Iraq, bomba contro Allawi

La guerriglia colpisce l’ufficio del premier. A sei giorni dal voto Allawi annuncia: catturato il braccio destro di Zarqawi, confezionò 23 autobombe, anche quella che uccise l’inviato Onu de Mello

La sorpresa per la grossa esplosione che è rimbombata ieri mattina verso le otto in tutta la capitale irachena per l’autobomba davanti alla sede del partito del premier Iyad Allawi, l’Iraqi National Accord, ai margini della Zona verde (cinque poliziotti uccisi o dieci feriti, a seconda delle fonti) è durata pochi minuti. Il tempo di qualche commento, una scrollata di spalle, e gli operai in tuta rossa impiegati a mettere e togliere da tempo immemorabile le mattonelle sul lungo-Tigri, sono tornati stancamente al lavoro proteggendosi alla meglio dal freddo. Il governo ad interim di Iyad Allawi ha annunciato di aver arrestato, il 15 gennaio, Abu Omar al Qurdi, braccio destro del terrorista giordano al Zarqawi ed esperto confezionatore di auto-bomba. Al Qurdi sarebbe il responsabile di 32 attentati con macchine imbottite d’esplosivo, compreso quello che, nell’agosto 2003, colpì l’ufficio dell’Onu a Baghdad, uccidendo 22 persone, tra cui il rappresentante delle Nazioni unite Sergio Vieira de Mello. Così se Al Zarqawi resta uccel di bosco, a pochi giorni dalle elezioni l’esecutivo fantoccio di Allawi annuncia l’arresto del suo vice che – ha assicurato un portavoce del premier – ha già confessato di aver confezionato il 75% delle autobombe fatte esplodere fino ad oggi in Iraq. Ma restano molti dubbi sia sull’importanza dell’arrestato sia sul perché la sua cattura sia stata resa pubblica solo ieri.

Intanto i ristoranti per il masguf, una carpona cotta al calore di grandi fuochi a legna, sono ormai deserti e vuoti, e la strada fangosa, una volta teatro di passeggiate e giochi, è ridotta ad una specie di pista percorsa ad alta velocità dai gipponi dei contractors diretti al di là del filo spinato e delle fortificazioni che tagliano la strada poco prima del Palestine e dello Sheraton Hotel. Gli operai, dopo essersi guardati l’uno con l’altro con l’aria «era sicuro, le bombe arrivano sempre alle otto» continuano a mettere le mattonelle di cemento e a spazzare i bordi della strada in modo tale che se ci fosse un qualche ordigno esplosivo sarebbero loro a saltare e non i costosissimi Suv con i mercenari bianchi.

«Elezioni? Quali elezioni?» ci dice il capo cantiere al quale abbiamo chiesto cosa ne pensasse del voto di domenica trenta gennaio imposto dagli Usa per designare i 275 membri dell’assemblea nazionale che dovrebbe eleggere un governo provvisorio e redigere una nuova costituzione ma negli stretti binari fissati da Washington : «È strano come tutto il mondo parli di queste elezioni – continua il geometra incaricato della pavimentazione – che a noi porteranno solo guai, lutti e nuove distruzioni, come se fossero un fatto positivo. Per me sono congegnate in modo da far apparire come democratico il prossimo governo già deciso dagli americani per legittimare la loro presenza in Iraq. E poi che scelta è quella tra un agente della Cia come Allawi e gli integralisti filo-iraniani del Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iraq alleati con un ladrone come Chalabi? In realtà le hanno convocate solamente per farci sbranare tra noi».

Tra i lavoratori in tuta rossa il disinteresse per le elezioni è pressoché totale. In generale gli sciiti più religiosi sembrano propensi a votare per la lista unitaria sciita sostenuta dalla massima autorità religiosa di questa corrente dell’Islam, l’ayatollah Ali al Sistani: «Venerdì alla moschea mi hanno assicurato che se non voto per loro vado all’inferno» ci dice uno stradino poco più che diciottenne ma sembra disposto a farlo solo come dovere religioso non per esprimere un sostegno a quei partiti o candidati. I suoi amici che simpatizzano per al Sadr lo prendono in giro per la sua fedeltà a Sistani e giurano che non andranno mai a votare finché ci saranno gli americani in Iraq. I curdi fedeli come sempre, voteranno per la lista unitaria messa in piedi da Massoud Barzani del Partito democratico del Kurdistan e da Jalal Talabani dell’Unione patriottica del Kurdistan ma forse non tutti quelli di Baghdad. La campagna elettorale è del tutto inesistente e come potrebbe essere altrimenti in piena guerra con gli elicotteri che passano bassi, le principali strade sbarrate con il filo spinato, i soldati americani che avanzano da un angolo all’altro nell’ attesa di un nemico invisibile, una resistenza che ormai opera anche nel centro della città? Per non parlare di Falluja rasa al suolo dove ancora si combatte e delle città come Ramadi, Samarra, Mosul, e tanti altre meno note assediate dall’esercito. Nessuno conosce i nomi dei candidati dal momento che sono segreti tranne i primi due o tre di ogni lista. Nessuno conosce i programmi dei partiti per il semplice fatto che non ci sono neppure i partiti. Nessuno, fino alla mattina di domenica, saprà neppure dove dovrebbe recarsi alle urne perché anche il luogo dei seggi rimarrà top secret fino all’ultimo. Inoltre non si potrà circolare in auto, né spostarsi da una città all’altra. Gli eletti saranno indicati sulla base dei risultati di un collegio unico nazionale proporzionale, un sistema che in un paese caleidoscopio come l’Iraq ha finito per negare rappresentanza alle realtà locali, e recidere qualsiasi legame tra elettori e candidati. Una necessità questa per gli occupanti visto che i cosiddetti partiti loro alleati a livello locale hanno radici assai esili e non inesistenti. Non c’è stata del resto nessuna possibilità di fare comizi ad eccezione di qualche incontro elettorale nelle moschee per i partiti religiosi e presso le case private per i laici e alcune trasmissioni televisive che nessuno vede anche perché manca la luce. Pochi i manifesti e nei volantini i candidati hanno pensato bene di mettere invece dei loro volti sconosciuti, le foto dei vari capi religiosi di riferimento. Interessante il fatto che i pochi disposti a votare si giustificano dicendosi sicuri che così «cacceremo via prima gli americani».

Lo schema astensione sunnita-voto sciita in realtà non dà un’idea reale della situazione, assai più complessa. In realtà, come vi sono sciiti che hanno dato indicazione di astenersi come l’ayatollah Jawad al Khalisi animatore del Fronte interetnico, laico e religioso «Iraqi National Foundation Congress», così vi sono alcuni sunniti che invece andranno a votare o che si presentano comunque alle elezioni come il noto Adnan Pachachi, ex ministro degli esteri pre Saddam o tutta una serie di capi tribali legati al premier Allawi e al presidente Yawar, o i seguaci del Movimento monarchico costituzionale di un cugino dell’ultimo re dell’Iraq, lo Sherif Ali. La resistenza, da parte sua, ha assunto anch’essa atteggiamenti piuttosto variegati che vanno dalla «guerra alle elezioni in quanto trappola per mandare al potere gli sciiti», secondo un messaggio di due giorni fa del misterioso Abu Musab al Zarqawi, o dell’altrettanto radicale Ansar al Sunna, ad una sorta di disinteresse nei confronti dell’evento considerato semplicemente una farsa degli occupanti, tipico dei gruppi più moderati o nazionalisti più vicini alle posizioni dell’ex partito Baath, dei fratelli musulmani o di alcuni gruppi salafiti. Diverso anche il modus operandi: mentre i primi fanno saltare i commissariati con dentro le milizie filo-Usa i secondi, come è successo ieri, li fanno saltare dopo aver fatto uscire gli agenti. Differenza non di poco conto. Soprattutto per gli agenti.

I nazionalisti e gli islamisti più tradizionali poi non sembrano poi affatto convinti della opportunità di andare ad uno scontro frontale con il poderoso sistema militare americano messo in campo in questi giorni e si preparano invece ad un lungo conflitto. La prospettiva di un voto che vedrà una forte astensione tra gli sciiti e un boicottaggio pressoché totale da parte dei sunniti preoccupa non poco alcuni settori dello stesso establishment americano dal momento che toglierà ogni legittimazione alle elezioni stesse e soprattutto porterà ad una costituzione che non potrà essere approvata dalla maggioranza del paese gettando ancor più l’Iraq nel caos. Caos che forse è il vero obiettivo dell’amministrazione americana in Iraq in quanto ottima giustificazione per non lasciare più la cassaforte petrolifera del Medioriente.