Iraq, «A Qaim 40 civili uccisi dalle bombe Usa»

Per l’aviazione statunitense quelli di ieri mattina nel nord dell’Iraq sono stati bombardamenti di precisione contro una postazione di «terroristi stranieri» legati ad al Qaeda, ma fonti ospedaliere locali descrivono i risultati del martellamento dei caccia Usa in maniera opposta: un massacro di decine di civili, tra cui donne e bambini. Teatro dell’ennesima tragedia il villaggio di Betha, nei pressi di Qarabila, una cittadina vicina al confine con la Siria dalla quale le forze armate nord-americane cercano da settimane di scacciare i combattenti stranieri e jihadisti accorsi numerosi per combattere contro i marines che considerano «crociati che hanno invaso un paese islamico». «Il bersaglio del raid era un importante leader di al Qaeda. L’orario dell’attacco e l’utilizzo di munizioni guidate era inteso a evitare vittime civili», ha spiegato il colonnello David Lapan. Ma per gli iracheni è stata una strage d’innocenti.

Dall’ospedale di Qaim – dove sono stati trasportati i feriti – il dottor Ahmed al Ani ha parlato di quaranta morti, tra i quali 12 bambini. Le telecamere dell’Associated press television network (Aptn) hanno mostrato uomini che scavavano a mani nude tra le macerie di un edificio distrutto dai bombardamenti. In un appartamento vicino al palazzo demolito, tra donne che gridavano di dolore, giacevano i corpi senza vita di cinque persone, tra loro tre bambini. «Almeno venti persone innocenti sono state ammazzate dagli aeroplani americani – ha raccontato un uomo all’Aptn -. Perché gli americani uccidono delle famiglie? Dove sono i guerriglieri? Noi non vediamo alcuna democrazia, solo distruzione». Mohammad al Qarbouli – un leader tribale dell’aerea – ha confermato questa versione: «Non c’è nessun combattente qui, ma solo famiglie disarmate», ha dichiarato all’agenzia britannica Reuters.

Proprio i civili sono le vittime indifese dell’occupazione militare e degli attentati di quei gruppi che non distinguono tra obiettivi militari e semplici cittadini. Civili le cui sofferenze vengono tenute nascoste da chi sta devastando la Mesopotamia. Proprio ieri il Pentagono ha reso pubblico, su richiesta del parlamento statunitense, un rapporto che parla di 26.000 iracheni uccisi o feriti dalla guerriglia dall’inizio della guerra, nel marzo 2003. Nessuna distinzione tra vittime civili e agenti delle forze di sicurezza né, soprattutto, nessuna menzione degli innocenti ammazzati dalle truppe occupanti. «Iraq body count», un’organizzazione indipendente fondata da accademici e pacifisti, stima il numero delle vittime civili irachene tra 26.732 e 30,098 e ritiene che almeno il 37% di queste siano state causate direttamente dal fuoco americano o britannico, responsabile inoltre, sempre secondo gli stessi ricercatori, del ferimento di 42.000 cittadini innocenti. Ma, come ha chiarito ai giornalisti il portavoce del Pentagono Greg Hicks, «il dipartimento della difesa non mantiene un conteggio preciso delle vittime irachene». I morti con i quali gli Stati uniti sono invece costretti a fare i conti, giorno dopo giorno, sono i soldati caduti al fronte, altri sette ieri – 2.025 dall’inizio del conflitto – la maggior parte dei quali vittime delle famigerate mine artigianali (Ied in gergo militare). Ottobre 2005, con 90 militari statunitensi morti, è stato, subito dopo quello di gennaio (107 vittime) il mese di quest’anno in cui l’esercito Usa ha perso più uomini.

Una gran quantità di soldati dell’armata più potente del mondo muore da mesi non combattendo, ma perché i loro veicoli vengono fatti esplodere da bombe artigianali. Una situazione paradossale che per un altro portavoce del ministero della guerra, Lawrence Di Rita, avrà un esito ancora più assurdo: «Stiamo raccogliendo più informazioni che ci possano permettere di fermare questo tipo di attacchi – ha detto Di Rita all’Associated press -. Quindi noi stiamo imparando dagli insorti ma loro stanno imparando da noi e continuerà così fino a quando ci sarà la guerriglia».

E sono almeno 20 i morti e 45 i feriti provocati dall’esplosione di un’autobomba in tarda serata a Bassora, la seconda città dell’Iraq, nel sud sciita fino a qualche mese fa più «tranquillo» rispetto al resto del paese. Le vittime sarebbero soprattutto civili, anche se l’ordigno sarebbe stato lanciato – nella centralissima Algiers street – contro una pattuglia dell’esercito.