Iraq, guerra civile senza freni. Bush oltre Guantanamo: tortura libera

In pochi giorni oltre 120 morti, in una sola città. Anzi, una cittadina: Balad, qualche decina di chilometri a Nord della capitale dell’Iraq, Baghdad. Centro musulmano, ma pluriconfessionale, a maggioranza sciita e minoranza sunnita. Come duale è la realtà della vicina Dhuluiya, a parti invertite: maggioranza sunnita, minoranza sciita. Così a Balad, nello scorso venerdì di preghiera islamica, in pieno Ramadam, 14 operai sciiti vengono rapiti. Poi sono ritrovati i loro cadaveri, straziati. Dalle ore successive miliziani sciiti istituiscono posti di blocco: ogni sunnita malauguratamente incappatovi, e riconosciuto, è trucidato. Una settantina di sunniti vengono a loro volta rapiti in un raid a Dhuluiya.
I morti: a sabato 30, a ieri mattina «almeno» 110 secondo il governatorato della provincia di Salaheddine. Che pare non potere nulla. Così come le truppe occupanti, quelle Usa. Che però a Dhuluiya si sono mosse: contro la polizia. Hanno arrestato il vicecapo, un colonnello, e quattro agenti. Tutti sunniti. Tutti accusati di collusione con la guerriglia «di Al Qaeda» (ovviamente, sunnita). Che occupanti e governo Al Maliki indicano come «la fonte dei disordini».

Per capire davvero quest’orrore occorre allargare lo sguardo. Ad esempio, al Nord: a Kirkuk, per la precisione, città del cuore petrolifero conteso dai kurdi, devastata sabato da una catena di autobombe, con decine di morti a firma alqaediana. Proprio là, lo stesso giorno, erano riuniti 500 capitribù sunniti: che rispondevano all’appello all’unità lanciato dal carcere, con una lettera, dall’ex raìs Saddam Hussein.

Sempre sabato, con un video, il Consiglio della Shura dei Mujaheddin, ossia la coalizione di gruppi riunita intorno al “nodo” (meglio, al groviglio di nodi) di Al Qaeda in Iraq, aveva proclamato uno «Stato islamico» nelle province di Baghdad, Al Anbar, Diyala, Kirkuk, Salaheddine, Ninive e in parte dei governatorati di Babilonia e Wasset. Le zone a maggioranza sunnita. E all’«insieme dei sunniti», come ai combattenti, «agli ulema e ai capitribù» era rivolto l’invito a «essere fedeli all’emiro dei credenti, l’onorato sheick Abu Omar Al Baghdadi»: non dunque Al Muhajir, nuovo locale emiro di Al Qaeda succeduto all’ucciso Al Zarqawi, ma quest’altro indicato dalla coalizione ribattezzata per l’occasione Hilf Al Motaiyabin, “alleanza dei profumati”. Necrofila allusione all’unzione con unguenti dei cadaveri: degli shai’d, i martiri, ovviamente (pur se gli attacchi suicidi parrebbero rendere arduo il rito).

Il videoproclama aveva di mira le norme “federaliste”, comprensive della previsione di referendum per l’«autogoverno» e della formazione di «macroregioni», approvate dal Parlamento iracheno: meglio, dalle sue componenti sciite e kurde. Mentre gli eletti sunniti hanno formato un vero e proprio Aventino. Sono le stesse misure contro cui erano schierati i 500 capitribù baathisti riuniti a Kirkuk. Contro la forzatura “federale” si muovono loro, gli Ulema del consiglio religioso di Baghdad che domenica hanno condannato il messaggio di Al Qaeda e un’altra coalizione della guerriglia: quella che accanto ai saddamiti vede le Brigate 1920, che si rifanno al primo baathismo anticoloniale, nonché altri membri delle tribù e tradizionalisti riuniti nell’Esercito Islamico come nelll’Armata dei Mujaheddin. Gli stessi che ieri dalle colonne del giornale arabo Al Hayat hanno prendeso le distanze dai «fratelli di Al Qaeda e Ansar Al Sunna», dichiarando persino disponibilità a «colloqui» coi comandi Usa: per cacciare da Al Anbar gli jihadisti accusati, con la loro «pratica delle autobombe», di «colpire gli iracheni» e insieme di offrire alibi agli occupanti.

Nel frattempo, i deputati sciiti e kurdi non restano con le mani in mano. Ieri hanno chiesto al primo ministro Al Maliki di prendere un’altra misura “democratica”: chiudere un giornale, Al Zaman, e una tv satellitare, Al Sharqiya. Di proprietà d’un sunnita residente a Londra e rei d’aver criticato la legge “federale” commentando che «porterà alla guerra civile e alla divisione dell’Iraq». Un’attività giornalistica «sediziosa»: come quella imputata già ad Al Jazeera e Al Arabiya, sottoposte a chiusure temporanee in Iraq.

Ma, allargando ancora lo sguardo, proprio l’ipotesi di una «spartizione» della Mesopotamia – fra un’entità kurda, una sciita e una sunnita stritolata fra le due – è stata ufficialmente criticata e rigettata dallo stesso George W. Bush. Lo ha fatto lunedì in un’intervista alla televisione preferita, la Fox. Nel corso della quale ha al tempo stesso ridimensionato le accuse alle «ingerenze» dell’Iran sciita, argomentando che la «violenza in Iraq» è un «mix di fattori confessionali, attività criminali e terrorismo di Al Qaeda». Così come in una telefonata aveva «rassicurato» Al Maliki sul sostegno («ancora») dell’Amministrazione e sfumando le «voci» di ritiro, sia pur «graduale», delle truppe.

Un colpo al cerchio e uno alla botte, da parte d’un presidente Usa in sempre maggiore difficoltà nei sondaggi verso il voto di “mid term” per il Congresso a novembre: anche una rilevazione di Zogby, ieri, dava la sua popolarità in ulteriore caduta libera; e un’indagine “bipartisan” per la Npr conferma la crescita del vantaggio dei Democratici, che dovrebbe quanto meno espugnare la Camera dei rappresentanti, se non anche il Senato. Mentre Iraq e «minaccia terrorista» restano in testa alle «motivazioni» che orienteranno il voto degli statunitensi di entrambi, in ogni caso: lo pensa il 43 per cento, secondo la Cnn, contro un 33 per l’economia e un 27 per lo scandalo Foley.

Bush lo sa bene. E per questo si barcamena nelle argomentazioni, ma tira dritto e rilancia: ieri stesso, per questo da lui definito «giorno storico», ha firmato e promulgato il Military Commision Act. Ossia la legge su detenzione, interrogatori e processi ai «sospetti terroristi», quelli di Guantanamo per intendersi. Che intende aggirare la bocciatura della Corte Suprema sui tribunali speciali istituti in precedenza. Che, inoltre, consente alla Cia di proseguire con le sue prigioni segrete in tutto il mondo. E che «protegge» formalmente i «sospetti» da un eventuale trattamento «crudele e disumano», ma non esclude affatto le prove «ottenute» con la forza e non riconosce alcun “habeas corpus”.

Insomma, la War on Terror va avanti. Fino a dove, visto il baratro iracheno, non si sa. Ma si capisce che resta appesa ad un consenso: quello interno agli Usa.