sua irrilevanza. Il partito repubblicano ha il terrore di essere trascinato giù da questa presidenza e i più svelti fra i suoi membri cercano il modo di distanziarsi, un po’ come i più svelti di loro hanno nelle ultime settimane prima del voto di novembre, quando operarono una specie di fuggi-fuggi dal «sostegno» pubblico di Bush alla loro candidatura.
Un’indicazione plastica dello scivolamento di Bush verso l’irrilevanza era data ieri mattina anche dalla confezione delle notizie che avevano giornali e tv. I resoconti sul suo discorso e le reazioni ad esso avevano ovviamente il loro bravo spazio, ma a fare davvero “notizia” era la prima udienza del processo contro Lewis “Scooter” Libby, l’ex capo della staff del vicepresidente Dick Cheney incriminato per avere mentito e ostruito la giustizia nella vicenda della «soffiata» che rivelò l’appartenenza alla Cia di Valerie Plame allo scopo di screditare il marito Joseph Wilson che aveva osato sbugiardare la storia dell’uranio del Niger, uno dei caposaldi issati da Bush per invadere l’Iraq. La «linea» difensiva enunciata dall’avvocato di Libby promette di avere per Bush il valore del classico cazzotto sul pugile già suonato. Ha detto infatti il legale, Theodore Wells, che il suo cliente è stato «sacrificato» dalla Casa bianca sull’altare del partito repubblicano. E per essere più chiaro ha spiegato che l’unico modo di «salvare» Karl Rove, il famoso «cervello di Bush» che secondo l’avvocato era «altrettanto, se non di più» coinvolto nell’opera di «soffiare» ai giornali l’attività segreta della signora Plame. Rove, ha spiegato ancora l’avvocato, doveva restare «pulito» perché era «l’architetto» della sua campagna elettorale. Libby invece era «spendibile» e poteva essere dato in pasto agli investigatori.
Non è ancora chiaro se Libby abbia scelto questa linea di difesa in accordo con Cheney, ma di sicuro c’è che nonostante il culto per il segreto di questa amministrazione è arrivato il momento in cui gli stracci cominciano a volare.