Iraq, i caduti americani raggiungono quota tremila

L’anno vecchio è finito segnando un amaro traguardo. Subito dopo l’esecuzione di Saddam il numero dei militari americani morti in Iraq ha raggiunto quota tremila. L’uccisione in uno scontro a fuoco a Baghdad del caporale Dustin Donica, 22 anni, originario di Spring in Texas, è stata comunicata domenica scorsa dal Pentagono. Il conto lo hanno fatto l’Associated Press e il sito iCasualities.org, poichè i militari non forniscono dati ufficiali sul numero di perdite subite. Tremila morti, una cifra che riempie i titoli dei giornali. Per le forze armate Usa in Iraq la morte ha un volto e il New York Times lo scompone nei ritratti dei 3.000 caduti americani: il sito online del quotidiano pubblica l’immagine simbolica di un militare composta da 3.000 pixels, cliccando su ciascuno dei quali viene fuori il volto e la storia di ogni singolo militare ucciso. Nell’edizione cartacea, i volti dei caduti sono mille, stampati uno di seguito all’altro su quattro pagine di giornale.
Tremila morti tuttavia potrebbe sembrare ancora poca cosa rispetto al numero dei caduti registrati durante le guerre che l’America ha combattuto nell’ultimo secolo: 58mila in Vietnam, 36mila nella Corea del Nord. Il problema è che la guerra in Iraq era stata venduta all’opinione pubblica come una guerra lampo. L’analisi dei numeri mette a nudo una cruda verità: la fine del conflitto non è neppure iniziata. Con un totale di 111 morti ammazzati lo scorso dicembre è stato il peggior mese da due anni a questa parte per le truppe Usa impegnate nel Golfo. Bush la scorsa settimana aveva definito l’impiccagione di Saddam «una storica pietra miliare». Nel tradizionale messaggio di fine d’anno il presidente i tremila morti in Iraq non li ha neppure menzionati: «Nel nuovo anno rimarremo all’offensiva contro i nemici della libertà, per migliorare la sicurezza del nostro Paese, e per un Iraq libero e unito», ha fatto sapere dal ranch di Crawford. Sotto pressione dei giornalisti è toccato al suo portavoce Scott Stanzel rabberciare una dichiarazione sui tremila morti: «Il presidente farà in modo che il loro sacrificio non sia stato vano».
Come se la Casa Bianca non avesse letto il rapporto dell’Iraq Study Group che raccomanda un progressivo disimpegno delle truppe Usa dall’inferno iracheno. Fiumi di retorica e negazione della realtà sono ormai una cifra stilistica dell’amministrazione Bush nei momenti di difficoltà. L’impiccagione di Saddam è stata venduta come segno dei progressi compiuti dalla giovane democrazia irachena, esempio di una società fondata sul rispetto della legge. Adesso a Washington persino negli ambienti governativi si ammette che quell’esecuzione in fretta e furia, con l’ex rais deriso e umiliato sul patibolo come ha mostrato al mondo intero il filmato girato da un testimone con un telefonino, è stato un tragico errore. Bush non è stato neppure in grado di tenere a freno la sete di vendetta della leadership sciita che ha scelto per governare l’Iraq. E adesso i musulmani sunniti, in nome di Saddam martire, giurano vendetta contro l’America.