«Io sepolto vivo». Parla Ocalan

In un mondo normale questa sarebbe stata un’intervista normale a un detenuto politico. Ma questo mondo normale non è e inoltre sopporta al suo interno una enclave ancor meno normale che si chiama Turchia. Dunque quella che vi proponiamo è un’intervista per interposta persona, fatta agli avvocati del prigioniero politico Abdullah Ocalan, presidente di un partito che non esiste più, il Pkk, anzi di un partito che ha già cambiato due volte il nome (prima Kadek e ora Kongra-Gel, cioè Congresso del popolo kurdo) dal momento dell’operazione di pirateria internazionale che ha portato al sequestro di Apo in un’ambasciata di un paese europeo in Kenya da parte dei servizi segreti di mezzo mondo. Dopo averlo arrestato e mostrato al mondo la preda ferita e soggiogata nel migliore stile americano, Ocalan è stato farsescamente processato e condannato a morte da un tribunale speciale, quindi la condanna è stata tramutata in ergastolo per dimostrare all’Europa che Ankara ha le carte in regola per entrare nella buona società. Ocalan, sepolto vivo nel carcere di Imrali, non ha potuto neanche rispondere per iscritto alle nostre domande per la semplice ragione che non ha il diritto di scrivere, può solo parlare ai suoi avvocati che prendono appunti. In teoria una volta alla settimana, così come ai suoi familiari. In pratica le visite al nemico numero uno dello stato turco sono consentite una volta al mese. Se va bene: tra una visita e l’altra sono passate anche 15 settimane (tra il 24 novembre del 2002 e il 12 marzo del 2003).

Chi è oggi Ocalan, come vive? Ce lo raccontano, in un modesto e accogliente appartamento del vecchio quartiere Pera di Istanbul pieno di fumo e di tè, gli avvocati Mahmut Sakar e Aysel Tugluk. «E’ un uomo ancora forte psicologicamente ma provato nel corpo. E’ malato di asma e la malattia si è aggravata provocando disturbi in tutto l’apparato respiratorio. Ha la sinusite e la faringite, se non verrà curato la malattia attaccherà i polmoni. Ha avuto una brutta emorragia, ha cercato di consegnarci un campione del sangue ma la direzione del carcere di Imrali dov’è tenuto in stretto isolamento non ci ha consentito di portarlo fuori perché venisse analizzato. Sicuramente non potrà guarire nelle condizioni in cui è recluso, in un’isola umida sul mar di Marmara, in una cella grande come questa stanza con un cesso in un angolo e con i microbi che la fanno da padroni. Può aprire la finestra solo di due centimetri per (non) cambiare l’aria. “Mi manca l’ossigeno”, ci ripete a ogni udienza. Ha diritto a un’ora d’aria al mattino e a una il pomeriggio in un’area chiusa tra quattro mura con una griglia di ferro per soffitto che gli consente di vedere il cielo a strisce. Come collegio di difesa abbiamo fatto un nuovo ricorso alla corte di Strasburgo per i diritti umani per chiedere la fine dell’isolamento del signor Ocalan. Può ricevere 10 giornali la settimana da noi, se non ci viene autorizzata la visita non può averne – il procuratore sostiene che l’amministrazione non ha soldi per comprarglieli – e i giornali ammessi sono solo tre, quelli graditi al regime. Spesso capita che le forbici della censura taglino gli articoli ritenuti inopportuni. Può avere tre libri, ora sta ne sta leggendo uno sull’ambiente. Ha una radio che prende solo il canale di stato Tlt ma funziona male e spesso non riesce neanche a sentirla. Il procuratore sostiene che l’amministrazione non può spendere i soldi per queste cose e non consente a noi di portargliene una nuova».

Così vive, si fa per dire, Abdullah Ocalan, un nome e un cognome che dovrebbe tener sveglio tutte le notti un ex presidente del consiglio dei ministri italiano. Dopo la sua espulsione da Roma (e che qualcuno venga ancora a raccontarci che se n’è andato di sua spontanea volontà), a Ocalan è stata riconosciuto lo stato di esiliato in Italia. La Corte di Strasburgo ha condannato la Turchia per il processo di Ocalan e la condanna in violazione delle più elementari norme giuridiche ma Ankara si è appellata contro la sentenza. «Se grazie a Strasburgo il mio processo venisse annullato – dice Ocalan – non accetterei di essere nuovamente processato in Turchia e chiederei di rispondere a un tribunale internazionale, come nel caso di Milosevich».

La scorsa settimana Mahmut e Aysel hanno potuto incontrarlo a Imrali, dove hanno trascritto le sue parole che soltanto un giornale kurdo (Orgur Gundem) ha raccolto e che proponiamo ai lettori del manifesto. «E’ molto importante che tutte le forze democratiche trovino un accordo e si muovano unitariamente ora, cioè prima delle elezioni municipali di marzo. Bisogna intanto che queste forze la smettano di litigare tra di loro – dice Ocalan – e avviino una discussione impegnativa per arrivare all’unità d’azione, che è un percorso importante tanto per i turchi quanto per i kurdi». Ocalan critica i due principali partiti d’opposizione al governo islamista dell’Akp: il Chp (i kemalisti del Partito repubblicano) e il Mhp (i famigerati Lupi grigi). «Questi due partiti credono che noi si viva nel 1930, usano gli stessi paradigmi del Novecento e non sono stati toccati dalla modernità, dunque lasciamoli al loro destino. Sono le altre forze democratiche che devono lavorare alla costruzione dell’unità e a un programma per avviare la democratizzazione della Turchia, sapendo che se tale programma non si realizzerà 10mila guerriglieri riprenderanno le armi. Noi kurdi siamo molto pazienti e confermiamo la tregua ma dopo cinque anni di inutile attesa di un segnale da parte della Turchia la nostra pazienza è messa a dura prova. Inoltre, il modello di repubblica a cui lavora l’Akp di Erdogan non può risolvere i problemi del paese perché è il peggior tentativo di sintesi tra Islam e Turchia, gli islamisti se ne fregano se questa strada porterà alla guerra».

Ocalan si rivolge prevalentemente ai partiti di sinistra kurdi (Dehap) e turchi, alle forze nate dal disfacimento del partito socialdemocratico dell’ex premier Bulent Ecevit. Ma tocca anche un tasto delicato. Alle elezioni politiche che hanno consegnato la Turchia al partito di Erdogan, l’Akp ha raccolto consensi anche nelle regioni kurde del sudest dell’Anatolia e nelle periferie delle grandi città, dove sopravvivono ammassati come bestie milioni di profughi kurdi fuggiti dai villaggi bruciati dalle forze speciali. «Noi abbiamo lottato contro l’esercito turco – dice Apo – e loro ne hanno tratto i vantaggi utilizzando la nostra lotta per prendere il potere. Ma ora non sprecano una sola parola sulla questione kurda. Bisogna occuparsi non solo della questione kurda ma anche della difesa dei diritti umani e del deficit di democrazia in Turchia. Non dimentichiamoci che l’Islam non ha soltanto il governo in Turchia ma anche un esercito clandestino, gli Hizbullah, un’organizzazione costruita dal governo turco in anni passati per combattere i kurdi e che ha ucciso intellettuali e persone del popolo. Oggi questa organizzazione è il terminale turco di al Qaeda. I kurdi sono la chiave, come nel 1920, per un’apertura democratica, hanno la forza della radicalità e delle masse. Se non si realizzerà un’apertura democratica in Turchia sarà il caos. Gli attentati di Istanbul sono un segnale di questo caos: non sono opera di due terroristi ma di un’organizzazione ampia che nasce da processi profondi, in Afghanistan, in Iraq e anche oltre».

Dall’alleanza democratica – una premessa per realizzare una grande coalizione – all’esigenza di fare i conti con gli anni sanguinosi del «conflitto dello stato turco contro il popolo kurdo»: «Vogliamo una commissione della realtà, della giustizia e dell’amnistia che analizzi gli ultimi trent’anni, se non percorreremo questa strada nessuna democratizzazione della Turchia sarà possibile. La corruzione è iniziata alcuni decenni fa, quando ai Lupi grigi (l’organizzazione fascista a cui aderiva Ali Agca, il mancato assassino di papa Wojtyla, ndr) fu data dallo stato carta bianca per commettere omicidi ai danni dei kurdi. Gli assassini sono ancora liberi e vivono tra noi. Ma una riconciliazione tra kurdi e turchi è ancora possibile: basterebbe seguire la strada imboccata dal Sudafrica di Nelson Mandela». Ocalan non risparmia critiche al premier islamista: «Erdogan è pericoloso perché parla di democrazia profonda, il termine prefigura una sintesi turco-islamica che potrebbe produrre una forte esplosione» estendendosi dalla Turchia all’intero Medioriente. Ma cosa pensa l’ex presidente del Pkk della guerra in Iraq? Ne ha mai parlato nel corso degli incontri con voi, chiedo ai suoi avvocati? «E’ dall’attentato dell’11 settembre del 2001 che il signor Ocalan denuncia il rischio di una guerra americana contro l’Iraq e da allora ripete che gli Stati uniti – ma anche la gran Bretagna – devono abbandonare la loro politica imperialistica o ne andrà della loro sicurezza. Il nostro assistito sostiene che al Qaeda è una creatura degli Usa, un pezzo della “cintura verde” per accerchiare l’Unione sovietica. E le guerre degli Usa hanno sempre un obiettivo centrale tra gli altri: il sostegno alla politica israeliana. E qui, per il signor Ocalan, sta una delle ragioni principali dell’instabilità del Medioriente».

Infine, cosa pensa Ocalan dell’opposizione alla guerra da parte delle popolazioni occidentali? «Dice che mentre gli stati europei mettono sempre al centro della loro politica i profitti economici, anche quando non seguono la politica imperialistica americana, le opposizioni popolari alla guerra sono al contrario preziose perché incarnano la possibilità di costruire una globalizzazione democratica in grado di opporsi alla globalizzazione imperialista americana. E ai kurdi iracheni dà un consiglio: diffidate dalla democrazia esportata con la forza dagli Usa, solo i popoli iracheni possono costruire la loro democrazia».

Sono passate tre ore e siamo tutti pieni di fumo e di tè. Saluto Mahmut, due baffoni neri e uno sguardo dolce e Aysel, un volto bellissimo scolpito da un artista mediorientale. C’è una cosa che vogliono ancora dirmi: «Ocalan non può ricevere lettere dalla famiglia, ma secondo lei come mai quelle in cui viene minacciato di morte arrivano sempre a destinazione, nell’umida e sorvegliatissima cella di Imrali?». E voi, chiedo, minacce non ne ricevete? Sorridono: «Abbiamo perso il conto dei processi che dobbiamo sostenere per le denunce da parte dello stato. L’ultima – dice Aysel – l’ho ricevuta per il titolo di un articolo di Repubblica in seguito a un mio intervento a Roma. Il titolo, riferito a una frase di Ocalan, era `Cerco la pace, ma…’». Un «ma» che può costare caro all’avvocatessa di Apo.