Iraq, «Bush mentì alla nazione»

Per l’uomo che il quotidiano della capitale statunitense ha definito in un editoriale «il presidente che sta scomparendo », perché ai minimi storici nei sondaggi, l’ultima rivelazione del Washington post può rappresentare un colpo durissimo. Il 27 maggio 2003, due giorni prima di dichiarare trionfalmente: «Abbiamo trovato le armi di distruzione di massa», George W. Bush avrebbe ricevuto dal ministero della difesa un rapporto nel quale si negava che i silos trovati in Iraq contenessero armi chimiche. Un documento del Pentagono, compilato da nove esperti statunitensi e britannici, aveva concluso all’unanimità che quei rimorchi carichi di contenitori rinvenuti nel nord della Mesopotamia non avevano nulla a che vedere con armamenti chimici. Il comandante in capo dell’avventura irachena ha dunque – secondo il giornale che fece scoppiare lo scandalo «Watergate» che costrinse alle dimissioni il presidente Nixon – mentito alla Nazione. Per un anno, dopo la presunta balla di Bush, l’Amministrazione Usa continuò a sostenere che quei rimorchi abbandonati nel deserto fossero dei laboratori mobili per la fabbricazione di armi chimiche: un tentativo di giustificare in extremis l’occupazione militare dell’Iraq. La Casa Bianca ora si difende definendo l’articolo del post «un rimaneggiamento » e «irresponsabili» le accuse in esso contenute. Ma il sostegno per chi ha condotto la campagna che è costata finora la vita a 2.363 soldati americani e a un numero di civili iracheni compreso (secondo le stime di Iraq body count) tra 34.030 e 38.164, crolla. Ora il gradimento dei cittadini americani nei confronti di Bush è al 38%. E a contestarlo, oltre a un numero sempre crescente di «cittadini comuni » sono i generali che hanno vissuto il disastro di Baghdad sul campo di battaglia. «Credo che ci sia bisogno di un nuovo inizio al Pentagono. Abbiamo bisogno di un capo che capisca il lavoro di gruppo, che vada avanti senza minacce », ha dichiarato ieri alla Cnn il generale John Batiste, l’ultimo di una serie di graduati a mettere in evidenza i fallimenti del ministro della guerra Donald Rumsfeld e a chiedere le sue dimissioni. Critiche che suonano ancora più impietose dopo il brusco risveglio di aprile. Se marzo era stato per l’esercito più potente del mondo uno dei mesi meno difficili, questo mese è iniziato malissimo: almeno 36 soldati uccisi, in dodici giorni, già superato il totale (31) del mese precedente. E mentre – come riferiscono i pochi corrispondenti della stampa estera – per le strade delle città irachene vengono raccolti quotidianamente decine di cadaveri di vittime della cosiddetta «violenza interconfessionale » il ministro dell’interno, quel Bayan Jabr accusato dai sunniti di essere il mandante di centinaia di esecuzioni, ammette per la prima volta l’esistenza degli squadroni della morte. In un’intervista concessa alla Bbc Jabr ha però affermato che i commandos che sono ritenuti responsabili della sparizione e uccisione a sangue freddo di un numero imprecisato di civili (le vittime sarebbero 1.300 soltanto negli ultimi 30 giorni) non sono alle dipendenze del suo ministero, ma di un’agenzia creata quando gli americani gestivano ancora ufficialmente il potere a Baghdad, attraverso l’Autorità provvisoria della coalizione (Cpa). Jabr ha accusato esplicitamente la Facility protection service, una forza armata istituita a suo tempo per proteggere gli uffici governativi dagli attacchi della guerriglia. «Sono fuori controllo»: così Jabr ha descritto i 150.000 uomini alle dipendenze della Fps.