Iran, Ahmadinejad giura contro i «tiranni stranieri»

Il discorso d’investitura ufficiale del nuovo leader della Repubblica sciita: «Difenderemo la nostra cultura»

«L’Iran rispetta le regole internazionali ma non cederà mai davanti a coloro che vogliono violare i nostri diritti: la nazione iraniana non può essere intimidita e non si piegherà alla tirannide straniera». Queste le parole chiave del discorso di investitura del neo presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad, che ieri ha prestato solenne giuramento «sul Corano, davanti al popolo e davanti a Dio di difendere la religione ufficiale e il regime della repubblica islamica» e di mettere tutte le sue capacità «al servizio del popolo e della grandezza del paese». E’ naturalmente la formula di rito, ma la interpretazione che Ahmadinejad ne ha dato con la sua affermazione programmatica le attribuisce un significato che sottolinea il carattere di svolta della sua presidenza rispetto alla gestione “riformista” (per quanto velleitaria) del suo predecessore Khatami.
Una dichiarazione, come si è visto, di orgoglio nazionale e di rinnovata fedeltà ai principi ideali della “rivoluzione islamica”, e dunque una chiara risposta – anche se formalmente indiretta – alla campagna dell’amministrazione Bush e al raffreddamento, almeno relativo, dei rapporti con la troika europea (Gran Bretagna, Francia e Germania) che sta gestendo la trattativa sulla delicata e scottante questione del programma nucleare iraniano.

Il passaggio formale dei poteri a Teheran avviene infatti in una fase di accresciuta tensione che procede di pari passo con le crescenti difficoltà degli Stati Uniti in Iraq. Senza rinunciare a lanciare frecciate alla Siria (presso il cui confine è avvenuta l’altro giorno la strage di marins), l’amministrazione Usa punta adesso l’indice proprio contro l’Iran: secondo il “New York Times”, che cita fonti militari e dei servizi di intelligence, sarebbero progettate e fabbricate in Iran e da lì arriverebbero in Iraq gran parte delle “roadside bombs”, gli ordigni comandati a distanza così micidiali per le forze americane e alleate.

E non basta: il presidente Bush sta manifestando palese insofferenza per il tentativo della troika europea di trovare un accordo in extremis sul nucleare; per di più Washington si preparerebbe, secondo il “Financial Times”, a negare il visto di ingresso al presidente iraniano per la prossima Assemblea generale dell’Onu di settembre, adducendo come motivazione il suo presunto coinvolgimento nell’assassinio a Vienna nel 1989 del leader dei curdi iraniani Ghassemlou (l’unico precedente di rifiuto del visto a un leader straniero è quello opposto nel 1988 ad Arafat, che indusse l’Assemblea generale a trasferirsi a Ginevra per ascoltare il suo discorso).

Come si vede vi sono tutti gli ingredienti per aprire in Medio Oriente una nuova crisi, o piuttosto una nuova fase “calda” della crisi regionale innescata dalle avventurose (ed avventate) iniziative di Bush. Il che spiega il doppio binario del discorso programmatico del neo presidente iraniano: conciliante sul piano interno anche verso coloro che non lo hanno votato, con l’assicurazione che «uno dei compiti più importanti del governo sarà affrontare i problemi dell’occupazione» perché oggi «per i giovani la principale preoccupazione è trovarsi un lavoro», e per contro fermo – anzi duro – verso l’esterno con le parole citate in principio e l’aggiunta che «l’Islam è la base della cultura e del pensiero iraniano e se la nostra identità islamica viene attaccata possono prenderci tutto il resto, possono imporci la loro cultura». Un tono ben diverso dalle dichiarazioni “aperturiste” dell’ex presidente Khatami e al quale l’applauso del Parlamento, controllato dai conservatori, ha fornito una eloquente sottolineatura. A questo punto che la questione nucleare finisca davanti al Consiglio di sicurezza sembra ben di più che una semplice possibilità.