Iraq, al via bomba costituzionale

La nuova costituzione irachena viene approvata tra le proteste dei sunniti che parlano di «farsa e brogli», proprio nel giorno in cui il presidente degli Stati uniti, George W. Bush, colpito dalla notizia del soldato numero 2.000 caduto in Mesopotamia, annuncia che per «diffondere la pace e la libertà in Iraq» non è possibile ritirare le truppe ma, al contrario, saranno necessarie le vite di altri marines. Ninive, la terza provincia che – dopo le bocciature arrivate da Salahuddin e al Anbar – avrebbe potuto affossare il progetto con una maggioranza di «no» pari ai 2/3 più uno dei votanti non ha, secondo quanto reso noto ieri dalla commissione elettorale, dato ragione alla minoranza sunnita. Il 55,08% di voti contrari a Ninive sono ben lontani da quei due terzi che sarebbero stati necessari per riaprire i giochi. Alle elezioni del 15 dicembre prossimo si andrà dunque con l’attuale carta fondamentale che secondo l’ex minoranza al potere rischia di spaccare in tre parti il paese – con il petrolio nelle mani del sud sciita e del nord curdo – e declassare i sunniti a rango di spettatori del nuovo Iraq «progettato dagli Usa e dall’Iran».

Dopo dieci giorni di riconteggio delle schede ieri pomeriggio il commissario Farid Ayar ha annunciato che non è stata riscontrata alcuna frode significativa e che il risultato è una vittoria netta dei «sì»: 78,59% contro il 21,41% di voti contrari, con una partecipazione al voto del 63% della popolazione. Da Washington a Roma, passando per Londra, cantano vittoria le diplomazie che hanno voluto un conflitto che, a seconda delle stime, ha fatto tra i 30.000 e i 100.000 morti civili. «È un giorno storico per l’Iraq» esulta Scott McClellan, portavoce di Bush. Per il ministro degli esteri italiano, Gianfranco Fini, «la giornata di oggi (ieri, ndr) marca l’inizio di una nuova era di dialogo e riconciliazione fra tutti gli iracheni, al di là delle differenze etniche e religiose, e dimostra che la politica ha sconfitto la violenza terroristica». Identica la dichiarazione del segretario del Foreign office, Jack Straw.

I sunniti però non la pensano diversamente: Saleh al Mutlaq, membro del comitato incaricato di redigere la Carta, parla di «farsa» e denuncia la sparizione di intere urne nelle province a maggioranza sunnita che sarebbe stata organizzata per non far vincere i «no» in quelle aree. «La gente è sconvolta perché ha appreso che il suo voto è stato vanificato da una gigantesca frode elettorale», ha denunciato Mutlaq dagli schermi di al Arabiya, chiedendo l’intervento dell’Onu il cui segretario generele, Kofi Annan, ha festeggiato l’esito del voto. Un altro importante esponente sunnita, Hussein al Falluji, ha previsto un ulteriore bagno di sangue: «Tutti sappiamo che questo referendum è stato un imbroglio portato avanti da una commissione che non è indipendente, ma controllata dagli occupanti americani. La situazione può solo peggiorare».

Ed in effetti la guerriglia, dopo lo spettacolare attentato di lunedì agli hotel Palestine e Sheraton di Baghdad per i quali è arrivata la rivendicazione di Abu Musab al Zarqawi, ieri ha continuato a colpire in tutto il paese. Dieci morti e decine di feriti a Sulaimaniya, città curda del nord, nell’esplosione di tre autobombe. Due marines ammazzati a Baghdad, quattro contractors uccisi a Ramadi.

Il presidente americano, senza mai citare il numero dei soldati morti, ha parlato in una base aerea vicino a Washington: «Il modo migliore per rendere onore ai caduti – ha detto Bush – è di completarne la missione e vincere la guerra contro il terrorismo». Per il comandante in capo questo «è tempo di sacrifici, specie per i militari». Ma – ha avvertito il presidente – i sacrifici sono essenziali per vincere una guerra che richiede tempo e determinazione. Abbiamo ancora del lavoro da fare, abbiamo ancora dei rischi davanti».