Iperliberismo, privatizzazioni, egemonia del capitale. E’ stato solo il “ventennio berlusconiano”?

Il lungo e melmoso regno di Berlusconi – a detta di molti e salvo sorprese che possono ancora e verosimilmente scaturire da un senso comune di massa italiano ormai fortemente nord americanizzato, cioè svuotato in tanta parte di coscienza politica e civica – sembrerebbe alla fine.
Sarebbe questo, per delineare l’alternativa, il tempo dei bilanci seri, di lungo respiro, anche se tali bilanci – vera e propria esigenza strategica – non sembrano certo segnare il “pensiero”, la ricerca ed il progetto della “sinistra” italiana, sia di quella ormai liberista, sia di quella moderata che di quella radicale e anticapitalista.
Il bilancio, l’analisi potrebbero essere focalizzati sugli ultimi vent’anni, sul cosiddetto “ventennio berlusconiano” ( definizione per la verità impropria, poiché il potere berlusconiano non è stato totale, ma inframmezzato da significative fasi governative del centro sinistra) e dovrebbero gramscianamente estendersi alle trasformazioni dei processi produttivi, al disfarsi e al nuovo farsi della “classe”, al ruolo della cultura dominante, al cambiamento dei costumi e del senso comune di massa, alla penetrazione imperialista, al grado di subordinazione del capitalismo italiano alle multinazionali estere, alla natura attuale – dunque- del capitalismo italiano, al ruolo egemone degli USA e della NATO, al grado di involuzione subordinata delle forze di sinistra e sindacali in questo ventennio e via dicendo.

In questa minima sede vorremmo limitarci a mettere, sinteticamente, a fuoco un solo “moto” dell’ultimo ventennio : l’onda alta e possente dei processi di privatizzazione. E vorremmo mettere a fuoco tale “moto” poiché convinti che esso riassuma in sé ( in esso si riflettono) diversi altri e decisivi “moti”: il rafforzamento dell’egemonia capitalistica, la vittoria strategica dei suoi spiriti animali e delle forze iperliberiste e reazionarie, la privatizzazione dello Stato, la sottosalarizzazione di massa, la vastissima precarizzazione del lavoro, la disoccupazione, sino alla stessa messa in mora della Costituzione repubblicana, a partire dai sui articoli in difesa del Lavoro.

Per poter ragionare dobbiamo innanzitutto svolgere un’operazione di grande semplicità, ma necessaria in questa fase tendente alla cancellazione quasi totale del principio di realtà ( funzionale agli interessi della classe e della cultura dominante) e della perdita della memoria storica, anche della memoria storica recente.
Per affrontare quello che – ripetiamo: impropriamente – viene definito il “ventennio berlusconiano” dobbiamo dunque e semplicemente ricordare ( per riguadagnare la realtà dura delle cose ed evitare le superstizioni) quali governi si sono succeduti in questa ultimissima fase storica, quella – fondamentalmente – successiva alla caduta della “Prima Repubblica”. E potremmo assumere, come spartiacque tra la “Prima” e la “Seconda Repubblica “, l’ XI Legislatura, quella che inizia con il governo ( di centro-sinistra) Amato il 23 aprile 1992, finendo con il governo (sempre di centro sinistra) Ciampi il 14 aprile del 1994. La XII Legislatura inizia poi con la vittoria del centro destra e l’instaurazione del primo governo Berlusconi ( che sta in piedi dal 10 maggio 1994 sino al 22 dicembre dello stesso anno), finendo con il governo Dini ( quello del primo attacco durissimo contro il sistema pensionistico pubblico) che va dal 17 gennaio del 1995 al 17 maggio del 1996).
La XIII Legislatura è segnata dalla vittoria del centro sinistra, dura dal 9 maggio 1996 sino al 29 maggio del 2001 ed è caratterizzata da ben quattro governi di centro sinistra : primo governo Prodi, governo D’Alema, D’Alema bis, governo Amato.
Il 12 giugno del 2001 ( XIV Legislatura) si instaura il secondo governo Berlusconi, che dura sino al 23 aprile del 2005 e al quale succede un Berlusconi bis, che sta in piedi sino al 17 maggio del 2006.
La XV Legislatura è quella dell’ultimo governo Prodi ( coalizione tra Ulivo, PdCI, PRC, Udeur, Verdi, Italia dei Valori, Rosa nel Pugno) un’esperienza governativa complessa, contraddittoria e tuttora da analizzare seriamente, ma che un fatto certo ha prodotto: la messa in crisi dei due partiti comunisti italiani. E dopo l’ultimo governo Prodi è il tempo del governo Berlusconi, che stiamo ancora vivendo e che sembra in disfacimento.

Come si evince dalla semplicissima cronistoria, non è esistito, in verità, nessun “ventennio berlusconiano” ( almeno dal punto di vista del potere istituzionale, della natura e della successione dei governi, anche se un “ventennio” – ed anche un “trentennio berlusconiano” – è esistito dal punto di vista di un’egemonia turpe e reazionaria: quella che potremmo, appunto, riferire al “Signore di Arcore” e al suo molteplice – non solo mediatico – dominio). Certo è – anticipiamo l’analisi – che in questo ventennio in cui centro destra e centro sinistra si sono alternati al governo i processi di privatizzazione non hanno trovato – fondamentalmente – soluzione di continuità.

Di quale portata e di quale rilevanza – per riprendere il filo del nostro discorso – sono stati, dunque, questi processi di demolizione delle aziende pubbliche, del welfare?
Possiamo iniziare così: tali processi partono in Italia, in modo organico, nel 1992 ( governi di centro sinistra); essi muovono da una doppia spinta, non certo di carattere popolare ma elaborata e sussunta dalle classi dominanti: l’emergenza finanziaria e le forti pressioni della Commissione Europea (CE). Gli argomenti liberisti e popolarizzati ( nel senso che si riesce a farli accettare – anche in virtù del ruolo non antagonista, ma spesso complice, delle forse sindacali e di sinistra – dal senso comune di massa come razionali ed inevitabili) che sostengono i progetti di privatizzazione sono i seguenti : “l’esigenza di migliorare l’efficienza delle imprese da privatizzare, l’accrescersi della concorrenza dei mercati, l’esigenza di ampliare il mercato mobiliare e promuovere l’internazionalizzazione del sistema industriale e, infine, l’obiettivo di aumentare le entrate dello Stato e ridurre il debito pubblico” ( disegno generale che, sostanzialmente, segnerà sia i governi berlusconiani che quelli del centro sinistra lungo il “ventennio”).

Come ha scritto Sergio De Nardis su Il Mulino, “ in seguito a tale politica, in verità, il processo italiano di dismissione di asset pubblici è stato molto ampio, tra i più ampi in Europa. Tra il 1993 (anno in cui si sono avute le prime dismissioni) e il settembre 2000, la cessione al mercato di quote di aziende pubbliche è ammontata a circa 208.000 miliardi di lire; il 66% di questo valore è stato realizzato dopo il 1996. La cifra complessiva di 208.000 miliardi è pari al 13,3% del PIL del 1993; mediamente, dunque, la vendita di partecipazioni pubbliche tra il 1993 e il 2000 ha comportato incassi pari a 1,7 punti di PIL dell’anno iniziale. Prendendo come termine di riferimento il Regno Unito, il paese europeo che maggiormente ha privatizzato negli ultimi vent’ anni, nel periodo di massima accelerazione delle privatizzazioni (1984-99) questa economia ha realizzato incassi totali pari al 23% del PIL dell’anno iniziale o, equivalentemente, in media 2,1 punti all’anno del PIL dell’anno iniziale”.

Nella seconda metà degli anni novanta ( sino ad oggi)i processi di privatizzazione entrano poi nella loro fase più selvaggia, impudica e antipopolare, la fase dell’attacco alla Sanità pubblica, alla Scuola, all’Università ( vi è un filo di continuità tra i decreti Berlinguer e il disegno scellerato della Gelmini), ai Centri di Ricerca e Studio, ai Trasporti, alle Poste: in quella, insomma, dell’aggressione liberista all’intero sistema dei servizi di pubblica utilità. Un attacco che si estende in breve alle Telecomunicazione, all’Enel e al monopolio del Gas.
Per ciò che riguarda le tre grandi “utilities” italiane, ad esempio ed in modo estremamente sommario, oggi possiamo inequivocabilmente registrare il fatto che, per ciò che riguarda le Telecomunicazioni, lo Stato è uscito di fatto dal controllo dell’ex monopolio ( attraverso, tra l’altro, un attacco durissimo all’occupazione e alle condizioni di vita dei lavoratori residui) e che fu la stessa Autorità Antitrust a parlare di “ privatizzazione profonda della Telecom Italia”; per ciò che riguarda l’Energia elettrica il Tesoro detiene ormai – dopo la liberalizzazione avviata nel 1999 dal decreto Bersani – solo il 50% del capitale e i segni di un ulteriore processo di privatizzazione vanno moltiplicandosi; per ciò che riguarda il monopolio del Gas basti dire questo: le direttive liberiste dell’Unione europea sono state non solo totalmente accolte, ma si è stati certamente più papisti del papa, dato che il famigerato decreto Legislativo Letta, n° 164, del 23 maggio 2000, ( governo di centro sinistra) è andato ben oltre il semplice recepimento della direttiva liberalizzatrice CE, spianando invece la strada ad una destrutturazione completa del monopolio pubblico in un settore strategico e tanto legato agli interessi di massa come quello del Gas e centrale per la vita quotidiana delle famiglie, dei cittadini e di tante attività.
A tutto ciò va aggiunto, naturalmente, l’ampio capitolo delle privatizzazioni bancarie, dei Trasporti ( Alitalia, Fincantieri, Tirrenia, oltre le Ferrovie dello Stato), dell’acqua, del settore dell’Aeronautica e della Difesa ( Finmeccanica): tutte privatizzazioni portate avanti dal centro destra in modo determinato ma – spesso con la stessa tenacia – anche dal centro sinistra. Basti pensare ai cantieri navali italiani, alla Fincantieri, che oggi con Berlusconi come ieri con i governi di centro sinistra avrebbero avuto bisogno, per salvarsi e rilanciarsi sui mercati internazionali, non di dismissioni, spinte liberiste e cassa integrazione di massa come preludio al licenziamento o al prepensionamento, ma di un rapporto pubblico più forte con l’ENI, al fine di riconquistare il mercato mondiale e nazionale attraverso una produzione qualitativamente nuova, alta e specifica: quella di navi per trasporto gas e navi mercantili simili, cosa mai avvenuta né accennata, poiché il rapporto strategico tra Fincantieri ed ENI (tutto pubblico) avrebbe significato, agli occhi del liberismo che oggi segna sia la destra che il centro sinistra, una sorta di “sovietizzazione”.
Un dato è già certo: l’intero processo di dismissioni e privatizzazioni dell’ultimo ventennio porta ad una (socialmente drammatica quanto politicamente ed economicamente sconcertante) valutazione del valore delle partecipazioni residue in mano al Tesoro e all’IRI che ormai rappresenta circa il 40% del valore totale di soli 10/15 anni fa.

Perché vorremmo che questa analisi ( da noi appena abbozzata, solamente – e rozzamente – evocata) venisse sviluppata, anche nei dettagli, dalle forze della sinistra? Lo vorremmo perché sarebbe davvero ora che la sinistra italiana, almeno quella volta alla trasformazione sociale, iniziasse a riconquistare il senso della realtà, a costruire un progetto a partire dalle basi materiali, a delineare un’analisi concreta della situazione concreta. Per capire, perché si cambi decisamente strada, obiettivi, linea strategica. Un’analisi certamente non viziata dal pregiudizio idealistico che centro destra e centro sinistra siano “le due destre”, come in una certa fase sostennero intellettuali di sinistra, Bertinotti e tanta parte dell’area “bertinottiana”, un’analisi sbagliata, massimalista e non casualmente destinata a rovesciarsi nel suo doppio minimalista e degenerare nel governismo acritico. Abbiamo bisogno di un’analisi, invece, capace di riconsegnare senso storico e sociale alla “classe” e alle forze del cambiamento.

Perché l’analisi concreta della situazione concreta ci dice brutalmente che l’ultimo ventennio berlusconiano e di centro sinistra è stato, fondamentalmente, solidale nel condividere il disastroso e antipopolare processo di privatizzazioni; che le fase attuale – segnata dalla dura egemonia capitalista e iperliberista e dalle altrettanto dure imposizioni liberiste dell’Unione europea – spinge pesantemente a “ terminare il lavoro sporco” volto alla destrutturazione completa del pubblico; che per contrapporsi a tali spinte occorrerebbe una politica in forte controtendenza che appare essere ancora molto lontana dai progetti moderati e subordinati dell’attuale centro sinistra e del Partito Democratico; che le forze comuniste, della sinistra di classe e d’alternativa ( pur non rinunciando ad una battaglia comune volta a liberare il Paese da Berlusconi) non hanno quasi nulla, o poco, da condividere con l’attuale centro sinistra e con esso non possono governare.
Perché, soprattutto, questa fase ancora fortemente segnata dall’onda ormai lunghissima e non destinata a spegnersi in tempi brevi dell’iperliberismo e dall’attacco violento contro il movimento operaio complessivo, contro i diritti e contro la stessa democrazia borghese residua, necessita oggettivamente – sul piano sociale e storico – che rientri in campo ( come dimostra la grande vittoria del Partito comunista in Grecia) il soggetto più conseguentemente anticapitalista e antiliberista; il soggetto che addensa in se – per scienza, filosofia di fondo, vittorie storiche e storia concreta vissuta – il progetto più razionalmente antitetico allo sfruttamento capitalistico e alle sue pulsioni distruttrici; il soggetto che più di ogni altro può battersi contro le spinte privatizzatrici provenienti dall’Unione europea e dall’attuale, “ottocentesco”, capitalismo italiano e lottare per il ritorno di un forte ruolo pubblico nell’economia.
Questo soggetto è il partito comunista, che ogni comunista consapevole – ovunque collocato ( nei partiti organizzati e fuori di essi) – è chiamato oggi a ricostruire e rilanciare, sia sul piano dell’accumulazione di forze militanti che su quello di un profilo politico e teorico che – a partire dal grande pensiero e dalla grande storia comunista – si forgi all’interno delle nuove e vive contraddizioni capitalistiche, all’interno di quella vera e propria fucina politica e culturale che è il vivere e il condurre la lotta di classe .