«Io, Sara, cestinata da Atesia e 1288»

Come da sette anni a questa parte, anche ieri Sara è scesa all’«ufficio nuovi contratti» Atesia, per ritirare il suo rinnovo. L’ufficio dei destini non si trova al piano delle postazioni, ma qualche scala sotto, nella pancia del grande call center di fronte agli studi cinematografici di Fellini, Roma Cinecittà. Lì dentro ci sono almeno dieci, forse anche quindicimila nomi di lavoratori passati in questi anni a conoscere «che ne sarà di loro», alcuni hanno avuto la fortuna di essere confermati, altri sono stati semplicemente «cassati». Senza preavviso. Ogni mese, ogni due, ogni tre o sei, la durata è variabile, ma alla fine c’è sempre la gogna del rinnovo: sì o no. Ieri, per Sara (il nome è di fantasia) è stato un no. Lavorava da ben sette anni in Atesia, l’ultima campagna affidatale era quella del 1288, il numero dei «Pelotti», i pupazzoni rossi che in uno spot pubblicitario si permettono di scherzare con un operatore: tutti sorridenti, ovvio. Alla televisione i lavoratori dei call center sono sempre felici.
Ma lei, Sara, ha 33 anni, e da quando ne aveva 26 soffre l’ansia del rinnovo, ha buste paga elastiche – una media di 400 euro al mese – contributi all’osso e adesso ha anche ottenuto il benservito. Sette anni finiti nel cestino, senza preavviso né liquidazione, senza che il capo finga neppure di dirti: «Mi dispiace, ti dobbiamo licenziare». L’abbiamo intervistata pochi minuti dopo che aveva appreso di essere stata «non rinnovata»: usciva dal palazzone a vetri di Atesia, mentre davanti al call center i lavoratori tenevano un’assemblea-conferenza stampa sul caso delle ispezioni.

Come hai saputo del licenziamento? Te lo hanno comunicato?
No, l’azienda non ti dice nulla. Ogni volta che scade il contratto devi scendere all’«ufficio rinnovi», e lì cercare il tuo nome su due elenchi. Se sei fortunata sei tra i «confermati». Altrimenti trovi il tuo nome nell’altra lista, tra quelli che non avranno un nuovo contratto.

Hanno motivato il «non rinnovo» dopo ben sette anni?
Sono andata a chiedere una spiegazione dal mio project leader, e mi ha risposto che la campagna a cui ero addetta, quella del 1288, non riceveva più telefonate sufficienti a giustificare la mia presenza nel call center. Ma io ho lavorato tutto agosto, e il telefono squillava: chiedevano persino ad alcuni operatori di estendere il loro turno, cioè venire a rispondere anche nel giorno di riposo. Io credo che non mi abbiano rinnovata per un altro motivo: da ottobre avrei compiuto 7 anni esatti dal primo contratto, e secondo l’ultimo accordo sindacale quelli con la mia anzianità avrebbero dovuto essere assunti a tempo indeterminato. Ecco, si sono voluti liberare di me.

Dunque in questi anni hai sempre lavorato. Ogni quanto venivi «rinnovata»?
Non c’è un periodo fisso: all’inizio facevano contratti di un solo mese, poi si è passati a quelli di due e tre. Ultimamente ne stipulavano di sei mesi, io il più recente lo avevo firmato in febbraio. All’inizio ci facevano persino pagare l’affitto per la postazione, quando eravamo partite Iva. Successivamente sono arrivati i contratti cococò e quelli a progetto.

Al mese quanto guadagnavi?
La busta paga èassolutamente variabile, sono stata addetta a molte campagne. In genere riesco a fare 400, massimo 500 euro. L’estate scorsa mi avevano assegnato una campagna per cui arrivavano pochissime telefonate al giorno, per cui non valeva la pena venire. Lo trovavo veramente offensivo per la mia dignità, e a un certo punto ho deciso di non venire più. Un mese ho preso anche una busta paga con il compenso netto sotto un euro. Non so se ridere o piangere.

Hai fatto altri lavori? Come riesci a vivere con 400 euro al mese?
Un anno facevo la mattina in Atesia e il pomeriggio in un call center all’Eur, distante da qui. Lì lavoravo su campagne di Autostrade per l’Italia e dell’Istituto dermatologico dell’Immacolata di Roma. L’ho lasciato, ho preferito conservare il contratto in Atesia, ma evidentemente ho fatto male a fidarmi. Devo ancora vivere con i miei, a 33 anni non ho davvero scelta. Adesso, dopo sette anni di lavoro mi hanno cestinata come una scarpa vecchia. Ma io a questo punto faccio causa.