Iraq, arsi vivi per vendetta

La vendetta degli sciiti di Baghdad si è abbattuta contro il quartiere di Hurriah, già parzialmente «ripulito» dalla presenza sunnita l’estate scorsa. La rappresaglia per la strage di Sadr city di giovedì (il cui bilancio è salito a 215 morti) ieri ha fatto toccare nuovi picchi al terrore in cui è sprofondato l’Iraq dall’attentato alla moschea dalla cupola d’oro di Samarra, nel febbraio scorso. Almeno sei sunniti sarebbero stati cosparsi di kerosene e arsi vivi sotto gli occhi dei soldati dell’esercito regolare, quattro o più moschee sono state incendiate, decine di morti e combattimenti si registrano in quelli che continuano a essere definiti «scontri settari» ma che forse d’ora in avanti dovremo abituarci a chiamare guerra civile.
La notizia degli uomini dati alle fiamme è stata data dall’agenzia di stampa statunitense Associated press e confermata da Jamil Hussein, un ufficiale della polizia irachena. I quattro sarebbero stati fermati all’uscita di una delle moschee di Hurriah da un gruppo di miliziani sciiti che ha compiuto la barbara esecuzione sotto gli occhi indifferenti dei militari. Imprecisato il numero di luoghi di culto sunniti bruciati, alcune fonti parlano di quattro, altre sei. Almeno uno, quello di Nida Allah, sarebbe stato completamente distrutto. Il coprifuoco in vigore nella capitale non ha impedito alle milizie di attaccare Hurriah, adiacente ai quartieri interamente sciiti di Baghdad.
Ieri, venerdì, era giorno di preghiera per i musulmani. Le moschee di Hurriah sono state prese d’assalto e bruciate durante le preghiere di mezzogiorno. Gli abitanti del distretto però non sono stati presi di sorpresa e avrebbero reagito combattendo per ore contro le milizie. «Hanno attaccato quattro moschee con lanciagranate e mitragliatrici», ha raccontato alla Reuters Imad al Din al Hashemi, un docente universitario che ha preso parte alle operazioni di soccorso dopo la battaglia.
Al Hashemi ha contato 14 morti nel luogo di culto dove anch’egli stava pregando, mentre un’altra decina di persone sarebbero state ammazzate in una mosche vicina. La notizia degli attacchi è stata confermata dal vice primo ministro Salem al Zobaie, che non ha fornito dati precisi e si è limitato ad affermare che il coprifuoco verrà esteso. Fonti della polizia di Baghdad parlano in effetti di una trentina di morti.
Assaltatat anche la sede del Consiglio degli ulema sunniti, la moschea Umm al-Maarik. Secondo quanto riferito dalla tv araba al-Jazeera, un gruppo presumibilmente sciita ha lanciato alcuni razzi Hawn contro la sede del clero sunnita. Dall’altra parte un gruppo di miliziani ha fatto saltare in aria la sede del movimento del leader radicale sciita Moqtada Al Sadr a Baquba, a nordovest di Baghdad. «I ribelli hanno dato fuoco all’ufficio prima di farlo saltare con la dinamite», ha detto un ufficiale della polizia, precisando che non vi sono state vittime. Qualche ore prima dell’attacco, forze irachene e americane si erano recate nella stessa sede e avevano arrestato le cinque guardie dell’edificio.
Muqtada al Sadr, che pure avrebbe partecipato con il suo esercito del Mahdi alle violenze di Hurriah, ha accusato l’esercito americano delle violenze a Sadr city del giorno precedente e minacciato di uscire dal governo se, come annunciato, il primo ministro Nouri Al Maliki incontrerà il presidente Usa Bush in Giordania mercoledì prossimo. La fuoriuscita del gruppo di Sadr dalla maggioranza parlamentare che sostiene Al Maliki rappresenterebbe per quest’ultimo – ormai contestato anche dagli Usa per la sua incapacità di mantenere l’ordine – un duro colpo che potrebbe costringerlo alle dimissioni.
Di fronte ai massacri che si ripetono con tragica monotonia, la Comunità internazionale non sembra capace di far altro che registrare la situazione. «L’Iraq rischia di sprofondare in una spirale di violenza incontrollabile», ha dichiarato ieri il rappresentante speciale dell’Onu a Baghdad, Ashraf Qazi. «Crimini di questa portata – ha detto Qazi con riferimento al massacro di giovedì – accrescono le divisioni confessionali e possono far sprofondare il paese in una spirale di violenza incontrollabile, minacciando la struttura stessa della società e le prospettive di pace, tolleranza e unità». La Casa Bianca parla ormai il linguaggio di chi ha perso ogni contatto con la realtà. I colpi di mortaio che hanno fatto 215 morti a Sadr city per Scott Stanzel, portavoce del presidente Usa Bush, sono «un atto senza senso» che mira a creare instabilità, mentre gli Stati Uniti – che con l’invasione del 2003 hanno sovvertito gli equilibri di potere che tenevano in piedi uno stato unitario – «sono impegnati ad aiutare il popolo iracheno».
L’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom), un’agenzia delle Nazioni Unite con sede a Ginevra, ha denunciato che più di mille iracheni abbandonano ogni giorno le loro case per paura delle violenze settarie.