Iran-Iraq, quell’alba di sangue 25 anni fa

Settembre 1980, le truppe irachene invadono l’Iran di Khomeini. Saddam vuole una guerra lampo: durerà 8 anni. Prima puntata

Era l’alba di lunedì 22 settembre 1980 quando le forze armate irachene varcarono su un vastissimo fronte – esteso complessivamente per centinaia di chilometri – i confini con l’Iran dando così inizio a quello che resta finora il più sanguinoso conflitto del Medio Oriente ed anche per certi versi il più assurdo, alimentato per ben otto anni dalla tenacia e dalla ostinazione di due forti personalità contrapposte, quella del dittatore iracheno Saddam Hussein e quella del mitico (e mistico) leader della rivoluzione islamica iraniana ayatollah Khomeini, entrambi determinati a non deporre le armi se non dopo avere distrutto e umiliato l’avversario. In questo senso andarono entrambi delusi, ma il loro duello – se così vogliamo chiamarlo – costò ai rispettivi popoli un milione di morti e danni inenarrabili; e per quanto riguarda l’Iraq, risalgono proprio a quel logorante conflitto le radici della successiva invasione del Kuwait e di tutte quelle radici della successiva invasione del Kuwait e di tutto quello che ne è seguito fino ai giorni nostri.
Lo scoppio delle ostilità non colse di sorpresa l’opinione pubblica mondiale: nelle settimane precedenti c’era stato uno stillicidio di incidenti di frontiera e Saddam aveva denunciato l’accordo concluso da lui stesso con lo Scià nel 1975, dunque prima della rivoluzione islamica di Teheran, per dividere a metà le acque dello Shatt-el-Arab, formato dalla confluenza del Tigri e dell’Eufrate e sul quale si affacciano i porti di Bassora sulla sponda irachena e di Khorramshar (in arabo Al Muhammara) e di Abadan sulla sponda iraniana.

Lo scontro dunque era nell’aria, tanto più che alla disputa sui confini si aggiungevano altre motivazioni di carattere geopolitico: da un lato il vuoto di potere creato dalla caduta dello Scià Reza Pahlevi, punto di forza essenziale della politica americana nella regione del Golfo, e dall’altro la preoccupazione dei dirigenti di Baghdad (ma anche degli Stati arabi del Golfo) per la carica espansionista della rivoluzione khomeinista; non a caso sia i sovrani di Riyad e degli Emirati (Kuwait incluso) che il governo di Washington furono per tutta la durata della guerra decisamente dalla parte di Saddam Hussein, e non solo a parole.

Il “raìs” di Baghdad diede il via alle ostilità nella convinzione, destinata a rivelarsi illusoria, che si sarebbe trattato di una guerra lampo: il già potente esercito iraniano era stato scompaginato dalla rivoluzione, buona parte dei suoi quadri più qualificati (tutti di formazione americana) erano rinchiusi nelle prigioni, mentre il neocostituito corpo dei “pasdaran” (guardiani della rivoluzione) era considerato adatto alla repressione interna ma inaffidabile come forza di combattimento. Questi calcoli risultarono clamorosamente sbagliati.

Facendo appello al patriottismo persiano e alla secolare rivalità con gli arabi nonché alla vocazione sciita al martirio, gli ayatollah – grazie anche all’opera di dirigenti laici come il presidente della Repubblica Bani Sadr, che cadrà però in disgrazia meno di un anno dopo – riuscirono a compensare con la mobilitazione popolare la loro indubbia inferiorità sul piano tecnico-militare.

Così i piloti dello Scià, l’élite delle forze armate “imperiali”, uscirono di prigione per entrare direttamente in azione contro «gli invasori della patria», mentre sul fronte terrestre decine di migliaia di “pasdaran” e di “basji” (volontari islamici votati al sacrificio, spesso giovanissimi o addirittura bambini) opposero sotto la guida di “mullah” in armi una vera e propria barriera umana contro le truppe corazzate di Saddam. E dopo alcune settimane di successi iniziali, con l’occupazione di circa 20mila chilometri quadrati di territorio soprattutto al sud, le truppe di invasione furono definitivamente bloccate.

Di tutto questo potemmo avere da subito una visione diretta. Sicuri di una rapida vittoria, gli iracheni si affrettarono a invitare un gran numero di giornalisti stranieri per assistere ai loro trionfi. Partito da Roma nel pomeriggio di martedì 23 con gli inviati di tutte le principali testate italiane a bordo di un aereo delle Iraqi Airways (gli aeroporti dei due Paesi erano chiusi per le continue incursioni), arrivammo in serata ad Amman e proseguimmo subito per Baghdad, un viaggio estenuante di 16 ore in pullman attraverso mille chilometri di deserto. Ci sistemarono all’Hotel Melia Mansur, allora il più moderno della capitale, dove i portavoce del ministero delle Informazioni diffondevano roboanti preannunci di vittoria; ma già la mattina dopo si capì che le cose non andavano proprio come i nostri interlocutori sostenevano. Alle 7 del mattino ci svegliò infatti il fragore della contraerea e vedemmo gli aerei iraniani (quelli con i piloti dello Scià) sfrecciare nel cielo attaccando obiettivi “sensibili” della capitale. Venivano lungo il Tigri a volo radente per sfuggire ai radar, poi si impennavano e piombavano agli obiettivi. Li vedemmo passare letteralmente all’altezza delle nostre finestre, al dodicesimo piano dell’albergo: si poteva quasi guardare in faccia i piloti; e nessuno di loro fu abbattuto dalla contraerea.

Come che sia, il giorno dopo – venerdì 26 – ci portarono sul fronte sud, il più importante. Arrivammo a Bassora a sera per trovarci sotto una serie quasi incessante di attacchi aerei. Secondo i comunicati ufficiali, le truppe irachene stavano conquistando Khorramshar e davano l’attacco ad Abadan, sede di una delle più grandi raffinerie petrolifere del mondo. Ma anche qui, quando la mattina dopo ci portarono in prima linea la situazione apparve alquanto diversa. «Controlliamo saldamente le due rive dello Shatt-el-Arab», ci disse un ufficiale mentre attraversavamo lo splendido (allora) palmeto che ricopriva tutta la sponda irachena e i cui datteri costituivano la seconda voce di esportazione dopo il petrolio; ma quando fummo davanti ad Abadan, interamente avvolta dal fumo nero degli incendi, ci trovammo sotto il tiro delle mitragliatrici e dei cecchini appostati sulla sponda iraniana. La città di Abadan, assediata e sottoposta a furiosi bombardamenti, restò sempre saldamente in mani iraniane; e ci vollero ancora diversi giorni per occupare Khorramshar, al prezzo di durissimi combattimenti strada per strada contro i “volontari islamici”. Eravamo insomma alla prima settimana di guerra e già si capiva che il conflitto non sarebbe stato né breve né facile. Infatti ci fecero tornare subito a Baghdad, per seguire la guerra attraverso i bollettini manipolati dal ministero delle Informazioni; e quando anche da questi apparve chiaro che non c’era in vista nessuna vittoria, cominciarono a rispedirci indietro, con la scusa che si doveva “far posto ad altri giornalisti”. Fu così un nuovo estenuante viaggio nel deserto alla volta di Amman, dove restammo bloccati tre giorni nella marea di gente, soprattutto lavoratori stranieri, in fuga dall’Iraq.

A quel punto comunque il fronte si era stabilizzato, Teheran poteva prendere fiato e cominciare a rafforzare i suoi apparati militari (malgrado l’handicap della mancanza di parti di ricambio per armi in stragrande maggioranza di provenienza americana); e due mesi dopo, tornato al fronte “dall’altra parte”, potei partecipare in novembre alle prime fasi della controffensiva che nel giro di un anno e mezzo avrebbe portato le forze iraniane a recuperare il territorio perduto, ad affacciarsi nel giugno 1982 sul confine iracheno e a penetrare poi a loro volta nel territorio nemico. Da allora tuttavia la guerra, come vedremo, sarebbe durata ancora sei lunghi anni.

1/continua