Iraq: «Gli occupanti pensano solo al nostro petrolio»

La lotta dei lavoratori iracheni riuniti nel forte sindacato Southern Oil Company Union dei giacimenti meridionali

Il 25 e il 26 maggio attivisti, ricercatori e accademici di tutto il mondo s’incontreranno con i sindacalisti per discutere di privatizzazioni. Naomi Klein e Avi Lewis hanno dedicato all’evento il loro film sulle fabbriche argentine autogestite e hanno spedito The Take a Indymedia Beirut, dove lo stanno traducendo in fretta e furia. Si tratterebbe di normale amministrazione se non fosse che la conferenza si terrà all’Istituto del petrolio di Bassora, principale centro petrolifero di quell’inferno in terra che è diventato l’Iraq.
Sebbene la guerra civile devasti ormai il centro e il nord del paese, il polo petrolifero di Basra – Bassora in italiano – continua a pompare greggio. A differenza di Kirkuk, altro grande giacimento situato nella zona curda ai confini con la Turchia, la zona di Bassora è relativamente tranquilla e fornisce buona parte di quel milione e mezzo di barili al giorno che l’Iraq, malgrado tutto, continua a esportare. La spiegazione va cercata nell’accorta gestione britannica che aveva contattato le autorità locali ancor prima di entrare in città, per garantire una transizione meno sanguinosa possibile.

In seguito gli inglesi si sono dimostrati abili anche nel gestire i problemi d’ordine pubblico che si sono presentati quando, con una decisione in seguito ritrattata, l’Autorità provvisoria di Paul Bremer ha messo sul lastrico centinaia di migliaia di dipendenti statali. A differenza dei marines americani, che negli stessi giorni mitragliavano i manifestanti a Falluja, gli inglesi dispersero la folla con lacrimogeni e proiettili di gomma.

Naturalmente non è tutto rose e fiori. La strategia britannica ha dato potere alle autorità religiose mentre i rapimenti a scopo di estorsione sono ormai un’epidemia. Ma Bassora resta comunque una realtà produttiva, cosa che ha consentito al sindacato dei lavoratori petroliferi – il General Union of Oil Employees – di tentare il colpaccio: una conferenza contro la privatizzazione del settore petrolifero a cui sono invitati sindacalisti (dagli americani dell’Us Labour Against the War ai britannici del Transport and General Workers Union) e attivisti impegnati contro la guerra (Platform, Jubilee Iraq e Focus on the Global South, tanto per citare i principali). La scommessa è riuscire a stabilire contatti più stretti con i movimenti e i sindacati occidentali per rompere l’isolamento voluto sia dagli occupanti che dai fondamentalisti.

«I lavoratori dei giacimenti meridionali hanno cominciato a organizzarsi subito dopo l’invasione. Il Southern Oil Company Union è nato appena 10 giorni dopo la caduta di Baghdad. Quando ci siamo accorti che le truppe d’occupazione difendevano soltanto le strutture petrolifere ma lasciavano saccheggiare ospedali e musei, abbiamo capito che ogni discorso sulla liberazione era soltanto propaganda». A parlare è Hassan Juma’a Awad, presidente del sindacato indipendente – l’altro, l’Iraqi Federation of Trade Unions è diretta emanazione del governo ed è, di fatto, l’unico autorizzato. «Le autorità d’occupazione hanno mantenuto molte delle leggi repressive di Saddam, inclusa la direttiva del 1987 che proibisce scioperi e sindacati – continua Awad – Per questo oggi non siamo ancora ufficialmente riconosciuti anche se, fra i lavoratori dei giacimenti nell’area di Basra, Amara, Nassirya e Anbar, abbiamo più di 23 mila iscritti». Un sindacato che, nella sua breve storia, vanta già due importanti vittorie. Durante i primi mesi d’occupazione, quando la potentissima Halliburton di Dick Cheney predispose la sostituzione di mille lavoratori iracheni con 1.200 dipendenti privati, la mobilitazione ha costretto l’Autorità provvisoria a stracciare il contratto. Nell’agosto 2003, quando Bremer decise di dimezzare il salario minimo dei dipendenti statali, il Southern Oil Company Union lanciò uno sciopero del settore: tre giorni di blocco totale della produzione petrolifera hanno costretto il pro-console a fare marcia indietro.

Ma la lotta dei lavoratori del petrolio non si ferma. All’ordine del giorno c’è la privatizzazione dell’intero settore che finirebbe così nelle mani delle multinazionali statunitensi. Anche su questo punto il presidente dello Southern Oil Company Union, ha le idee molto chiare: «Noi consideriamo nostro dovere difendere le risorse del paese e ci opporremo a qualunque tentativo di privatizzare l’industria petrolifera. Consideriamo le privatizzazioni come una forma di neo-colonialismo, un tentativo di imporre un’occupazione economica permanente dopo quella militare».

Il petrolio è solo l’ultimo della lista. In Silent War (guerra silenziosa), pubblicazione del Focus on the Global South di Walden Bello, viene smascherata l’intenzione statunitense di sperimentare nel paese la versione più estrema del neo-liberismo. Con l’ordinanza n. 39 dell’Autorità provvisoria – ordinanze che sono state lasciate in eredità al nuovo governo praticamente blindate – viene garantita una libertà di movimento dei capitali esteri che fa impallidire le normative del Wto o del Nafta. Imponendo la sostanziale parità fra investitori stranieri – in prevalenza statunitensi – e nazionali, l’ordinanza 39 impedisce ogni iniziativa che miri a sostenere lo sviluppo locale, e quindi la ripresa economica del paese. Al capitale straniero non viene imposto alcun obbligo – per esempio quello di reinvestire una minima percentuale dei profitti in Iraq – né al governo viene concesso di esercitare alcun controllo sulla politica monetaria o sul tasso d’interesse, come è prassi in ogni paese.

Ma il fervore liberista di Bremer non si ferma qui. Con l’ordinanza numero 81 il pro-console si è assicurato di strappare definitivamente la proprietà dei semi ai contadini iracheni. La nuova legge sui brevetti è progettata per trasformare l’Iraq in un grande laboratorio a cielo aperto di piante transgeniche, con i contadini costretti a pagare le royalties sui semi alle grandi aziende dell’agrochimica. Di fatto, l’unica cosa lasciata fuori dalle ordinanze di Bremer è proprio il comparto petrolifero, una privatizzazione che era stata rimandata a tempi migliori.

Certo, l’Iraq dilaniato dalla guerra civile non assomiglia affatto al paradiso dei capitalisti che avrebbe dovuto attirare fiumi di capitali, ma questo non significa che i padroni di Baghdad abbiano rinunciato ai propri progetti. La mobilitazione dei sindacati ha fatto fallire le tappe intermedie della privatizzazione del petrolio ma l’arrembaggio è dietro l’angolo. Per questo la conferenza internazionale è così importante: «Veniamo da 35 anni di repressione e non abbiamo alcuna esperienza di organizzazione sindacale: abbiamo bisogno di addestramento» conclude Awad. E la guerra? Per il presidente dello Southern Oil Company Union «l’occupazione deve finire immediatamente, e per questo noi sosteniamo la lotta per l’indipendenza. Ci opponiamo invece a ogni atto di terrorismo contro i civili, sia iracheni che stranieri».