Iran-Iraq, le petroliere diventano obbiettivi e arriva la flotta Usa

1983-’88, il Golfo è in fiamme, le potenze straniere inviano le navi a proteggere il greggio. Khomeini cede alle pressioni internazionali, ma la pace, che non modifica i confini, si firma solo nel 1991

La terza fase della guerra Iraq-Iran potrebbe essere intitolata: “Il Golfo in fiamme”. Anche se gli scontri continuano accaniti sul fronte terrestre e se si assiste, di pari passo con le crescenti difficoltà degli iracheni, a una escalation drammatica di incursioni aeree e missilistiche sulle città, a cominciare dalle capitali Teheran e Baghdad, lo scacchiere principale del conflitto, quello su cui si accentra l’attenzione e anche la mobilitazione internazionale, sono appunto le acque del Golfo. Attacchi alle navi mercantili e alle petroliere, ispezioni iraniane per accertare che le navi non portino carichi diretti all’Iraq, bombardamenti iracheni sui terminal petroliferi iraniani, posa di mine che riducono ancor più il già stretto e circoscritto canale navigabile, minacce più o meno esplicite di bloccare lo stretto di Hormuz.
Iniziati (come abbiamo detto la volta scorsa) nella seconda metà del 1983, gli attacchi contro le navi si vanno gradualmente intensificando, già tra il febbraio e il maggio del 1984 se ne contano una quarantina; ma la situazione si inasprisce decisamente a partire dall’agosto 1985 quando l’aviazione irachena bombarda in modo massiccio il più importante dei terminali petroliferi iraniani, l’isola di Kharg, mettendola parzialmente fuori uso. Teheran reagisce specularmente alzando a sua volta il tiro, sia con le unità della Marina da guerra sia con una flottiglia di imbarcazioni veloci dei “pasdaran”.

La navigazione nel Golfo diventa oggettivamente a rischio, con ripercussioni inevitabili anche sulle forniture petrolifere; particolarmente presi di mira mercantili e petroliere dell’Arabia Saudita e del Kuwait o diretti nei loro porti, considerati alleati (o piuttosto “complici”) di Saddam Hussein; via via anche navi occidentali rimangono coinvolte nei raid e nelle intercettazioni, il che porta le marine dei rispettivi Paesi a inviare sempre nuove unità nelle acque del Golfo, a protezione del proprio naviglio mercantile ma anche, da parte americana, per intervenire talvolta in modo diretto negli scontri. L’incidente della fregata americana “Stark” colpita da un missile iracheno rientra appunto in questo quadro. La fase culminante è raggiunta nel 1987, anno nel quale si conteranno non meno di 178 navi attaccate, da ambo le parti; il totale, dal 1983 fino alla cessazione del fuoco nel luglio 1988, arriverà a ben 546. Gli Stati Uniti dal canto loro concentrano nelle acque del Golfo una squadra di 48 unità e navi da guerra vengono inviate dall’Urss, dalla Francia, dalla Gran Bretagna, dal Belgio e anche dall’Italia, quest’ultima con una task-force di sette unità comandata dall’ammiraglio Angelo Mariani, imbarcato sulla fregata “Grecale”, che arriverà nel Golfo dopo che il 3 settembre 1987 la portacontainer “Jolly Rubino” della Linea Messina sarà stata attaccata, sia pure senza gravi conseguenze.

L’intera operazione “multinazionale” prende il via nella primavera di quell’anno 1987, quando il Kuwait – dopo aver subìto ripetuti attacchi sia alle sue petroliere che ad unità straniere dirette nei suoi porti – chiede la protezione delle flotte sovietica e americana. Washington in realtà non gradisce questo appello “bipartisan”, e mentre Mosca ordina alle sue unità di scortare le navi kuwaitiane dà il via a una operazione più complessa e ambiziosa: l’iscrizione delle navi dell’Emirato nel registro americano, in modo da far loro inalberare la bandiera a stelle e strisce. Passata alla storia come “operazione reflagging”, cioè cambio di bandiera, questa trovata mette gli iraniani di fronte a tutti i rischi che comporta l’attacco a navi battenti bandiera Usa; e nei mesi successivi, infatti, non mancheranno scontri diretti fra le due parti, a tutto beneficio (sia pure indiretto) dell’Iraq.

In questa situazione di tensione e di allarme internazionale, il Consiglio di sicurezza dell’Onu approva il 20 luglio la risoluzione 598 che chiede una immediata cessazione del fuoco; ma Khomeini non molla, chiede che Saddam venga dichiarato “aggressore”, e il segretario dell’Onu Perez De Cuellar si impegna invano, nel mese di settembre, in una defatigante missione di mediazione nelle due capitali. Come immediata conseguenza il Golfo si riscalda ancora di più.

La prima missione operativa della squadra italiana avviene ai primi di ottobre, precisamente il 5, quando la portacontainer “Jolly Turchese” della Linea Messina (gemella della nave attaccata un mese prima) varca lo stretto di Hormuz e si dirige verso Dubai, scortata dalle fregare “Grecale” e “Scirocco”. In un gruppo di dieci inviati italiani salpammo da Dubai – diventata in quei mesi il quartier generale della stampa internazionale – per andare alla ricerca del convoglio italiano, a bordo di un grosso battello preso a nolo. Assistemmo al largo al fermo di una nave norvegese da parte di una motovedetta iraniana; alla radio di bordo era un continuo accavallarsi di comunicazioni, di allarmi, di intimazioni che rendeva in modo assai eloquente il clima di nervosismo e di tensione in cui si svolgeva la navigazione fra Hormuz e l’interno del Golfo. Raggiungemmo il convoglio captando le comunicazioni fra la “Jolly Turchese” e il porto di Dubai, dove le tre navi arrivarono senza incidenti. Un particolare curioso, di colore: il nostro battello poteva essere considerato proprio lo specchio della variegata realtà del Golfo; noleggiato a Dubai, era alla fonda nel vicino Emirato di Sharja, apparteneva ad una società saudita il cui agente locale era un iraniano, aveva un equipaggio filippino e batteva bandiera panamense!

Pochi giorni dopo ecco la ennesima impennata: in seguito a un attacco contro due petroliere Usa, le navi da guerra americane distruggono il 19 ottobre le piattaforme petrolifere iraniane di Rostam e Rhaksh e si scontrano con le unità leggere dei “pasdaran”; Teheran reagisce rabbiosamente dichiarando che “ormai è guerra” fra l’Iran e gli Stati Uniti. In realtà l’episodio resta circoscritto, anche se seguiranno altri incidenti più lievi. Ma intanto la guerra continua a trascinarsi così per tutto il resto dell’anno e per la prima metà del 1988, fra attacchi nel Golfo e raid aerei e di missili sulle città. L’Iran tuttavia è in serie difficoltà, stremato (peraltro al pari dell’Iraq) dal conflitto e isolato internazionalmente dal fronte che si è delineato di fatto tra Paesi arabi e potenze occidentali. I moderati, o “pragmatici”, guidati da Hashemi Rafsanjani – potente presidente del Parlamento al quale Khomeini ha affidato il comando in capo delle Forze armate – premono perché si arrivi a una fine delle ostilità. La spinta decisiva arriverà con la primavera del 1988: in aprile gli iracheni riescono con un blitz di 48 ore a liberare la penisola di Faw, a sud di Bassora, al prezzo spaventoso di 180mila morti da entrambe le parti (ma soprattutto da parte iraniana), e si preparano a varcare nuovamente il confine; il 3 luglio l’incrociatore americano “Vincennes” abbatte, ufficialmente per errore, un Airbus della Iran Air provocando la morte di 290 civili. A questo punto Khomeini finalmente cede e si decide – sono parole sue – a “bere l’amaro calice” della risoluzione 598 che ordina la cessazione del fuoco.

La guerra dunque è finita. Nel giro di pochi giorni arrivano i caschi blu dell’Onu, il 25 agosto si aprono a Ginevra negoziati di pace che si rivelano però inconcludenti. A chiudere la partita verrà due anni dopo la crisi del Kuwait: minacciato dalla coalizione a guida Usa, Saddam per coprirsi le spalle tende la mano a Teheran – dove intanto è morto Khomeini e governa Rafsanjani – accettando il vecchio tracciato della frontiera e riallacciando i rapporti diplomatici. Così otto anni di guerra, la devastazione di due Paesi e soprattutto un milione di morti non sono serviti ad altro che a tornare al punto di partenza. Una tragedia immane del tutto inutile.

3/fine
La prima e seconda parte sono state pubblicate il 23 e 27 settembre