«Io sono il presidente. Lei chi è?»

«Sono il presidente dell’ Iraq, lei chi è? Cosa vuole?» Con queste parole Saddam Hussein, dimagrito, con la barba chiazzata di bianco, ma sempre battagliero, ha apostrofato il presidente del tribunale speciale «made in Usa» nella prima seduta del processo-vendetta che lo vede sul banco degli imputati insieme ad altri sette esponenti del passato regime tra i quali il vice-presidente Taha Yassin Ramadan e il suo fratellastro Barzan al Tikrit. Entrato in aula con grande calma, vestito blu e camicia bianca senza cravatta, il sessantottenne «Rais» iracheno, dopo aver apostrofato i due agenti che lo sollecitavano a camminare più in fretta, al giudice curdo che gli chiedeva le generalità ha risposto, contestando la corte e l’intero processo, «Voi mi conoscete, voi siete iracheno e sapete certamente due cose, il mio nome e che non mi arrenderò mai all’arbitrio e all’occupazione».

Il presidente del tribunale speciale nominato dall’ex vicere Usa, Paul Bremer, Rizgar Mohamed Amin di origini curde – gli altri quattro magistrati, come tutti i testimoni sono rimasti anonimi – lo ha quindi invitato di nuovo a declinare le sue generalità ma il presidente iracheno ha risposto, sempre più deciso: «L’aggressione all’Iraq è illegittima e quindi qualsiasi istituzione, come questo tribunale e questo processo, costruita sulla illegalità non ha alcuna legittimità. Per rispetto al glorioso popolo iracheno, rifiuto di rispondere perché questo tribunale è illegale». Poi, quasi a tranquillizzare il giovane giudice, Saddam Hussein, con in mano un’antica copia del Corano, dal banco degli imputati -al centro di una grande sala dell’ex partito Baath nella «zona verde», la «città proibita» dove sorgono le ambasciate di Usa e Gb e i ministeri del governo collaborazionista – ha aggiunto: «Non provo alcun odio verso di voi. Rivendico i miei diritti costituzionali, quale presidente dell’ Iraq, e non andrò oltre». Gli ha fatto eco il vice-presidente iracheno Taha Yassin Ramadan – accusato anche lui per la repressione seguita ad un fallito attentato alla vita di Saddam Hussein, nel villaggio di Dujail, nel 1982, in piena guerra con l’Iran – il quale, contestando la legittimità della Corte ha poi aggiunto «la mia identità mi è stata sottratta come avete sottratto l’identità dell’Iraq».

Dopo due ore e mezza il procedimento è stato aggiornato al 28 novembre sia per privare Saddam Hussein di un palcoscenico dal quale contestare l’occupazione del suo paese sia perché gran parte dei testimoni ha preferito non presentarsi al tribunale. Le immagini dell’udienza sono state trasmesse in televisione, ma per evitare sorprese, in differita di venti minuti. Prima è stato inquadrato il giudice che presiede il tribunale speciale di cinque magistrati, il curdo Rizgar Mohammed Amin , poi il recinto predisposto per gli imputati. Quattro di questi hanno chiesto e ottenuto d’indossare i loro copricapi tradizionali che gli erano stati sottratti, per umiliarli, al momento dell’ingresso in aula. Oltre al vice presidente Ramadan, gli altri accusati sono Barzan Ibrahim al Tikrit, fratellastro di Saddam ed ex capo dell’intelligence, l’ex giudice Awad Hamed al Bandar presidente del trubunale per la sicurezza dello stato, e una serie di ex esponenti del partito Baath nella cittadina di Dujail. Tutti rischiano la pena di morte. La sentenza sarà eseguita entro 30 giorni dalla fine del processo di appello.

«In realtà la sentenza è stata già scritta e il processo sarà un mero spettacolo» ha dichiarato ieri Khalil al Dulaimi l’unico avvocato difensore di Saddam Hussein, ammesso in aula che ha poi aggiunto «Non potrà mai essere un processo giusto od onesto, perché la Corte si è posta allo stesso tempo come giudice, giuria e pubblica accusa». In una lettera inviata agli «osservatori del processo di Baghdad», il portavoce del comitato per la difesa di Saddam Hussein, l’avvocato Issam al-Ghazawi, ha intanto ricordato che «l’imputato, la sua famiglia e il suo difensore designato in aula hanno richiesto che all’imputato medesimo venisse consentito d’incontrare un certo numero di avvocati» stranieri, tra cui l’ex segretario alla giustizia Usa Ramsey Clark e Najib Bin Mohammed al-Nuaimi, ma che «tutti gli incontri sono stati negati». Commentando il processo, nei confronti del quale sono state espresse pesanti critiche da parte dell’Onu e di Human Rights Whatch, il presidente Usa George Bush ieri si è dichiarato convinto che «rispetterà gli standard del diritto internazionale» e che sia «il simbolo che lo stato di diritto sta tornando in Iraq».