Iraq, da Abu Ghraib alle forche

Tre mesi di tempo per calare il sipario sul simbolo delle torture e dell’orrore statunitense in Mesopotamia. «Trasferiremo le operazioni da Abu Ghraib al nuovo Camp Cropper quando quest’ultimo impianto sarà terminato», ha annunciato ieri alla Reuters il colonnello Keir-Kevin Curry. «Non è stata ancora fissata alcuna data precisa, ma prevediamo di terminare nei prossimi due o tre mesi», ha concluso il portavoce dell’esercito americano. Camp Cropper, che ora ospita un centinaio di prigionieri di «massima sicurezza» tra cui lo stesso ex presidente Sddam Hussein, è poco distante da Abu Ghraib (4.500 reclusi), non lontano dall’aeroporto di Baghdad. In Iraq ci sono almeno altre quattro grosse prigioni dove, sotto controllo degli occupanti, vengono rinchiusi i guerriglieri o semplici sospettati di fare parte della resistenza. Un altro portavoce Usa, il colonnello Barry Johnson, ha spiegato così la decisione del Pentagono: «La prigione di Abu Ghraib è in una regione esposta agli attacchi ed è difficile da difendere, abbiamo sempre avuto l’intenzione di spostare i detenuti in un posto più sicuro». «Ci sono altri fatti che riguardano Abu Ghraib – ha proseguito Johnson -. Fattori emotivi, ma per noi la ragione primaria di questa scelta è sempre stata la sicurezza».

La notizia della chiusura del penitenziario da cui due anni fa partì lo scandalo delle fotografie scattate dai militari Usa mentre torturavano e umiliavano sessualmente detenuti musulmani arriva quattro giorni dopo la pubblicazione di un rapporto di Amnesty international che mette sotto accusa il modo in cui Washington tratta i prigionieri iracheni: oltre 14.000 detenuti «di sicurezza», condizioni carcerarie drammatiche, continuo utilizzo della tortura, denunciava il documento. Un altro rapporto, questa volta del Dipartimento di stato Usa, ieri ha segnalato che nel corso del 2005 sono aumentate le violenze e le torture da parte del governo di Baghdad e dei suoi agenti.

Proprio il giorno in cui gli americani fanno sapere di voler chiudere un carcere divenuto tristemente famoso per le immagini del soldato Graner e della sua collega England che seviziavano detenuti legati e incappucciati, il nuovo governo di Baghdad – quello che le democrazie occidentali rivendicano con fierezza d’aver fatto eleggere al posto del dittatore Saddam – esegue le prime condanne a morte di «terroristi». Tredici presunti guerriglieri sono stati impiccati ieri nella capitale. Secondo la televisione filo-governativa al Iraqiya avrebbero confessato «di essere combattenti al servizio della Siria».

Mentre nel paese continuano gli attacchi tra sciiti e sunniti, a Washington gli uomini che avrebbero dovuto portare la democrazia parlano ora di guerra civile. Davanti alla Commissione del Senato che deve dare il via libera ai 91 miliardi di dollari chiesti dal governo Usa per le guerre in Iraq e Afghanistan il ministro della guerra, Donald Rumsfeld, e il capo del Comando centrale, John Abizaid, hanno detto che la situazione sta cambiando: da guerriglia a guerra civile. Nell’azione più clamorosa di ieri un commando di uomini travestiti da forze speciali del ministero dell’interno ha sequestrato 50 membri di una ditta che fornisce servizi di sicurezza per le compagnie telefoniche straniere. La maggior parte dei sequestrati erano ex militari sotto il regime di Saddam. Il processo politico è bloccato. Il governo, a quasi due mesi dal voto, non riesce a formarsi: ieri è stato deciso uno slittamento al 19 marzo della prima riunione del parlamento: sunniti e curdi non hanno intenzione di togliere il veto contro la nomina a premier dello sciita Jaafari.