Iracheni respinti, Fini sotto accusa

Interrogazione sui visti negati al torturato Haj Ali e ai leader dell’opposizione
«Subalterni agli Usa» Dieci senatori vogliono sapere se vi siano rapporti dei servizi italiani, oltre alle pressioni americane, alla base della scelta della Farnesina

Haj Ali al-qaysi, l’iracheno fotografato con il cappuccio e divenuto il simbolo delle torture nel carcere di Abu Ghraib, vive in questi giorni ad Amman un’umiliante odissea tra ambasciate e consolati. Il governo italiano, come è noto, gli ha negato il visto, impedendogli di prendere parte all’incontro organizzato domenica a Roma dai comitati «Iraq libero» e dagli antimperialisti, un surrogato della Conferenza internazionale prevista a Chianciano e fatta saltare dalla Farnesina attraverso il diniego sistematico dei visti agli invitati iracheni, esponenti riconosciuti dell’opposizione al governo filo-Usa di Baghdad. Ora Haj Ali, rifugiato in Giordania, sta cercando il via libera per un altro paese europeo per andare a raccontare il carcere dei seviziatori Usa. La foto con gli elettrodi ai polsi e il cappuccio in testa ne ha fatto un testimone itinerante dell’orrore: «Posso circolare liberamente nei paesi arabi – ha detto qualche giorno fa a questo giornale – E’ vergognoso che l’Italia non mi lasci entrare». Ex mukhtar (capovillaggio) nel distretto di Abu Ghraib, Haj Ali finì in galera per una vicenda banale, poco più che una lite di vicinato con i militari Usa che avevano trasformato in discarica un terreno della sua zona, dove i ragazzi giocavano a pallone. I comitati «Iraq libero», dopo l’incontro di domenica, puntano a riconvocare la Conferenza, tra qualche tempo, in un paese europeo più democratico del nostro. In Italia faranno invece una manifestazione di piazza entro l’anno. Ma il caso-visti non può chiudersi così. Il vicepremier e ministro degli esteri Gianfranco Fini dovrebbe almeno rispondere alle interrogazioni parlamentari sulla vicenda. Ai deputati Bulgarelli, Cento e Russo Spena si aggiungono dieci senatori dal Prc alla sinistra Ds (Malabarba, Pagliarulo, De Zulueta, Falomi, Boco, Ripamonti, Cortiana, Sodano e Martone). Ma bisogna segnalare il silenzio dei big dell’Unione, a volte motivato in privato con la diffidenza verso Moreno Pasquinelli e il Campo antimperialista, che fanno parte dei comitati «Iraq libero» e sono finiti spesso nell’occhio del ciclone – ad esempio per la campagna «dieci euro per la resistenza irachena» – e al centro di indagini antiterrorismo, dalle però quali sono sempre usciti senza conseguenze.

Il governo Berlusconi-Fini non ha soltanto impedito l’ingresso in Italia a Haj Ali e a sei liberi cittadini iracheni – tra i quali Jawad al Khalesi, religioso sciita rettore dell’omonima università di Khadimiya e leader l’Iraqi National Foundation Congress – che vivono e fanno politica a Baghdad, nel paese occupato, alla luce del sole, tenendo conferenze stampa e partecipando a negoziati politici. Alla Conferenza di Chianciano erano attesi altri interventi di grande prestigio dall’Italia e dall’estero, da Samir Amin a Giorgio Bocca e all’economista svedese Jan Myrdal. Era un’occasione di confronto, se non di diplomazia parallela o alternativa, tra chi si oppone alla guerra e all’occupazione, un’iniziativa paragonabile a quelle, sia pure diverse, della Comunità di Sant’Egidio. E il rifiuto dei visti è arrivato dopo fortissime pressioni Usa, compresa una lettera dei 44 congressisti di Washington all’ambasciatore Sergio Vento. «Grave subalternità agli Stati Uniti», scrivono i dieci senatori, chiedendo a Fini di chiarire se a monte della decisione ci fossero o meno informative dell’intelligence italiana. Per quanto ne sappiamo nessuno, tra servizi e Viminale, ha indicato Chianciano come un incontro da impedire.