Iraq, domani si vota: ma senza i sunniti

Che quello di domani in Iraq fosse un referendum a dir poco singolare era già evidente, ma le notizie delle ultime 24 ore concorrono a renderlo ancora più insolito e problematico. Intanto per il clima in cui si svolge, che assomiglia più a una situazione da stato di assedio che a una consultazione elettorale; e in secondo luogo perché gli elettori (comunque una minoranza rispetto all’insieme della popolazione) sono chiamati a votare su un testo che si sa già che poi verrà emendato, o almeno potrà esserlo, nella illusione di superare così l’ostilità della comunità sunnita. Gli elettori dunque voteranno senza sapere bene per che cosa, visto che si tratta di un testo non definitivo. Anche se è facile prevedere che non sarà modificato il carattere “federale” del nuovo Stato, che è appunto la clausola cui i sunniti sono più contrari temendo per la unità geografica e statuale dell’Iraq; così come non sarà modificato il principio secondo cui «l’Islam è la religione ufficiale di Stato e una fonte principale per la legislazione», e dunque «nessuna legge può essere approvata se contraddice i principii fissati dalle regole islamiche».
In verità il testo sottopone subito dopo alla stessa clausola ogni legge «che contraddice i principii della democrazia»; ma si è visto in questi due anni e mezzo di occupazione che il termine democrazia è a dir poco elastico e può essere stirato di qua o di là a piacimento. Promessa di modifica dunque per ingraziarsi i sunniti. Ma il risultato sembra destinato a dimostrarsi deludente. Il Partito islamico iracheno si è detto in extremis favorevole a votare e per di più a votare “sì”, ma la sua posizione appare quanto mai isolata, contestata come è non solo dalle forze della resistenza ma anche da tutti gli altri movimenti politico-religiosi di quella comunità. Ieri infatti il portavoce del Consiglio per il dialogo nazionale – organizzazione-ombrello di vari gruppi sunniti – ha accusato il Partito islamico di aver «rotto il consenso nazionale che aveva retto per diversi mesi» e ha ribadito l’indignazione a votare “no” nel referendum; una posizione che si aggiunge a quella di rifiuto del progetto di Costituzione già espressa dall’autorevolissimo Consiglio degli ulema, di fatto la massima autorità religiosa sunnita. E questo atteggiamento di contrarietà non può che essere rafforzato dalla contrapposta dichiarazione del massimo leader sciita, l’ayatollah Al Sistani, che sempre ieri ha ripetuto l’invito ad andare a votare e a votare “sì” perché – ha detto un suo portavoce – i cambiamenti apportati al testo, nel senso della sua emendabilità, «hanno rimosso gli ultimi ostacoli».

Una contrapposizione netta, come si vede, che tuttavia non riflette un conflitto tra sciiti e sunniti in quanto tali, almeno a livello del popolo, ma il contrasto fra una leadership che ha scelto di collaborare con gli occupanti per assicurarsi il potere e un’altra che mette invece al primo posto la salvaguardia della integrità statale e della identità nazionale dell’Iraq. Quanto al clima di cui parlavamo, è presto detto: da ieri migliaia di uomini della Guardia nazionale hanno costellato di posti di blocco e sbarramenti le vie di Baghdad e circondato con filo spinato i seggi elettorali; da ieri sera a lunedì è in vigore il coprifuoco dalle 22 alle 06, sono chiusi i valichi di confine e l’aeroporto di Baghdad, è vietato spostarsi da una provincia all’altra e dalle 22 di domani alle 06 di domenica sarà vietata la circolazione di tutti i veicoli «non autorizzati». Un voto blindato e irregimentato insomma. Per aggiungere un tocco di propaganda anche troppo facile, è stato riconosciuto il diritto di voto a circa diecimila detenuti di Abu Ghraib e di altri centri di prigionia gestiti o controllati dagli occupanti, centri nei quali le operazioni elettorali sono state anzi anticipate alla giornata di ieri; una fonte ha precisato che tale diritto è stato garantito «anche a Saddam Hussein». Ma il commento più efficace, anche se indiretto, alla sceneggiata elettorale di domani è venuto dal ministro della Difesa britannico Straw, il quale in un dibattito televisivo della Bbc si è detto «ottimista» perché «da qui a cinque o dieci anni vedremo l’Iraq diventare stabile e la democrazia consolidarsi». Si vota dunque per garantire altri dieci anni di occupazione. Al dibattito della Bbc partecipavano diversi genitori di soldati caduti che hanno ribadito la richiesta di ritiro immediato dall’Iraq.