Intervista con Arleen Rodriguez, economista cubana

America latina al bivio, tra sottomissione e speranza:
«Far crescere la qualità della vita o soltanto il Pil?»

Arleen Rodriguez De Rivet è cubana, economista ed editrice della storica rivista Tricontinental. Il suo è un punto di osservazione privilegiato per capire il peso della crisi sull’America latina: trasformazioni indotte, domande sul futuro del «modello di sviluppo», pericoli in agguato per popoli già duramente provati dall’invasiva presenza del vicino yankee. A Roma per sollecitare l’attenzione dei media per i cinque cubani arrestati e condannati a Miami (ne abbiamo parlato altre volte e continueremo a scriverne), ha accettato di spiegare come da Cuba si guardi all’attuale stato di cose del mondo. L’America latina sta vivendo un momento molto critico. Come leggi gli sviluppi attuali?

C’è una situazionemolto interessante. Da un lato la crisi profonda del neoliberismo ha imposto a tutta l’America latina un aumento gigantesco del debito e un altrettanto gigantesco impoverimento delle popolazioni. Dall’altra, però, c’è una situazione di speranza, perché si sta facendo avanti una nuova leadership dei movimenti popolari, che produce una novità in tutto il continente. Il neoliberismo ha prodotto situazioni come l’Argentina, paese in cui ci sono più risorse che persone, ma dove in realtà ora c’è molta fame, neanche fosse uno dei paesi più poveri. Il regresso è tale che si vede nelle strade, con indici di povertà talmente alti da far parlare degli anni `80 e `90 come «decenni perduti». Agli Usa piace dire che l’America latina è cresciuta, negli anni’90, perché il prodotto interno lordo (Pil) è salito. Ma è cresciuta la povertà. L’America latina è oggi la zona con le maggiori disegualianze del mondo. Il Pil non può essere l’unico indicatore dello sviluppo di un paese. Nel più ricco di tutti, il Brasile, la decima potenza economica del pianeta, Lula ha vinto la corsa alla presidenza con un programma di lotta alla fame. Questa è la realtà economica dell’America latina. Il segno di quanto sia profonda la crisi si può vedere anche nella scomparsa dei partiti politici tradizionali e nel sorgere di movimenti di nuovo tipo. Julio Gutierrez in Ecuador ha vinto con un movimento nuovo, così come avvenuto con Chavez in Venezuela. Ma anche Lula, che pure è a capo di un partito tradizionale, ha vinto grazie all’apporto dei movimenti, come i Sem Terra o i sindacati. Un percorso comune a tutta l’America latina, che si trova di fronte – come fu per Cuba negli anni `60 – a questa sfida: come rendere possibile un cambio economico e politico nel bel mezzo delle relazioni capitalistiche.

Paesi deboli come questi, possono «cambiare strada» rispetto al modello dominante?

Si dice spesso: «è un mistero». Cuba lo ha risolto con il socialismo. Ma non è detto che questo valga per altri, o tutti, i paesi. Credo che la sfida sia trovare la soluzione nella propria forma, a seconda dei paesi.

E sarà possibile farlo, davanti alla Nuova strategia di difesa statunitense?

Questa nuova strategia è esattamente la prova di quanto profonda sia la crisi del capitalismo. Ed è anche un conferma di come, nella crisi, il capitale va alla guerra. E quella contro l’Iraq è chiaramente una guerra imperialista, perché neoliberismo e imperialismo sono andati creando una situazione senza via d’uscita.

Sono tre anni che la «crescita» è ferma…

L’accumulazione non riparte. Il neoliberismo ha cercato di tirar fuori più succo dallo stesso frutto: con la speculazione finanziaria, brevetti esclusivi, salari più bassi. Ha tirato fuori il massimo, ma non ottiene più superprofitti. Sta in una contraddizione che non gli permette di rilanciare il ciclo. Questo porta alla guerra e ne prepara di nuove. La nuova strategia è stata scritta per far capire a tutti che se non ci sottomettiamo a loro ci toccherà la guerra: economica, politica, mediatica. Come avviene da decenni per Cuba. Come con el paro in Venezuela, dove la vecchia oligarchia ha provato a far fallire un progetto alternativo. E stiamo aspettando di vedere cosa riserveranno al Brasile.

C’è davvero uno spazio per uno sviluppo nazionale alternativo?

Le nostre economie sono deboli e controllate da Fmi e Banca mondiale. E’ considerato quasi un obbligo politico, chi esce da questo schema è a rischio. E poi c’è l’Alca, un progetto imperiale molto antico, che si va concretizzando ora; un modo di «aprire le gambe» all’America latina perché il capitale possa entrare senza trovare ostacoli. All’interno dell’Organizzazione degli stati americani stanno addirittura cercando di far passare una «Carta democratica» che stabilisce l’obbligo di «mantenere il sistema»; ogni eventuale rottura della «democrazia» autorizzerebbe l’esercito Usa a intervenire. Si cerca di impedire preventivamente un qualsiasi cambio di sistema. Stanno già aumentando le basi militari in posti dove non si pensava neppure che fosse necessario, come in Amazzonia, Argentina, Paraguay, Ecuador. Tutto in nome della «lotta al narcotraffico» e al «terrorismo». Già ora, in Colombia, l’esercito Usa interviene direttamente nel conflitto interno. .

Il fatto che ci siano nuovi governi ha cambiato le relazioni economiche di Cuba?

Finora no. Le relazioni con i paesi del continente sono andati aumentando negli ultimi anni, ma i cambiamenti politici in America latina ancora non hanno comportato relazioni più strette. E’ ancora molto presto. E’ c’è sempre il rischio, come avvenuto in Venezuela, che i rapporti economici con Cuba vengano usati dall’oligarchia come pretesto per attaccare i governi. E’ un momento cruciale per il Sudamerica. Ci sono due forze che stanno tirando in direzione opposta. Una, reazionaria, è a favore dell’Alca, per la subordinazione agli Usa e l’isolamento di Cuba. L’altra è in crescita, è positiva, mira a cambiare la situazione con metodi molto nuovi di mobilitazione, di crecita della coscienza. Come si è visto anche a Porto Alegre. E’ bello vedere l’America latina attraversata da una rivoluzione pacifica, che ci permette di sperare in un mondo migliore, dove lo sviluppo della qualità della vita di un popolo non si misura con la quantità del Pil. C’è una quantità di forze nuove che stanno crescendo, e che possono far girare, finalmente, la storia.