Iran-Iraq, giugno ’82: Khomeini porta la guerra in casa di Saddam

La ricostruzione dei giorni di fuoco della controffensiva iraniana, un’operazione militare lenta e metodica, concentrata nella prima fase sul Kuzistan, la regione popolata dalla minoranza araba

Un mese di fuoco quello del giugno 1982, un mese destinato davvero a passare alla storia: il 6 giugno le forze israeliane invadevano il Libano dando il via a una guerra che sarebbe culminata nell’assedio di Beirut-ovest e nel massacro di Sabra e Chatila; il 14 giugno all’altro estremo del mondo le forze britanniche imponevano la resa a quelle argentine nella città di Stanley mettendo fine alla guerra per le isole Falkland-Malvinas; negli stessi giorni le truppe iraniane completavano la riconquista (o la liberazione) dei territori perduti un anno e mezzo prima e si affacciavano sul confine con l’Iraq preparandosi a portare la guerra in casa dell’aggressore e minacciando direttamente la città di Bassora. Tre eventi bellici destinati a segnare altrettante svolte sullo scacchiere della politica internazionale.
Era stata, quella delle forze khomeiniste, una controffensiva metodica, costante, perseguita passo dopo passo nonostante la disparità di mezzi militari e che, pur distribuita lungo l’arco della frontiera fra i due Paesi su un fronte di circa 500 chilometri, si era accentrata nella prima fase soprattutto nel sud, nel Kuzistan, la regione popolata dalla minoranza araba che, deludendo le aspettative di Saddam non era insorta contro Teheran e non aveva accolto gli iracheni come “liberatori”. Dei centri del Kuzistan le truppe di invasione avevano occupato soltanto Khorramshar (Al Muhammara); il grande centro petrolifero di Abadan era stato accerchiato ma non era caduto, ed altri centri importanti, come la capitale Ahwaz e come Dezful, erano stati raggiunti ma avevano opposto agli attaccanti una insuperabile resistenza. Lo scontro era stato comunque durissimo: per una cittadina tutto sommato secondaria come Susangerd, tra Ahwaz e Dezful, si era combattuta una battaglia feroce con migliaia e migliaia di morti e feriti, che ne aveva fatto al tempo stesso un baluardo e un simbolo della resistenza contro l’invasore. Alla inferiorità tecnologica gli iraniani rimediavano applicando la tattica delle ondate umane: i basji (volontari islamici, in larga misura adolescenti o addirittura fanciulli) venivano mandati a morire a migliaia sui campi minati per aprire la strada alle truppe, con un costo in vite umane di proporzioni terribili ma accettato in un clima di esaltazione quasi mistica al grido ossessivo di “Allah akhbar”, Dio è grande.

Sull’altro versante i comandi iracheni, messi alle strette e svaniti gli avventati sogni di vittoria, fecero a loro volta ricorso – dapprima sporadicamente, poi in modo sempre più massiccio – all’impiego delle armi chimiche, con conseguenze anche qui devastanti e in violazione di tutte le convenzioni internazionali; armi chimiche largamente fornite a Saddam Hussein da ditte dei Paesi occidentali (Usa compresi) con il consenso dei governi, salvo poi ad accogliere negli ospedali e nelle cliniche di quegli stessi Paesi le vittime dei gas, per curare le quali Teheran si era rivolta alla Croce rossa internazionale. Aiuti e complicità, nei confronti del regime iracheno, che la dicono lunga sulla malafede di chi oggi sostiene di avere invaso e occupato l’Iraq per «abbattere la dittatura e portare la democrazia». E’ proprio di quegli anni la foto dell’attuale segretario alla Difesa americano, Donald Rumsfeld, in visita a Baghdad che stringe sorridente la mano a Saddam Hussein.

In quel fatidico giugno gli iraniani sono dunque arrivati sul confine, raggiunto dopo aver attaccato lungo tre direttrici: in marzo da Dezful, in aprile a sud di Susangerd e in maggio sul porto ormai distrutto di Khorramshar. Il 14 luglio il confine è formalmente superato e le forze di Teheran si spingono, da nord, a qualche chilometro da Bassora, seconda città dell’Iraq, che intanto è sistematicamente cannoneggiata dall’altra sponda dello Shatt-el-Arab. La penetrazione, sia lì che più a nord, è comunque di pochi chilometri, gli iracheni oppongono un vero e proprio muro; anche – come si è detto – con l’aiuto dei gas. La guerra entra in una fase di stallo che si protrarrà per più di tre anni. Baghdad imposta una vera e propria economia di guerra e fa esplicitamente appello ai regimi arabi, a cominciare da quelli del Golfo (ma almeno un Paese arabo, la Siria, è apertamente dalla parte di Teheran, per la storica rivalità fra le due ali irachena e siriana del Partito Baas); sul piano propagandistico viene orchestrato un gigantesco battage presentando il conflitto come “la Qadisiya di Saddam”, dal nome della località dove nel 636 d. C. le truppe arabe sbaragliarono le forze dell’Impero persiano dando il via alla islamizzazione dell’Altopiano iranico e dell’Asia centrale. Un chiaro tentativo da parte di Saddam di presentarsi come il campione e il difensore dell’intero mondo arabo, ma anche come un prezioso alleato di fatto dei Paesi occidentali, di fronte alla carica destabilizzatrice della rivoluzione khomeinista. Una carta politica e propagandistica che il “raìs” gioca con grande spregiudicatezza e alla quale le potenze occidentali, Usa in testa, rispondono con altrettanto pragmatismo, se così lo vogliamo chiamare. Un esempio clamoroso precorrendo i tempi: il 17 maggio 1987, al culmine (come vedremo) degli attacchi contro la navigazione nel Golfo, la fregata americana Stark viene attaccata “per errore” da un aviogetto Mirage iracheno con un missile Exocet (entrambi forniti dalla Francia); muoiono 37 marinai ma Washington non batte ciglio, accetta le “scuse” di Saddam e continua ad appoggiare gli iracheni, anche con l’intervento diretto delle sue unità navali nel Golfo. Quando si dice la politica del tornaconto, o anche dei due pesi e due misure.

Non mancarono in quella fase ripetuti tentativi della diplomazia internazionale e dell’Onu di mediare una fine del conflitto o quanto meno una cessazione del fuoco, ma tutti furono resi vani dalla incrollabile richiesta di Khomeini che l’Iraq fosse preliminarmente riconosciuto come “Stato aggressore”. E così si continuò a morire giorno dopo giorno, in una logorante guerra quasi di posizione, mentre a partire dalla seconda metà del 1983 cominciarono gli attacchi contro le navi mercantili, soprattutto petroliere, nelle acque del Golfo; attacchi dapprima sporadici ma già sufficienti a far parlare di possibile blocco dello stretto di Hormuz, per poi degenerare in un vero e proprio conflitto navale nel 1986-87.

La svolta che mise fine allo stallo e segnò l’inizio di una nuova fase della guerra si ebbe nel febbraio del 1986. L’11 di quel mese (anniversario fra l’altro della insurrezione di Teheran del 1979 che segnò la vittoria della rivoluzione khomenista) una fulminea offensiva lanciata due giorni prima consentì alle forze iraniane di attraversare lo Shatt-el-Arab e di occupare la penisola di Faw, protesa verso il Golfo arabo-persico a sud di Bassora; la città veniva così a trovarsi sotto tiro da due versanti, letteralmente devastata da continui bombardamenti di artiglieria e sotto la concreta minaccia di un attacco diretto. E’ proprio di qui che prese le mosse la escalation navale nelle acque del golfo. Quasi contemporaneamente un altro sfondamento si verificò all’estremo nord del fronte, nella regione del Kurdistan, dove i peshmerga curdi, da decenni in lotta contro Baghdad, commisero il tragico errore di scendere in battaglia insieme alle truppe iraniane; un errore che pagheranno a carissimo prezzo due anni dopo, in seguito al ritiro delle forze di Teheran, con la feroce repressione condotta dal regime di Saddam e culminata nel bombardamento con i gas della cittadina di Halabja e di altri villaggi curdi e nella atroce morte “silenziosa” di migliaia di civili. La “Qadisiya di Saddam”, comunque, vedeva in quell’inizio del 1986 le parti drammaticamente rovesciate.

2/continua
la prima parte è stata pubblicata il 23 settembre 2005