Iraq, embargo di guerra

Scadrà alla fine di novembre – probabilmente dentro l’ultima guerra dell’Occidente nell’area – la decima fase del cosiddetto accordo Oil for food (petrolio in cambio di cibo) che dal 1996 accompagna l’embargo, senza alleviare la povertà di massa che questo provoca. Nei mesi scorsi, Usa e Gran Bretagna hanno sostenuto il passaggio alle cosiddette sanzioni “intelligenti”, boicottati dagli altri paesi membri del Consiglio di Sicurezza; per fortuna, perché le “smart sanctions” peggiorerebbero la situazione sociale nel paese e ne chiuderebbero ogni prospettiva di ripresa.
Sembrava quindi vicino l’isolamento Usa rispetto all’embargo, ma la nuova alleanza internazionale che si è costituta dopo l’attentato non lascia sperare nulla di buono. Negli anni, quasi tutti i governi del pianeta si sono pronunciati contro questo genocidio. Alcuni paesi arabi hanno firmato accordi di libero scambio, di fatto una dissociazione unilaterale dichiarata, oltre che effettiva grazie al fiorente contrabbando. L’ultima delegazione ufficiale a condannare le sanzioni è stata l’India, tre settimane fa.
I movimenti antiembargo chiedono di continuare e intensificare le mobilitazioni. Anche negli Usa. Il gruppo Voices in Wilderness ha concluso con un appello il digiuno a rotazione per 40 giorni di fronte alla missione statunitense all’Onu, a New York: “Abbiamo chiesto ai popoli e ai paesi dell’Onu di disubbidire al governo Usa dicendo basta subito alle sanzioni. Lo facciamo ancora, in solidarietà con le vittime americane e con quelle ignorate dell’Iraq”.
Pensando alle vittime irachene dell’embargo all’Iraq e al ruolo degli Usa nel perpetuarlo, l’attivista Rahul Mahayan ha scritto in questi giorni che “i maggiori esperti di attacchi indiscriminati alle popolazioni civili sono proprio i governi statunitensi”.
Pax Christi Usa ha lanciato settimane fa una petizione internazionale all’Onu per la fine delle sanzioni. Ecco il testo riassunto: “We call upon the United Nations to acknowledge that the economic sanctions imposed on Iraq have caused inhumane levels of suffering and are totally incompatible with the spirit and wording of the United Nations’ Charter and the United Nations Declaration of Human Rights “.