Iraq, blitz Usa contro l’Iran

Il presidente americano George Bush, pur di non essere sconfitto in Iraq, sembra deciso a portare fino alle estreme conseguenze quella che potremmo chiamare una sorta di «Opzione Sansone», trascinando nella distruzione totale non solo l’Iraq ma l’intera regione. E’ quanto emerge dalle battaglie, con l’intervento dell’aviazione, nella zona centrale di Baghdad di questi ultimi giorni, dai piani per suddividere i quartieri della capitale in ghetti circondati da muri e reti metalliche e soprattutto dal blitz con il quale le teste di cuoio americane hanno assaltato ieri la palazzina del consolato iraniano nella capitale regionale curda di Erbil arrestando cinque tra funzionari e diplomatici e portandosi via documenti e computer.
Le autorità locali curde sarebbero state colte del tutto di sorpresa, al punto che peshmerga curdi, ad un certo punto, stavano sul punto di bloccare gli americani con i loro ostaggi all’aeroporto di Erbil. Ne sarebbero seguiti momenti di forte tensione. I leader curdo-iracheni hanno espresso tutto il loro nervosismo per l’attacco Usa e per bocca del presidente iracheno Jalal Talabani hanno chiesto la liberazione degli iraniani arrestati.
Il comando delle forze Usa a Baghdad, da parte sua, ha fatto laconicamente sapere ieri in serata che i sei sequestrati sono «sospettati di essere coinvolti in attività ostili alle forze multinazionali e alle forze irachene». L’attacco sarebbe una prima applicazione della nuova strategia di Bush nella regione: «Siria e Iran hanno fatto la scelta di avere una funzione destabilizzante» ha spiegato ieri il segretario di stato Condoleezza Rice e quindi dovranno aspettarsi altri attacchi di questo tipo. Altro che raccomandazioni del comitato bipartisan Baker-Hamilton. Qui siamo in pieno delirio «neocon». Durissima la reazione del governo di Tehran che ha convocato per spiegazioni l’ambasciatore elvetico in Iran. La Svizzera infatti tiene i contatti diplomatici tra Stati uniti e Iran dopo la rottura del 7 aprile 1980 quando gli studenti iraniani occuparono l’ambasciata americana e presero in ostaggio funzionari e diplomatici Usa. L’attacco al consolato iraniano è stato anche un avvertimento al governo iracheno curdo-sciita del premier al Maliki al quale l’amministrazione Bush, per bocca di Condoleezza Rice, ha rivolto ieri un umiliante monito: gli Usa sono pronti ad aiutarlo ma deve rendersi conto che si tratta di «un governo a termine» e che «la pazienza dell’America ha un limite». Washington offre all’esecutivo curdo-sciita il suo peso determinante per schiacciare la resistenza e gli ha promesso 4.000 blindati, 1800 veicoli trasporto truppe «Humvee», 16 elicotteri e ora altri 21.000 soldati, ma i partiti filo-iraniani, ai quali Washington ha già consegnato l’esercito e la polizia, dovranno, almeno temporaneamente, mettere il silenziatore alle loro milizie e metterne sotto controllo i settori più estremi. Abdel Aziz al Hakim il leder del partito iraniano di governo, il «Consiglio supremo per la rivoluzione islamica», nel corso della sua recente visita alla Casa bianca, avrebbe accettato la proposta di Bush in cambio di un’entità sciita nel sud dell’Iraq. Più incerta la posizione di Moqtada al Sadr – e dello stesso al Maliki da lui sostenuto – ammonito ieri a starsene buono durante l’imminente offensiva Usa dallo stesso leader supremo sciita, l’iraniano ayatollah al Sistani. L’attacco di Erbil conteneva però anche un monito alle autorità curde, e al presidente Jalal Talabani, perché cessino di «stare alla finestra» dedicandosi solo alla pulizia etnica per conquistare la città petrolifera di Kirkuk e invece inviino i loro peshmerga, addestrati dai consiglieri israeliani, a dare man forte agli Usa contro le milizie sciite di Moqtada al Sadr.
Il piano per rioccupare Baghdad delineato ieri dalla stampa Usa in realtà non sembra affatto nuovo ma sa moltissimo di controguerriglia coloniale. L’esercito Usa si appresterebbe infatti a separare la capitale Baghdad dal resto del paese e i suoi quartieri l’uno dall’altro, con muri, reti e sbarramenti, come sta facendo l’esercito israeliano nella West Bank. Ogni sezione della città sarà chiusa da posti di blocco e vi si potrà entrare solamente da una o due entrate sorvegliate dai militari. Si tratterà di veri e propri ghetti o, come ha scritto il «Los Angeles Times», di «comunità blindate» che ricordano i campi creati dagli inglesi in Malaya contro la resistenza comunista negli anni ’50, i villaggi strategici in Vietnam ma anche le operazioni condotte dal generale Massu nella casba di Algeri. Paragoni questi formulati dallo stesso Manuale Usa di contro-guerriglia redatto sotto la guida del generale David Petraeus, il nuovo comandante delle forze Usa in Iraq.