Iraq, dal filmato Rai ancora tortura in carcere

Il ministro dell’Interno iracheno Bayan Jabr respinge con sdegno le accuse: nelle sue carceri i prigionieri – sunniti, sciti o curdi che siano – vengono trattati umanamente anche se a custodirli ci pensano gli sciiti della Brigata Badr, la milizia del partito Sciri. Bacchettato dal comandante delle truppe Usa in Iraq, George W. Casey, che ha svelato lo scandalo dei 173 detenuti pestati e affamati, il primo ministro ha affidato l’inchiesta a uno dei sue vice, il curdo Rowsh Shaways. Immediatamente la notizia dei detenuti sunniti salvati dai valorosi marines è stata ripresa dai media di tutto il mondo ed è servita a bilanciare una giornata nera per il Pentagono. I valenti colleghi hanno potuto così esercitare tutto il loro sdegno ed evitare, una volta di più, di parlare della famosa inchiesta di Rai News 24 sulle armi proibite che, proprio ieri, ha costretto Washington e Londra alle prime ammissioni. Peccato perché, se qualcuno avesse guardato con attenzione la suddetta inchiesta avrebbe notato, fra le immagini dei civili arrostiti con le bombe al fosforo bianco, anche quella di un cadavere ammanettato e, con ogni evidenza, ucciso in modo molto meno rapido degli abitanti di Fallujah.
Di nuovo tortura, dunque, ma stavolta non si tratta di pestaggi, di umiliazioni sessuali o di profanazioni religiose. L’uomo è stato letteralmente grigliato – con metodi tradizionali, visto che la polizia irachena non dispone delle meraviglie tecnologiche dell’esercito Usa – e reca tracce di ferite da trapano sulle ginocchia, sulle spalle e sulla nuca, l’ultimo affondo che deve aver messo fine a sofferenze impossibili da immaginare. Pochi fotogrammi indigeribili, ma sufficienti per suscitare – crediamo – ben altro sdegno.

Nemmeno in questo caso si tratta di uno scoop. Senza nulla togliere alla pregevole inchiesta, il filmato utilizzato da Sigfrido Ranucci fa parte della ben più ampia documentazione che i medici iracheni riuscirono a fare uscire dall’Iraq un anno fa, ed è stato girato con la stessa accuratezza e precisione degli anatomo-patologi che hanno documentato l’uso del fosforo bianco a Fallujah. Solo che è stato fatto a Baghdad ed è stato portato in Occidente da Mohi Al Din Al Obeidi, il rappresentante del consiglio degli Ulema che ha accompagnato i due medici all’incontro organizzato alla Camera da Silvana Pisa e Elettra Deiana parecchi mesi fa e del quale, a parte questo giornale, non ha scritto proprio nessuno. Eppure, oltre che agghiaccianti, le immagini erano prove inconfutabili di un crimine inconcepibile.

Inoltre, se mai fosse possibile, la vicenda ha un risvolto ancora più grave: l’uomo era un imam – ovvero un’autorità religiosa sunnita – come almeno altri ottanta desaparecidos prelevati dalla polizia irachena nelle case o nelle moschee per sospetta complicità con gli insorti. Per protestare contro gli arresti e, soprattutto, per ottenere la liberazione o almeno qualche informazione sulla sorte degli imam, le autorità religiose sunnite indissero perfino tre giorni di sciopero di tutte le moschee, un’iniziativa senza precedenti anche questa censurata dai media occidentali. La richiesta di avviare un’indagine internazionale sui metodi della polizia irachena addestrata dagli americani – i quali hanno pensato bene di assumere numerosi aguzzini dell’era Saddam – non è stata accolta da nessuno, malgrado le prove filmate e le perizie dei due medici che hanno accompagnato Mohi Al Din Al Obeidi nel tour europeo dell’estate scorsa. Attualmente le uniche due inchieste in corso sono quelle annunciate in queste ore dal governo fantoccio di Baghdad: la squadra di esperti che si recherà a Fallujah per indagare sugli effetti del fosforo bianco sulla popolazione civile – ma i cosiddetti esperti hanno almeno contattato i medici che compilarono un registro con i luoghi di sepoltura delle vittime? – e quella affidata ieri da al-Jaafari al suo vice – un curdo chiamato a indagare sul comportamento della milizia del partito sciita a cui appartiene il ministro dell’Interno. Forse il perfido Saddam può sperare nella clemenza della corte: in fondo anche lui, dopo avere gasato i curdi, aveva generosamente autorizzato un’indagine interna per verificare le possibili “violazioni”.