Iraq, Bush accelera il disastro

È diventato ufficiale ieri: il nuovo «piano» per l’Iraq sarà illustrato da George Bush alla nazione alle nove di mercoledì sera, quando in Italia saranno le tre del mattino di giovedì. Ma che si tratti davvero qualcosa di «nuovo» ci sono molti dubbi. La vera novità intanto arriva dal Washington Post che – citando fonti del ministero della sanità iracheno – ha riferito ieri che nel secondo semestre del 2006 le vittime civili della guerra sono state 17mila, il triplo del primo semestre dell’anno scorso. Cifre che fanno assumere alla contabilità delle vittime del conflitto dimensioni mostruose.
La «riflessione» di due mesi esatti (è cominciata il 7 novembre, giorno della batosta elettorale) ha portato tante cose, a cominciare dalle sostituzioni a catena di quasi tutti quelli coinvolti nella guerra, ma le sole vere novità che Bush sta per annunciare riguardano l’aumento delle truppe in Iraq, con la cifra «ultima» che sembra essersi attestata sui 20.000 soldati, e sul «tempo necessario» per risolvere il problema indicato in «due o tre anni». Le altre, più che novità sono le cose che l’amministrazione ha sempre detto e che stavolta, data la solennità che è stata data alla faccenda, si appresta a ripetere con maggiore enfasi.
La prima è che il governo iracheno deve accelerare i tempi nella creazione di proprie forze armate e di polizia abbastanza efficaci da assicurare da sole il mantenimento dell’ordine; un’altra è che deve essere assicurata ai sunniti una maggiore presenza nel governo iracheno in modo che almeno una parte di loro si senta «partecipe» di quella che Bush ama chiamare «la nuova, giovane democrazia»; un’altra ancora è che ci vogliono nuovi stanziamenti per incrementare l’economia irachena (non è chiaro se si continuerà con i contratti senza licitazione concessi alle compagnie controllate dalla Halliburton, nelle cui casse gli stanziamenti fatti finora sono in gran parte finiti) e l’ultima è che i proventi che vengono dalla vendita del petrolio siano «equamente ripartiti» fra sciiti, sunniti e curdi, che neanche i sostenitori più devoti osano definire una novità.
La giustificazione per l’aumento delle truppe è data da quella che almeno sulla carta passa per una «differenza tattica» rispetto al passato. Finora – spiegano infatti i nuovi capi militari, forse per convinzione ma più probabilmente per dare a Bush il destro di sottintendere che se finora le cose sono andate male la colpa è dei generali appena sostituiti – la norma è stata di pattugliare «a sorteggio» i quartieri di Baghdad ed altre zone del paese o di piazzare, sempre a sorteggio, dei posti di blocco, il che ha finito per trasformare i soldati in bersagli e per diventare la «fonte primaria» delle perdite americane. Il cambiamento, adesso, sarà che i soldati non si limiteranno a pattugliare ogni tanto le zone considerate «pericolose», ma vi si instaureranno, in modo da tenerle costantemente sotto il loro controllo e consegnarlo bene ordinato alle forze irachene quando saranno «pronte». Conclusione: la «riflessione» – se il discorso di Bush corrisponderà a queste indiscrezioni – è servita alla cacciata «simbolica» di Donald Rumsfeld e a quella «consolatoria» dei generali ma anche alla negazione di tutti i «suggerimenti» ricevuti, a cominciare da quelli del famoso gruppo bipartisan dei «saggi», che per un momento era stato salutato come la cosa più concreta che questa amministrazione potesse produrre e del quale non si parla più da settimane. Bush, diceva l’altro giorno il New York Times, si comporta come se il 7 novembre non fosse accaduto nulla. Ma il 7 novembre c’è stato e i democratici sembrano decisissimi, almeno per ora, a dare battaglia. Joseph Biden, diventato il nuovo presidente della commissione Esteri del Senato, è stato il più brutale («Bush mira a vivacchiare per i suoi due ultimi anni in modo che sia il prossimo presidente a spedire gli elicotteri nella zona verde di Baghdad per raccogliere la gente dai tetti», ha detto evocando le immagini drammatiche della fuga da Saigon nel 1975) ma anche il più sconsolato. «Costituzionalmente parlando – aggiunge infatti – se vuole può continuare questa guerra all’infinito». Ma su questo la Nancy Pelosi – il nuovo speaker della Camera che ha già scritto una lettera assieme al capo dei senatori Harry Reid per fare presente la loro opposizione all’aumento delle truppe – dice che, certo, il Congresso non può dichiarare la fine della guerra, ma «se Bush vuole aumentare le truppe deve spiegarne con cura la ragione, se vuole più soldi noi vogliamo sapere per filo e per segno come intende spenderli». In definitiva, dice la battagliera «liberal» californiana, «il tempo degli assegni in bianco è finito. Prima il presidente se ne rende conto e meglio è».