“Io, nell´inferno dei braccianti schiavi”

Sottopagati, ammassati in luridi tuguri, massacrati di botte dai caporali se protestano. Sono almeno 5000 gli immigrati africani e dell´Europa dell´est che sopravvivono da schiavi nei campi di pomodori del foggiano. Un inviato dell´Espresso, , per una settimana si è finto uno di loro. Il suo reportage sarà pubblicato sull´Espresso in edicola da oggi. Eccone un´anticipazione.
fabrizio gatti
FOGGIA – Il padrone ha la camicia bianca, i pantaloni neri e le scarpe impolverate. È pugliese, ma parla pochissimo italiano. Per farsi capire chiede aiuto al suo guardaspalle, un maghrebino che gli garantisce l´ordine e la sicurezza nei campi. «Senti un po´ cosa vuole questo: se cerca lavoro, digli che oggi siamo a posto», lo avverte in dialetto e se ne va su un fuoristrada.
Un´amica da violentare
Il maghrebino parla un ottimo italiano. Non ha gradi sulla maglietta sudata. Ma si sente subito che lui qui è il caporale: «Sei rumeno?». Un mezzo sorriso lo convince. «Ti posso prendere, ma domani», promette, «ce l´hai un´amica?». «Un´amica?». «Mi devi portare una tua amica. Per il padrone. Se gliela porti, lui ti fa lavorare subito. Basta una ragazza qualunque». Il caporale indica una ventenne e il suo compagno, indaffarati alla cremagliera di un grosso trattore per la raccolta meccanizzata dei pomodori: «Quei due sono rumeni come te. Lei col padrone c´è stata». «Ma io sono solo». «Allora niente lavoro».
Una settimana da infiltrato tra gli schiavi è un viaggio al di là di ogni disumana previsione. Ma non ci sono alternative per guardare da vicino l´orrore che gli immigrati devono sopportare. Rumeni con e senza permesso di soggiorno. Bulgari. Polacchi. E africani. Da Nigeria, Niger, Mali, Burkina Faso, Uganda, Senegal, Sudan, Eritrea. Alcuni sono sbarcati da pochi giorni. Sono partiti dalla Libia e sono venuti qui perché sapevano che qui d´estate si trova lavoro. Inutile pattugliare le coste, se poi gli imprenditori se ne infischiano delle leggi (….).
Botte e insulti nel campo
(…) Quando il padrone vede arrivare il gruppo di africani, imita il verso delle scimmie. Poi dà gli ordini con gli insulti resi celebri dal vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli: «Forza bingo bongo». Nel campo di pomodori si lavora a testa bassa. Guai ad alzare lo sguardo: «Che cazzo c´è da guardare? Giù e raccogli», urla il padrone avvicinandosi pericolosamente. Si chiama Leonardo, una trentina d´anni. È pugliese. Da come parla è il proprietario dell´azienda agricola. O forse è il figlio del proprietario. Si occupa della manodopera. Una sorta di comandante dei caporali. La sua azienda è a una decina di chilometri, alle porte di Stornara. L´incidente accade all´improvviso. Michele è il più anziano tra i rumeni. Ha una sessantina d´anni, i capelli grigi. Sta caricando cassette piene sul rimorchio del trattore. Il legno è troppo sottile, è secco. E una cassetta si sfonda rovesciando dodici chili di pomodori. Leonardo, con la mano chiusa a pugno, lo colpisce. Una sventola sulla testa. «Stai attento, coglione», urla, «credi che noi stiamo ad aspettare mentre tu butti le cassette?». Michele forse chiede scusa. E´ troppo stanco e offeso per parlare ad alta voce. «Scusa un cazzo», continua Leonardo. Michele ritorna a caricare il rimorchio aiutato da altri rumeni. Ma dopo mezz´ora è ancora seduto a terra. Si tiene la testa. Perde molto sangue dal naso. Un suo compagno di lavoro spreme un pomodoro maturo per bagnargli la fronte. Cosa ha fatto lo spiega a Leonardo il caporale: «Ho dovuto spaccargli una pietra in mezzo agli occhi. Ho dovuto. Quello stronzo se l´è presa con me perché tu prima l´hai picchiato» (…).
Espulsi senza paga
(…) Oggi si finisce prima del solito. Il perché lo racconta il caporale ad Amadou, 29 anni, in macchina durante il ritorno: «Ci sono in giro i carabinieri». Segnala un campo di pomodori lungo la strada: «Vedi qua? Questo pomeriggio i carabinieri sono venuti a prendere dei miei ragazzi. Africani come te e rumeni. Li hanno portati via per il rimpatrio. Ma non avere paura, il campo dove lavorate voi», dice indicandosi le spalle come se avesse i gradi, «è controllato dalla mafia». Succede spesso quando è giorno di paga. A volte sono gli stessi padroni a chiamare vigili, polizia o carabinieri e a segnalare gli immigrati nelle campagne. Basta una telefonata anonima. Così i caporali si tengono i loro soldi. E la prefettura aggiorna le statistiche con le nuove espulsioni. (…)