Iran, la “questione israeliana” ricade sul regime

Chiarito per bocca dello stesso presidente Ahmadinejad che l’Iran non ha nessuna intenzione di «cancellare Israele» con l’uso della forza (dichiarazione che è stata interpretata come una mezza marcia indietro) i dirigenti di Teheran mostrano di volere comunque mantenere la posizione e fanno fronte comune contro il coro di reazioni e di proteste che si sono levate a livello internazionale. Sono così scesi in campo sia il ministro che il vice-ministro degli Esteri e soprattutto la “guida spirituale” del regime, ayatollah Ali Khamenei, che unitamente ad Ahmadinejad ha duramente condannato quei regimi arabi che intendessero riconoscere lo Stato di Israele. «Sarebbe un crimine imperdonabile», ha detto il capo dello Stato senza riferimenti specifici, mentre Khamenei ha espressamente nominato l’Egitto, la Giordania e l’Arabia saudita definendoli «sottomessi» agli Stati Uniti e ammonendo i loro governanti che l’America «li condurrà all’annientamento con la creazione di regimi fantoccio».
Questo fuoco di sbarramento tuttavia ha avuto dei riflessi anche a livello interno, dove l’ala “riformista” del regime è tornata a farsi sentire dopo un lungo silenzio.

E’ stato lo stesso presidente uscente Mohammed Khatami, sconfitto da Ahmadinejad nel giugno scorso, a censurare la sortita del suo successore, anche se lo ha fatto in mondo indiretto e allusivo senza nominare né lui né Israele. Khatami ha detto infatti che la Repubblica islamica «non ha come scopo quello di trasformare il mondo intero e favorire la nascita di governi che ci convengono» ed ha aggiunto che «non dobbiamo pronunciare parole che ci creino problemi economici e politici con il mondo». L’allusione, in questa ultima frase, è evidentemente sia alle proteste internazionali, anche in sede di Onu e di Consiglio di sicurezza, sia alla minaccia di una possibile imposizione di sanzioni, come chiedono gli Stati Uniti. Ma la scesa in campo dello stesso ayatollah Khamenei suona allora anche come una risposta indiretta a Khatami, a conferma del fatto che il discorso di Ahmadinejad la settimana scorsa era rivolta all’interno dell’Iran non meno che verso l’esterno. Quei Paesi – dice Khamenei – che «hanno fatto tanto chiasso» sulle affermazioni di Ahmadinejad «sono chiaramente sotto l’influenza del regime sionista» (frase che può suonare sinista agli orecchi di chi come Khatami ha criticato quelle affermazioni anche dall’interno). «Questa gente ignorante – ha aggiunto Khamenei – non sa che le armi nucleari non servono per rovesciare regimi o governi: è la resistenza e la volontà del popolo che può distruggere i regimi corrotti»; e dunque «sarà la resistenza in Palestina che, senza alcun possibile dubbio, farà cadere il regime sionista». Evidente in queste affermazioni il timore che la levata di scudi internazionale rafforzi la posizione di chi, come gli Usa, vuole mettere Teheran sotto processo per il suo programma nucleare, ufficialmente teso a scopi pacifici.

Dal Venezuela, dove si trova in visita ufficiale, gli ha fatto eco il vice-ministro degli Esteri Said Jalili in termini alquanto paradossali: la repubblica islamica – ha detto – «rispetta i diritti umani e la democrazia» e per questo «non riconosce i regimi che si appropriano della terra altrui con la forza o attraverso la politica di apartheid»; ecco perché l’Iran «non ha mai riconosciuto l’ex regime di apartheid in Sud Africa e non ha mai riconosciuto il regime sionista». Un tentativo insomma di ribaltare le accuse e di riportare la questione sul terreno del confronto politico, per quanto aspro; ma anche il riconoscimento implicito che Teheran si sta trovando (anzi si è messa) in una posizione di isolamento e di crescente difficoltà.