Iraq, gli Stati Uniti in un vicolo cieco

Il presidente George W. Bush proclama ormai da un mese di essere alla ricerca di una “nuova strategia” per la “vittoria” in Iraq e che si sta consultando in lungo ed in largo per questa strategia a venire. Stando a tutte le illazioni e informazioni che trapelano, sono poche le persone che aspettano con il fiato sospeso il discorso presidenziale nel quale renderà nota la sua decisione. La nuova strategia si annuncia come vecchia strategia, probabilmente con un piccolo aumento di truppe dirette a Baghdad. Il presidente ha ammesso per la prima volta che gli Stati Uniti non stanno ancora vincendo in Iraq, ma afferma che neanche stanno perdendo. Le persone, negli Stati Uniti e altrove, che credono a questo sono sempre meno. Un sondaggio dei primi di dicembre in sei stati occidentali ci dice che il 66% dei cittadini americani è favorevole ad un ritiro delle forze di coalizione, e che in Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna questo numero va dal 73 al 90 per cento. Come scriveva il Financial Times in un suo editoriale «gli Stati Uniti non sono mai stati così bisognosi di avere amici e alleati».
Il 7 dicembre scorso, anniversario di Pearl Harbor, un senatore repubblicano, Gordon Smith, che aveva sostenuto la guerra sin dal suo inizio, ha annunciato di aver cambiato opinione. «Credo di essere arrivato al capolinea nel sostegno ad una politica che vede i nostri soldati pattugliare le stesse strade sempre allo stesso modo, fatti saltare in aria dalle solite stesse bombe giorno dopo giorno. Questo è assurdo. Potrebbe essere un crimine proseguire. Non posso più dare sostegno a tutto questo». Allora viene da chiedersi: perché Bush mette in piedi tutto questo show annunciando una nuova strategia quando intende chiaramente proseguire con la vecchia? Sono due le ragioni: le elezioni di novembre e il rapporto Baker-Hamilton. Il risultato elettorale ha mostrato a Bush che le scelte di politica estera riguardo all’Iraq hanno provocato seri danni alla forze del partito Repubblicano. Servirà chiaramente molto di più che il licenziamento di Donald Rumsfeld per invertire e fermare la caduta libera dei candidati repubblicani, soprattutto se il 2007 registrerà un aumento ulteriore di perdite in Iraq, maggiore pulizia etnica, e un ulteriore declino del dollaro e degli standards di vita della popolazione americana. Per quanto attiene al rapporto Baker-Hamilton, la frase che lo introduce è «la situazione in Iraq è grave e in deterioramento». Il cuore della discussione relativo a questo documento riguarda il fatto se il Gruppo di Studio sull’Iraq sia in grado di convincere Bush a seguire i suoi numerosi, e per niente audaci, suggerimenti per produrre un cambiamento.
Ma questo non è mai stato il suo scopo. Né Baker né Hamilton sono dei pazzi. Entrambi sono professionisti della politica americana. Lo scopo di quel rapporto era quello di legittimare le critiche che arrivavano dall’establishment tradizionale al centro della vita politica negli Stati Uniti. E questo è chiaramente avvenuto. Per questo basta vedere la dichiarazione del senatore Smith. Depone in questo senso anche l’aumentata sfrontatezza delle dichiarazioni provenienti da ufficiali militari che rendono pubblico il loro scetticismo. Cosa accadrà ora? Bush farà approvare il piano per un aumento delle truppe. E questo, come tutti i più seri commentatori hanno dichiarato, non farà alcuna differenza dal punto di vista militare. Naturalmente, se gli Stati Uniti inviassero 300 mila soldati, questo potrebbe determinare la fine sia degli insorgenti che della guerra civile. Ma se ne invieranno 30 mila potrebbe essere solo un peso in più e un ulteriore rischio per le forze militari Usa. A giugno 2007, al più tardi, sarà chiaro anche al più ostinato cieco, come George W. Bush e i sopravvissuti neo-cons, che gli Stati Uniti si troveranno in un vicolo cieco. Perché allora Bush non riduce le sue perdite? Non può farlo. Tutta la sua presidenza ha ruotato attorno alla guerra in Iraq. Se prova a limitare le sue perdite, ammetterebbe di essere responsabile di un disastro nazionale. Non ha altra scelta che proseguire il suo bluff fino al 2009 e consegnare il disastro nelle mani di qualcun altro. La realtà è questa, per lui non sono accettabili altre opzioni. Ma Bush imparerà qualcosa nei prossimi 18 mesi. La situazione è fuori controllo e anche il presidente degli Stati Uniti può essere costretto a fare qualcosa che trova insopportabile.
Innanzitutto c’è la pressione dell’elettorato americano, e quindi dei politici. Il numero di repubblicani razionali e di timidi democratici che vorrebbero allontanarsi dalla guerra cresce ogni giorno di più. Questo lo abbiamo già visto nelle dichiarazioni di Joseph Biden, uno dei senatori democratici più conservatori e prossimo presidente della commissione Estera del Senato – che si appresta a tenere delle sedute (udienze chiaramente ostili) riguardo all’aumento delle truppe in Iraq. Secondo il mio intuito, nella accesa battaglia per la nomina presidenziale in campo democratico ci sarà una forte spinta, lenta all’inizio e poi sempre più rapida, verso una posizione sempre più netta contro la guerra. Questo emerge ormai nelle posizioni assunte dagli aspiranti candidati come Barack Obama e John Edwards. Hillary Clinton non resterà indietro a lungo. E mentre questo accadrà, i possibili candidati repubblicani non potranno che seguirli o condannare se stessi ad una sconfitta elettorale.
Poi ci sono i generali. Sembrerebbe che il nuovo Segretario per la Difesa, Robert Gates, abbia avuto il compito di riportare all’ordine i militari dissenzienti. Il generale John Abizaid andrà in pensione nei prossimi mesi e il generale George Casey ha chiaramente espresso la sua opinione. E lo stesso Gates ha probabilmente fatto pressione su se stesso per rispettare la linea. Ma quanto potrà durare tutto questo? Sei mesi al massimo. La vita è difficile per un comandante in capo che perde le guerre. Questo è vero sempre e dovunque. Non sarà diverso negli Stati Uniti d’America.