Iran-Israele, Ahmadinejad alza il tiro e si appella alla piazza

Grandi folle di manifestanti in piazza ieri a Teheran e in tutte le principali città iraniane per sostenere – al grido scandito di «Grazie, grazie presidente» – il durissimo attacco di Mahmud Ahmadinejad allo Stato di Israele, del quale ha auspicato la «cancellazione dalla carta geografica». Le manifestazioni hanno voluto rappresentare anche una risposta di massa alle proteste dei Paesi europei degli Usa, del Canada, della Russia contro la sortita del capo dello Stato iraniano, proteste delle quali lo stesso Ahmadinejad ha detto, con una punta di sarcasmo, che «sono liberi di parlare, ma ciò che dicono non ha alcuna credibilità», mentre quello che ha detto lui «è ciò che pensa il popolo iraniano».
Nessun ripensamento dunque, nessun ammorbidimento di toni; al contrario, alle parole di Ahmadinejad contro Israele hanno fatto eco ieri altri esponenti del regime. Il capo dell’apparato giudiziario ayatollah Mahmud Hashemi Sharudi ha detto che «l’esistenza di Israele è una minaccia non solo per la nazione palestinese, ma per tutta la regione mediorientale e per il mondo islamico»; mentre il capo del Supremo consiglio per la sicurezza nazionale (nonché ex-ministro degli Esteri) Ali Larijani ha parlato di un caso creato soltanto «dalla manipolazione mediatica di certi media occidentali» in quanto Ahmadinejad non ha fatto altro che ripetere «quella che è sempre stata» la posizione della Repubblica islamica.

Larijani ha sostanzialmente ragione, nelle parole del neopresidente della repubblica non c’è nulla di nuovo se non forse il tono particolarmente rozzo ed esplicito. L’Iran khomeinista ha contestato fin dall’inizio lo Stato d’Israele e il suo diritto ad esistere, posters e manifestazioni duramente anti-sionisti si sono susseguiti con regolarità negli anni (salvo, almeno per quel che riguarda i toni, nel periodo di presidenza del “riformista” Khatami), e nessun dirigente iraniano – ancora una volta forse con la eccezione di Khatami – ha mai pronunciato pubblicamente il nome di Israele parlando piuttosto, come facevano una volta i Paesi arabi, di “entità sionista”. Ciò non toglie che la sortita di Ahmadinejad sia apparsa in un certo senso insolita o quanto meno inaspettata, anche per il momento in cui si è verificata, con l’Iran sotto tiro da parte degli Stati uniti per la cruciale questione del programma nucleare e con un visibile raffreddamento anche nel rapporto con il Paesi europei – Gran Bretagna, Francia e Germania in primo luogo – che tentavano di portare avanti una mediazione.

Ma forse è proprio qui che vanno ricercate le ragioni della uscita di Ahmadinejad, con un occhio sia alla situazione interna dell’Iran che al contesto regionale. Ahmadinejad non ha vinto le elezioni soltanto per il sostegno di quelle masse diseredate e arredate (a partire dai “mostazafin”, i senza scarpe) che ancora si riconoscono nel verbo Khomeinista, ma anche per l’astensione dal voto di tanta parte degli elettori “riformisti”, soprattutto giovani e intellettuali, delusi dalle incertezze e dal fallimento di Khatami; la sua invettiva contro Israele può suonare dunque come un appello all’orgoglio nazionale e “rivoluzionario”, uno strumento di mobilitazione a sostegno della sua presidenza ed anche un espediente per mostrarsi agli occhi degli altri popoli del Medio Oriente come il campione della lotta anti-sionista e anti-imperialista. Un po’, per intenderci, il gioco fatto a suo tempo da Saddam Hussein. Stringere le file, insomma, per sconfiggere definitivamente i “riformisti” all’interno e per far fronte alle pressioni dall’esterno, sulla vicenda nucleare ma non solo.

Anche l’occasione per le manifestazioni di ieri è stata in una certa misura rituale: si tratta infatti della tradizionale “Giornata di Al Kods”, dal nome arabo di Gerusalemme, voluta a suo tempo dall’Imam Khomeini e coincidente con l’ultimo venerdì del mese sacro del Ramadan; un evento dunque che si ripete ogni anno e che da questa volta ha semmai avuto dei toni un po’ più enfatici ed esaltati. I manifestanti, che sono poi confluiti alle tradizionali preghiere del venerdì con relativo sermone, scandivano slogan di “morte a Israele, morte all’America” e hanno dato alle fiamme bandiere dei due Paesi e pupazzi con le sembianze di Bush e Sharon; contemporaneamente la televisione di Stato mandava in onda a getto continuo filmati sull’intifada e sulle sfilate delle milizie di Hamas e degli Hezbollah, alternati al volto della “guida spirituale” dell’Iran ayatollah Ali Khamenei.

Da Israele, dopo le parole di Sharon che giovedì ha chiesto l’espulsione dell’Iran dalle Nazioni Unite, ieri il ministro degli Esteri Shalom ha annunciato di aver incaricato il rappresentante al Palazzo di vetro Danni Gillerman di sottoporre il problema delle dichiarazioni di Ahmadinejad al Consiglio di sicurezza e di chiedere che siano imposte contro l’Iran sanzioni; una iniziativa concreta di tono duro, ma forse meno eclatante della richiesta di Sharon, fatta propria anche da Shimon Peres, tenendo evidentemente conto di quelli che sono i rapporti di forza e gli umori, notoriamente non favorevoli a Israele, tra i Paesi membri dell’Assemblea generale. Una presa di posizione significativa è venuta da parte dell’Autorità nazionale palestinese, che per bocca del capo-negoziatore Saeb Erekat ha “respinto” le affermazioni del presidente iraniano sottolineando che «i palestinesi riconoscono il diritto all’esistenza dello Stato d’Israele. Quello di cui abbiamo bisogno – ha aggiunto Erekat – è che si parli di aggiungere lo Stato della Palestina sulla mappa del mondo, e non di cancellarne Israele».