Iran: solo per Bush il tempo è scaduto

La risposta iraniana sulla crisi nucleare provoca reazioni differenziate. Gli Usa per le sanzioni, Russia e Cina contrarie, europei possibilisti. Khatami: «Il nostro diritto al nucleare pacifico fuori discussione»
Sicuri gli americani, possibilisti gli europei, fermi russi e cinesi. Queste schematicamente le prime e prevedibili reazioni alla risposta sul nucleare consegnata dall’Iran alle Nazioni unite il 22 agosto.
Bush e i suoi sono i più sicuri. Dal momento che nelle 21 pagine della risposta iraniana non è prevista la sospensione del processo di arricchimento dell’uranio – come aveva chiesto la risoluzione del Consiglio di sicurezza del 31 luglio che dava all’Iran un mese di tempo -, i 15 del Palazzo di vetro procederanno come previsto alle sanzioni contro Tehran.
Molto meno decisi Francia e Germani. Il presidente Jacques Chirac, al termine dell’incontro che ha avuto ieri a Parigi con la tedesca Angela Merkl, ha definito «ambiguo» il documento iraniano e il suo ministro degli esteri Philippe Douste-Blazy «per il momento non ancora soddisfaciente», anche se in un momento come questo la «peggior cosa da fare sarebbe provocare una escalation fra l’occidente e l’Iran da un lato e il mondo arabo e l’Iran dall’altro». Quindi, come ha confermato il cancelliere Merkl, pur se la controproposta di Tehran «ignora elementi importanti» (in sostanza la sospensione dell’arricchimento dell’uranio), «la porta rimane aperta». Uno si potrebbe chiedere con quale faccia la signora Merkl, leader di una Germania che ha appena venduto due sottomarini nucleari a Israele, paese che non ha mai firmato il Trattato di non proliferazione nucleare e possiede fra 200 e 400 bombe nucleari, possa esigere dall’Iran, che al contrario il Tnp l’ha firmato e fino a prova contraria vuole sviluppare la sua tecnologia nucleare a fini pacifici, la rinuncia, altrimenti peggio per lui.
Sulla stessa lunghezza d’onda di Francia e Germania l’Unione europea. Il superministro degli esteri, lo spagnolo Javier Solana, ha parlato di «elementi nuovi» contenuti nelle 21 pagine e annunciato prossimi incontri con Larijiani «per ottenere chiarimenti e vedere come il processo può andare avanti».
A Tehran, secondo quanto annunciato dalla Merkl a Parigi, andrà anche il segretario dell’Onu Kofi Annan, nel tentativo di convincere l’Iran a rinunciare all’uranio arricchito, in cambio delle contropartite in materia di commercio e tecnologia offerte dalla comunità internazionale.
Ferme sulle loro posizioni contrarie alle sanzioni Russia e Cina. Molto decisa la reazione di Mosca. Il ministro della difesa Serghei Ivanov, parlando dalla Siberia, ha definito «prematuro e anche inopportuno» parlare di sanzioni «di qualsiasi tipo» in questa fase, aggiungendo che il suo governo è favorevole «a ulteriori sforzi politici e diplomatici per risolvere la crisi sul nucleare». Anche perché ha aggiunto che «le precedenti esperienze» dimostrano come le sanzioni non «siano riuscite a raggiungere il loro scopo e a dimostrarsi efficaci».
Si vedrà cosa accardrà di qui al 31 agosto, che presumilmente non sarà la fine del processo nonostante la fretta (e la sicurezza) di Washington.
Sul piano di principio è difficile sostenere che l’Iran deve rinunciare al nucleare civile che il Tnp garantisce a ogni paese mentre si consente il nucleare militare a paesi «amici» come Israele, India e Pakistan. Tanto è vero che a dare una mano all’oltranzista Ahmadinejad è arrivato anche il suo predecessore, il moderato Mohaammad Khatami. «Il diritto dell’Iran a possedere tecnologia nucleare per scopi pacifici non è in discussione», ha detto l’ex presidente iraniano, condannando «le pressioni della comunità internazionale» che dovrebbe capire che «ogni forma di pressione sulla Repubblica islamica riguardo il suo programma nucleare non fa che rafforzare le ideologie e le tendenze estremiste in Iran e nella regione».