Iraq, attacchi senza tregua

Una «festa del sacrificio», quella che inizia oggi oggi in Iraq, senza montoni da sacrificare, senza regali, senza gioia, e piena di preoccupazioni per il futuro e per l’oggi minacciati entrambi dalla miseria, dalla disoccupazione, dalla mancanza di servizi essenziali e di ogni sicurezza. La festa del sacrificio, che inizia oggi, si riferisce al racconto del Corano nel quale si ricorda come Dio permise ad Abramo di sacrificare una pecora al posto di suo figlio Ismaele (nel vecchio testamento si tratta invece di Isacco) e ancor oggi in questa occasione le famiglie musulmane si ritrovano per sacrificare una pecora e distribuirne la carne tra i parenti e i poveri della zona. Pochi però potranno farlo quest’anno nell’Iraq del libero mercato: il costo di una pecora è salito dai circa 30.000 dinari pre-occupazione a oltre 200.000 (30 dollari), al di fuori della portata della maggiora parte della popolazione, senza lavoro, senza salari, senza pensione. Le autorità di occupazione, invece di pensare alla vita quotidiana degli iracheni sono tutte intente a dividersi le spoglie del paese occupato. Ieri la banca centrale irachena -gestita dagli Usa- ha annunciato di aver dato licenza di operare nel paese alla National Bank del Kuwait, e a due istituti britannici la «Standard Chartered» e la «Hsbc». E’ la prima volta dal 1964, quando venne nazionalizzato il sistema bancario, che degli istituti di credito esteri possono operare di nuovo in Iraq. Ad essere in difficoltà sono adesso le banche irachene che nella seconda metà degli anni ottanta avevano riaperto i battenti permettendo al paese di sopravvivere all’embargo.

Non a caso una delle prime leggi dell’amministrazione americana, lo scorso settembre, è stata quella di permettere alle società estere di controllare al 100% quelle irachene, di portare all’estero il 100% dei profitti e di stabilire che il massimo di eventuali tasse sul reddito delle imprese non potrà superare il 15%. Parallelamente il ministero dell’industria ha redatto un elenco di 30 società di grandi dimensioni e di altre 150 compagnie statali che saranno privatizzate e praticamente svendute alle multinazioni americane, britanniche, e degli altri paesi che sostengon l’occupazione. Il saccheggio si estenderà presto anche all’industria elettrica tanto che la «faccia irachena» del ministero dell’energia americano, Ayham al-Samarrai, ha annunciato che, accanto alle società americane Bechtel e Parsons vicitrici di un contratto per 1,8 miliardi di dollari per ricostruire le infrastrutture irachene, centrali comprese, assegnato loro da Usaid, altre società straniere potranno costruire nuove centrali e gestirle in proprio per sempre o per periodi più limitati di tempo. Fino ad oggi, a quasi un anno dall’inizio della guerra, nonostante gli ingenti stanziamenti decisi dalle autorità di occupazione, l’energia prodotta in Iraq è ancora inferiore ai 4.400 Mw prodotti in Mesopotamia ai tempi dell’embargo. Un fatto che, accanto alla mancanza di benzina, incredibile in un paese come l’Iraq, e alla disoccupazione, è all’origine di un sempre più diffuso malcontento popolare che finisce per portare sempre nuove simpatie alla resistenza. Su questo sfondo drammatico ieri vi sono stati altri due devastanti attentati che sono costati la vita a tre soldati americani, a otto poliziotti iracheni e a due civili. Il primo è avvenuto lungo la strada che da Kirkuk porta a Tikrit quando una bomba artigianale è esplosa al passaggio di un convoglio Usa: tre marines sono stati uccisi e altri due sono stati feriti. Il secondo ha preso di mira una stazione di polizia di Mosul (la capitale del nord a circa 365 chilometri da Baghdad) , nei pressi dell’università. Un’auto bomba guidata da un attentatore suicida si è lanciata verso lo sbarramento posto a protezione della caserma riuscendo a superarlo per poi esplodere davanti all’edificio. La casermetta, nella quale è esplosa anche la santabarbara è andata praticamente distrutta. Nello scoppio sono morti dieci iracheni, otto guardie e due passanti. Tra i feriti gravi ci sarebbero molti alti ufficiali, due tenenti colonnello, un maggiore e un capitano della polizia.

Accanto alle azioni militari, alcuni settori della resistenza patriottica-islamista ieri, per la prima volta, hanno distribuito nel centro del paese, Tikrit, Falluja, Samarra, un volantino unitario nel quale si dichiarano pronti ad assumere il controllo delle città appena le truppe Usa si dovessero ritirare al di fuori dei centri abitati. Il volantino annuncia che verrà proclamato un coprifuoco di tre giorni per evitare saccheggi alle proprietà private e pubbliche, che durante tale periodo vigerà la legge marziale e saranno colpiti sia i saccheggiatori che i collaborazionisti. Il potere locale sarà quindi assunto, in attesa di nuove elezioni, da quei membri dei Consigli locali che non hanno collaborato con gli occupanti. Punto questo interessante dal momento che costituisce un’apertura verso quei notabili nominati dagli Usa nelle amministrazioni locali ai quali viene così proposto di passare con la resistenza. Il volantino è firmato da 12 gruppi della resistenza tra i quali troviamo, laici, arabi nazionalisti, senza partito, «patrioti iracheni», islamisti moderati, islamisti radicali sunniti, gruppi di ufficiali e soldati favorevoli ad una sorta di Baath senza Saddam Hussein. Tra i firmatari l’«Iraqi patriotic islamic Resistence», la «Free Iraqi army», l’«Iraqi Liberation Army», il «Movimento Salafita per la Predicazione e il combattimento», «I Mujaheddin dell’Iraq occidentale», l’«Esercito di Mohammad», e l’«Esercito partigiano della Sunna». Intanto le milizie separatiste curde, alleate degli Usa, hanno risposto ieri alle assicurazioni date dal presidente Bush in persona al premier turco Erdogan sulla intangibilità delle frontiere dello stato iracheno, tentando, senza successo, di uccidere il leader turcmeno Hussein Maliand nel centro di Tuz Hurmatu, a sud di Kirkuk.