«Iraq, dobbiamo cambiare tattica»

«La situazione è difficile. Il nemico è attivo. Dobbiamo rivedere le nostre tattiche». A parlare, in un tono franco assai inusuale che denota una crescente difficoltà, è il comandante in capo, in un’intervista all’Associated press. Dopo aver accettato il paragone con il Vietnam, ieri George W. Bush ha concesso un’altra ammissione: ««Una delle ragioni per cui subiamo più perdite è che il nemico è attivo, come lo sono le nostre truppe». Così, l’inquilino della Casa bianca ha annunciato imminenti incontri con il generale John Abizaid, comandante dei fronti di guerra nel Grande Medio Oriente, e il generale George Casey, comandante del contingente in Iraq.
Incontri e revisioni di tattiche dovuti probabilmente all’intensificarsi delle azioni di guerriglia e all’aumento impressionante di perdite da parte delle truppe Usa: ad ottobre sono stati uccisi 80 soldati, una cifra record che lo caratterizza quasi come il mese più letale dall’inizio del conflitto. Le elezioni di midterm si avvicinano a passi da gigante e il presidente sembra «incapace di proporre argomenti convincenti da dare all’opinione pubblica americana rispetto all’Iraq», come fa notare un editoriale al vetriolo comparso ieri pomeriggio sul sito del New York Times.
Sul terreno la situazione è in effetti prossima alla guerra civile, con continui scontri inter-comunitari e quotidiane azioni di guerriglia contro le truppe d’occupazione. A esplodere, ieri è stata Amara, città a maggioranza sciita a 365 chilometri a sud di Baghdad lasciata nell’agosto scorso dai militari britannici alle forze regolari irachene. Qui gli scontri si susseguono con brevi pause da più di 24 ore e hanno già lasciato sul terreno una ventina di morti e un centinaio di feriti. Una battaglia strada per strada che vede contrapposti reparti della polizia e uomini del cosiddetto Esercito del Mahdi (gruppo che fa capo al giovane leader Moqtada al Sadr), a dispetto degli appelli alla calma e delle profferte negoziali. Tutto è cominciato l’altroieri con un episodio apparentemente secondario: l’arresto del fratello di un comandante locale del Mahdi accusato di aver ucciso il giorno precedente con un ordigno rudimentale un ufficiale degli organi di sicurezza iracheni. La scintilla ha fatto tuttavia divampare l’incendio, con sparatorie e incursioni che si sono protratte per tutta la notte e la mattinata di ieri.
Tra i morti si contano oltre 10 ribelli, ma vi sono vittime anche nelle file dei poliziotti e tra i civili. Mentre non si contano le stazioni di polizia e gli edifici pubblici attaccati dai miliziani con lanciagranate (Rpg) e kalashnikov. Per cercare di placare gli animi il premier iracheno Nuri al-Maliki (sciita anch’egli e impegnato da tempo a cercare un compromesso col Mahdi) ha inviato il ministro della sicurezza nazionale. Ed è riuscito alla fine a ottenere dallo stesso Sadr un appello alla calma e un’esortazione ai miliziani inferociti a cessare il fuoco, pena la scomunica. Ma l’effetto non è stato immediato, malgrado le rassicurazioni del ministro secondo cui i ribelli non avrebbero più il controllo della città.
Anche il comando del contingente inglese in Iraq ha definito «grave» l’entità degli scontri di Amara. Tanto che il ministero della difesa di Londra non ha escluso di mandare propri rinforzi a sostegno delle unità irachene, appena due mesi dopo aver ritirato le truppe dalla zona poiché la loro presenza era avvertita come provocatoria dai miliziani sciiti.
Gli incidenti di Amara non sono del resto un fatto isolato. E avvengono sullo sfondo di un’escalation di tensioni alimentata anche dal Consiglio dei Mujaheddin, braccio iracheno di al Qaeda, come nel caso di Ramadi: città sunnita dove ieri si sono registrati violenti scontri fra miliziani tribali, appoggiati dalla polizia, e seguaci dello stesso Consiglio dei Mujaheddin, che l’altroieri erano sfilati armati in strada per propagandare la nascita di un autoproclamato Califfato islamico separato su parte dell’attuale territorio dell’Iraq. Altrove, Baghdad compresa, disordini e massacri si colorano di ostilità interconfessionali tra sunniti, comunità dominante ai tempi deposto del regime di Saddam Hussein, e sciiti, forti oggi della maggioranza numerica nel paese.