Intervista al Segretario del PC della Romania

Constantin Rotaru è nato nel 1955 a L?unele de Jos, villaggio nel Distretto di Vâlcea. Laureato presso la Facoltà di Scienze Economiche di Bucarest per poi specializzarsi in Storia del pensiero economico romeno, è stato membro del Partito Comunista Romeno dal 1977 fino alla dissoluzione. Dal 1992 al 1996 è stato deputato, eletto tra le file del Partito Socialista del Lavoro (PSM, Partidul Socialist al Muncii). Nel 2003, viene eletto presidente del Partito Alleanza Socialista (PAS, Partidul Alian?a Socialist?), continuatore del Partito Socialista del Lavoro.

Compagno Rotaru, in primo luogo la voglio ringraziare a nome del Partito dei Comunisti Italiani per la sua disponibilità a rispondere alle nostre domande. Per cominciare, vorrei sapere cos’è successo ai comunisti romeni dopo i fatti del dicembre 1989. In quale forma, o in quali partiti, si sono organizzati?

Sono lieto di rispondere alle sue domande, in quanto in questo modo posso rivolgermi ai Comunisti Italiani, i quali hanno una gloriosa tradizione di lotta per la causa dei lavoratori e dei contadini, dei lavoratori italiani ed europei e del mondo intero. Il Partito Comunista Romeno ha avuto rapporti amichevoli e di buona collaborazione con il PCI sia sul piano ideologico, dottrinale, che sul piano politico. Speriamo di riprendere questa collaborazione nelle condizioni attuali, ovvero quando i nostri popoli sono sottoposti al più cinico sfruttamento e il livello di vita si abbassa drammaticamente.

Tornando alla sua domanda, devo rendervi noto che il 22 dicembre del 1989, attraverso una manovra perversa, essenzialmente antidemocratica e in qualche modo dittatoriale, gli autori del colpo di stato hanno ordinato lo scioglimento del Partito Comunista Romeno, al fine di togliere alla classe operaia, al popolo, la propria organizzazione politica, la sola, tra l’altro, capace di sventare il piano antiromeno, di restaurazione borghese-latifondista, costruito da cospiratori sotto la diretta direzione di agenti stranieri. Ciò ha portato ad alcune tra le più gravi conseguenze dell’intero periodo post-decembrista (il periodo seguito al dicembre 1989, NdT). I comunisti non si sono potuti più riorganizzare, in quanto la loro attività era considerata fuorilegge. Anche adesso il Partito Comunista Romeno è vietato in Romania e viene assimilato al fascismo, il che non solo è una grande ingiustizia, ma un crimine imperdonabile.

In queste condizioni, i comunisti romeni si sono ricordati delle difficili condizioni della lotta nell’illegalità e hanno applicato la tattica delle attività legali, orientandosi verso i partiti di sinistra. I più leali si sono costituiti nel Partito Socialista del Lavoro, che ha avuto largo seguito nelle città operaie. Una parte dei vecchi membri del PCR si è orientata verso il Fronte di Salvezza Nazionale, sia per colpa della confusione del momento, sia perché ingannati da Ion Iliescu, ex alto dignitario comunista, che prometteva di guidare il paese sulla strada di riforme positive. Purtroppo gli autori del colpo di stato sono saliti in sella ai circoli della restaurazione e neo-liberali. Sicuramente il PCR, che prima del 1989 era diventato un partito di massa con circa 4 milioni di membri (cosa che, a mio avviso, è stato un errore strategico), ha avuto un buon numero di opportunisti tra le sue file. Gente abituata – come si dice – a pescare nel torbido, che in fretta si è diretta verso partiti di destra, approfittando della mancanza di quadri e dello scarso radicamento iniziale di questi. Tuttavia, quelli davvero corretti erano attorno a noi.

Come si è arrivati al Partito Alleanza Socialista?

Il Partito Socialista del Lavoro è stato sottoposto a grossolane manipolazioni e ha finito, alla fine del 2003, per essere assorbito, in maniera abusiva e illegale, dal Partito Social Democratico (PSD), all’epoca al governo. Infatti, nel PSD sono entrati solo alcuni opportunisti che si trovavano alla direzione del partito, mentre l’assoluta maggioranza dei militanti si è riorganizzata e ha rifondato il partito sotto la denominazione di Partito Alleanza Socialista.

Lo scorso anno abbiamo seguito con grande interesse il Congresso Straordinario del PAS, che ha deciso la ricostruzione del glorioso Partito Comunista Romeno. Cosa è accaduto dopo questo Congresso? Avete avuto problemi con l’ottenimento della sentenza riguardante l’utilizzo del nome PCR?

Così come avete anticipato, lo scorso anno il Congresso Straordinario del Partito Alleanza Socialista ha deciso di cambiare il nome in PCR. Subito dopo il Congresso, abbiamo fatto ricorso alla giustizia, così come richiede la legge in Romania. Dopo molte peregrinazioni, la prima istanza ha respinto la nostra richiesta con la motivazione che il PCR sarebbe stato un partito che ha danneggiato il paese. In realtà, il regime di democrazia popolare e successivamente il regime socialista hanno avuto un atteggiamento fermo di fronte a coloro che erano stati giustamente definiti criminali di guerra dagli Alleati (USA, Gran Bretagna, Francia e URSS). Neanche si sarebbe potuto fare altrimenti, in quanto la Romania ha avuto lo status di paese occupato fino al 1958, poiché qui si trovavano le truppe sovietiche e la Commissione Alleata di Controllo, le quali hanno seguito i processi affinché si svolgessero senza troppi riguardi. Il re ha abdicato nel 1947 e si è instaurato il regime di democrazia popolare, e il paese è diventato la Repubblica Popolare Romena. S’è trattato di una transizione complicata e complessa nella quale si sono commessi errori e addirittura abusi, come hanno constatato gli stessi comunisti nel 1968, quando quel periodo è stato analizzato. Possiamo dire che coloro che furono considerati criminali di guerra o colpevoli del disastro economico del paese non hanno avuto vita facile. Però tutte le menzogne escogitate a proposito dell’imprigionamento del popolo romeno sono aberrazioni, inventate dalla propaganda di destra per seminare la confusione nella maggioranza dell’80% della popolazione, ovvero coloro che avevano beneficiato delle politiche di sviluppo economico e sociale del Partito Comunista Romeno. Al contrario di quanto viene affermato, la protezione sociale è stata particolarmente potente in tutti gli anni in cui il paese è stato guidato dai comunisti. Gli operai, i contadini, tutti coloro che avevano intenzione di guadagnarsi da vivere attraverso un lavoro onesto hanno goduto di molti diritti, tra cui: istruzione gratuita, assistenza medica gratuita, abitazioni per ogni famiglia e accesso illimitato alla cultura ecc. Va anche precisato che l’ordinamento socialista ha assicurato a tutti i cittadini sia i posti di lavoro che la loro sicurezza. In tutto il periodo socialista, la Romania non ha conosciuto la piaga della disoccupazione, dell’inflazione, dei fallimenti bancari, del fallimento in generale. Le parole “disoccupazione”, “fallimento”, “inflazione” o “liquidazione” non erano conosciute ai romeni, non facevano parte del nostro vocabolario. Il paese è stato alfabetizzato, le malattie endemiche della povertà sono state debellate. Eppure, nel 2011, la giustizia romena si è permessa di giudicare seguendo categorie propagandistiche, seguendo la storia falsificata, pronunciando giudizi di valore invece di sentenze giuridiche.

In questo momento stiamo terminando il dossier per rivolgerci alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Purtroppo il nostro accesso ai mass-media è bloccato, e posso affermare che il sistema è per intero impegnato per impedirci di riorganizzarci e di raggiungere l’immensa maggioranza insoddisfatta dall’ordine capitalista, che ha trasformato il nostro paese in una neo colonia con un livello di vita estremamente basso per i molti, e con una oligarchia arricchita dal saccheggio del patrimonio nazionale.

Affermo queste cose poiché in Romania, così come in altri paesi capitalisti, coloro che assicurano i posti di lavoro e pretendono disciplina, onestà e solidarietà, che combattono la menzogna, il furto, la degradazione dell’essere umano, che mettono al primo piano la cura nei confronti dell’uomo, dei suoi bisogni materiali e spirituali sono considerati dittatori. Mentre quelli che rubano, che si sono appropriati delle immense ricchezze del paese, che si prendono gioco, che degradano l’essere umano, che hanno riacceso il fuoco dello scontro di classe e hanno riportato lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo passano per democratici! Si tratta di una situazione tragicomica, e temo che non solo da noi accade così.

Nell’intero periodo dal 1924 al 23 agosto 1944, quando il governo Antonescu è stato rovesciato e la Romania è uscita dall’alleanza con Hitler, il PCR è stato costretto ad agire nell’illegalità. Ed ecco che ora, all’inizio del terzo millennio, da 21 anni il PCR è, nuovamente, vietato in Romania. L’idea comunista crea fastidio alle dittature fascistoidi di Bucarest.

Sono passati più di 20 anni dalla cosiddetta rivoluzione del 1989: sicuramente, in questo lasso di tempo, i comunisti romeni hanno analizzato l’esperienza della Romania socialista. A che conclusioni siete arrivati, in merito all’esperienza socialista nel vostro paese?

Devo dirvi che la società romena ha, nel suo insieme, una strana percezione della realtà, ciò accade perché è stata buttata nella confusione e nella anestetizzazione da un perverso sistema propagandistico, estremamente foraggiato e abilmente messo a punto. Questo porta a situazioni paradossali. Gli uomini che hanno vissuto e si sono realizzati proprio in quel periodo, sono quelli che spesso infieriscono sul passato con frasi del tipo “i comunisti hanno distrutto l’economia”… e questo mentre davanti ai loro occhi si demoliscono, si smembrano le fabbriche e le officine (costruire… dai comunisti!), gettando nella disoccupazione milioni di persone. Oggi, mentre in Romania si chiudono centinaia di ospedali e si distrugge la rete di assistenza medica nazionale, esistono alcuni che dicono che ciò non è dovuto al capitalismo ma… ai comunisti, che, in qualche modo, avrebbero occupato la direzione del paese.

Anche tra i comunisti, non tutti si rendono conto di come stanno davvero le cose. C’è confusione ideologica, oltre che di percezione della realtà. Esistono gruppi che si autodefiniscono comunisti che, ad esempio, respingono il marxismo come analisi della società borghese. Altri si dichiarano trotzkisti o anarchici. Esiste addirittura un partito comunista… di noncomunisti!

Anche noi abbiamo attraversato, e attraversiamo ancora, un periodo di chiarificazioni ideologiche, in quanto anche i comunisti sono sommersi da una produzione soffocante di testi apocrifi e non abbiamo ancora opere di sintesi che chiariscano le cose. Esistono discussioni e opere individuali di valore, ma mancano ancora grandi lavori di sintesi.

Nei paesi dell’Europa dell’est, nella maggior parte di questi paesi, i popoli hanno una sorta di nostalgia del socialismo. Lo stesso accade in Romania, dove da tempo si registra una rivalutazione dell’opera e della figura di Nicolae Ceau?escu. Recentemente, un sondaggio ha indicato che l’80% degli abitanti di Bucarest si iscriverebbe al PCR. Si tratta di pura nostalgia, o questa attitudine potrebbe portare a qualcosa di più concreto dal punto di vista politico, considerando che oggi milioni di romeni non hanno conosciuto direttamente il socialismo o erano troppo piccoli allora?

In passato, le aspettative verso il capitalismo erano particolarmente grandi poiché la propaganda americana e occidentale, l’impegno di Giovanni Paolo II e molti altri fattori, incluse alcune difficoltà interne come l’approvvigionamento insufficiente di beni di consumo di base, hanno creato l’illusione che tutto nel capitalismo fosse perfetto. I romeni, come gli altri popoli dell’est, non conoscevano la disoccupazione, l’inflazione, i fallimenti e le altre miserie del sistema capitalistico. Immediatamente dopo l’assassinio di Nicolae Ceau?escu e l’arresto dei suoi collaboratori è iniziata una campagna ufficiale di denigrazione prima dei dirigenti comunisti, e poi del sistema socialista nel suo insieme. Si chiudevano le fabbriche e le officine e i lavoratori venivano ingannati con pensioni e compensazioni al fine di fargli accettare senza opposizione la distruzione dell’economia romena. Col passare degli anni, però, la gente ha iniziato a tornare in sé, a destarsi dall’anestesia e a vedere che le cose non si indirizzavano verso una società di uguaglianza, ma verso la polarizzazione della società in un’immensa maggioranza spinta verso la povertà e una minoranza arricchita unicamente dal saccheggio e dalla distruzione del patrimonio nazionale.

I giovani che non hanno vissuto quegli anni, o che erano troppo piccoli per ricordare, vedono da soli come stanno evolvendo le cose. Se non sono benestanti, non possono continuare gli studi superiori per mancanza di soldi. Non trovano lavoro, e anche quando, dopo grandi sforzi, riescono a finire l’università, questo non gli serve a niente, solo a diventare disoccupati con studi universitari.

Non possiamo dire che le insoddisfazioni dei giovani si esprimono assolutamente verso sinistra. Alcuni neanche prendono in considerazione l’aspetto politico. Ma vedono anche loro che la società borghese è ingiusta, egoista, corrotta, indifferente della vita del prossimo e del pianeta. È risaputo che i giovani sono più generosi, maggiormente pieni di slanci nobili degli adulti e così la loro rivolta è prima di tutto emotiva, poi materiale, sociale e politica. Sicuramente noi vogliamo coinvolgere i giovani, poiché noi promuoviamo la cura, l’attenzione nei confronti dell’uomo. Per noi, il più prezioso capitale è l’uomo! Per questo motivo crediamo che il posto dei giovani sia accanto a noi.

Tornando al dicembre del 1989: nell’Europa occidentale ancora si parla di “rivoluzione”, in riferimento ai fatti che hanno portato alla fine del socialismo in Romania. Cosa ne pensate voi, comunisti romeni?

Voglio dirvi quanto più chiaramente possibile come vediamo noi le cose. Non c’è stata nessuna rivoluzione, è stato un colpo di stato preparato nel tempo, in cui sono stati coinvolti cospiratori interni e agenti stranieri: CIA, KGB, MOSSAD, servizi segreti ungheresi e iugoslavi. Forse anche altri, ma su questi citati vi è una vasta letteratura documentale. Di certo, è stato possibile rovesciare il regime di Bucarest, come del resto l’intero sistema socialista d’Europa, nel contesto dell’evidente implicazione di Mihail Gorba?ëv.

Per quanto riguarda la Romania, bisogna sottolineare il fatto che già dalla fine degli anni ’70 – inizio degli anni ’80 veniva condotta dall’estero una violenta campagna denigratoria nei confronti di Nicolae Ceau?escu e nei confronti dell’economia romena, è stata creata ogni sorta di difficoltà di approvvigionamento; il Fondo Monetario Internazionale, gli USA, l’URSS hanno fatto delle pressioni e sono stati realizzati dei potenti bloccaggi finanziari, economici e commerciali affinché fossero messe in discussione la legittimità e la competenza della direzione dello stato e del partito, del sistema socialista nell’insieme. Come primo passo, è stata creata un’ondata di antipatia verso la famiglia Ceau?escu, attraverso l’invenzione di menzogne davvero apocalittiche: questo primo passo è stato compiuto attraverso la pubblicazione in occidente del libro Orizzonti rossi, scritto sotto l’ordine della CIA dal generale della sicurezza Pacepa, un traditore che aveva abbandonato la Romania alla fine degli anni ’70. Intanto i cospiratori interni alimentavano il cosiddetto culto della personalità, sovraccaricando la popolarità di Nicolae Ceau?escu affinché ricadesse sopra di lui ogni responsabilità. Ci sono stati, conseguentemente a questa situazione, una serie di errori da parte della direzione dello stato e del partito. Voglio tuttavia fare una precisazione: per quante misure di austerità possano essere state prese, è stato per ridurre le spese e gli sprechi. Che a volte si è esagerato, tagliando anche spese necessarie, è vero, ma non si è mai deciso di gettare la gente nella disoccupazione, di chiudere gli ospedali, gli ambulatori, le scuole, e non si è mai deciso di tagliare i salari e le pensioni. Detto questo, anche nel periodo di massima austerità, la protezione sociale ha funzionato in maniera soddisfacente. In più, è risaputo che all’inizio del 1989 la Romania era diventata un paese senza alcun debito estero! Attraverso un periodo di austerità, l’effetto ottenuto è stata la liberazione dal giogo della finanza mondiale e delle politiche usuraie delle banche. Nel 1989 la Romania aveva presso la Banca Nazionale una potente riserva d’oro, un surplus di bilancio di alcuni miliardi di dollari, crediti esteri per circa 15 miliardi di dollari, un potenziale corrente di altri 40 miliardi di dollari e in più un’industria con capacità di circa 500 – 700 miliardi di dollari, un’agricoltura ben organizzata, un commercio estero eccezionale con oltre 140 paesi, coi paesi arabi, con la Cina, in generale coi paesi del Terzo Mondo ma anche coi paesi europei orientali e occidentali. Anche questo è stato un motivo dell’assassinio di Nicolae Ceau?escu, del rovesciamento del regime socialista. D’altronde, per questo l’intero sistema socialista è stato rovesciato, con grandi spese occidentali: poiché esso aveva dimostrato che si può vivere in un mondo con un alto grado di protezione sociale, con una divisione più giusta dei benefici, ovvero ciò che ha sempre costituito una minaccia per la minoranza dei ricchi del mondo. Noi crediamo che il sistema socialista mondiale, il sistema socialista romeno, abbiano perso una battaglia molto importante alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90, ma non hanno perso la guerra. La guerra è in corso, e i recenti avvenimenti in Europa e negli USA ci danno il segnale che così non può andare, che il mondo deve cambiare in favore dei lavoratori, dell’equità e della giustizia sociale.

La Romania post-socialista è stata attraversata da alcune lotte operaie, alcune delle quali estremamente violente. Mi riferisco alle “mineriadi”. Cosa è successo in occasione delle mineriadi? Quali sono state le cause delle marce dei minatori sulla capitale?

Non si può parlare di lotte operaie “ampie”, perché non sono state organizzate in maniera seria e con maturità politica. Ciò fu dovuto allo scioglimento dittatoriale imposto al PCR, cosicché la classe operaia è stata privata di una direzione dedicata ad essa e agli interessi fondamentali del popolo romeno. Ci sono state manifestazioni agli inizi degli anni ’90, ma queste furono organizzate dai cosiddetti sindacati liberi, che col tempo hanno dimostrato di non essere legati alla causa dei lavoratori. Le manifestazioni hanno avuto più che altro lo scopo di spianare la strada alla restaurazione capitalistica, borghese-latifondista, alla presa del potere da parte della cosiddetta Convenzione Democratica, ovvero il principale artefice della restaurazione che, dopo il 1996, una volta preso il potere, ha spalancato le porte alla deindustrializzazione, alla disorganizzazione dell’agricoltura, al tracollo del sistema bancario che continua ancor oggi, alla totale subordinazione di fronte al FMI ecc.

Devo ammettere con rammarico che gli operai e i contadini si sono arresi senza opporsi, assistendo passivamente alla distruzione economica e sociale della Romania. Ciò è dovuto, e lo ripeto ancora una volta, al fatto che il PCR è stato vietato, in modo antidemocratico, mentre il Partito Socialista del Lavoro è stato sottoposto a pratiche intimidatorie e alla fine è stato assorbito abusivamente dal PSD.

Per quanto riguarda la celebre “mineriade”, devo far presente che le violenze sono iniziate prima dell’arrivo dei minatori a Bucarest, con l’attacco del 13 giugno 1990 alla Televisione, al Ministero degli Interni e ad altre strutture. Di certo c’è stata una grande speculazione sulla presenza dei minatori a Bucarest, in generale allo scopo di danneggiare l’immagine della Romania. I provocatori di Piazza dell’Università, quando hanno capito che i minatori non avrebbero appoggiato le loro azioni, hanno iniziato a fare le vittime, e per anni, anzi ancora adesso, hanno continuato su questa linea. Anche i partiti hanno tentato di portare i minatori dalla propria parte ed è interessante osservare che il solo leader che è stato ascoltato dai minatori sia stato Ion Iliescu, cosa che fa pensare (nonostante le forti smentite di Iliescu stesso) che sia stato lui a chiamare i minatori nella capitale. Non abbiano ancora accesso ai documenti schedati, sicché neanche oggi si è chiarita questa confusa pagina di storia. Andrebbe ricordato che l’unica parte devastata dell’Università fu il laboratorio dell’allora lettore universitario Emil Constantinescu, futuro presidente della Convenzione Democratica Romena e Presidente della Romania tra il 1996 e il 2000. Alcune fonti sostengono che Constantinescu sia stato reclutato dalla CIA sin da prima del 1989. Un altro dettaglio interessante: non sono stati i minatori a distruggergli il laboratorio, ma una squadra che sosteneva di appartenere alla grande piattaforma industriale di Bucarest IMGB (oggi dismessa). Si dice anche che tra i minatori e i gruppi della IMGB si sarebbero mescolati dei “lavoratori ben istruiti” che venivano dalle fila di quelli che manifestavano in piazza.

Per quanto riguarda la seconda discesa dei minatori a Bucarest, nel settembre del 1991, il PSD li ha usati per rimuovere il Primo Ministro mentre il Partito Nazionale Contadino Cristiano Democratico e altri partiti d’opposizione cercarono di utilizzare i minatori per cacciare Ion Iliescu dalla carica di Presidente del paese. Una vera e propria commedia!

Noi consideriamo che sia i minatori che gli altri lavoratori siano stati deviati dai loro obiettivi, ovvero la difesa delle imprese e dei posti di lavoro. Sono stati raggirati e avviati erroneamente verso altri scopi, che non erano di loro interesse. In altri termini, i minatori non sono stati che massa di manovra, come accadde nel dicembre del 1989, alle cui spalle i veri profittatori hanno consolidato la propria posizione per conquistare il potere e soggiogare il popolo.

Il governo della Romania è stato spesso accusato di essere implicato nelle tensioni interne della Repubblica di Moldavia. Addirittura molti romeni chiedono l’annessione della Moldavia alla Romania: qual è il il vostro parere?

Il problema della Bessarabia è delicato, ed è causa di dispute di carattere storico. La risoluzione del problema però non si può ottenere che per volontà del popolo moldavo. Noi consideriamo che sia questa l’unica via giusta, poiché vi esistono anche considerazioni di natura etnica e considerazioni politiche nascoste di stati vicini. Le autorità di Bucarest non hanno mai avuto buoni progetti per la Bessarabia, e non poteva essere altrimenti visto che non erano tali neanche per la Romania. La Romania non è attrattiva, oggi non può esportare che disoccupazione, inflazione, debiti immensi, caos economico e sociale.

Abbiamo una grande stima per i patrioti moldavi, per i sostenitori dell’unità con la “terra madre”, ma nello stesso tempo rispettiamo anche coloro che considerano l’indipendenza della repubblica più adatta al suo interesse.

Non conosciamo i dettagli, ma contro i servizi segreti romeni esistono accuse secondo le quali essi sarebbero stati coinvolti in azioni di destabilizzazione.

Noi abbiamo una buona collaborazione col Partito dei Comunisti della Repubblica di Moldavia, e speriamo di mantenere relazioni di amicizia e collaborazione nell’interesse di tutti, su ciascuna riva del Prut.

Il Partito Alleanza Socialista considera che, prima di tutto, tra Romania e Repubblica di Moldavia debbano svilupparsi le più strette collaborazioni economiche, culturali e politiche, collaborazioni costruite sulla base dei principi di uguaglianza, rispetto reciproco, non ingerenza negli affari interni, prevenzione e soluzione pacifica di eventuali incomprensioni.

Il PAS sostiene lo sviluppo ulteriore di relazioni speciali con la Repubblica di Moldavia, oltre il “confine europeo” che le separa, per coltivare e consolidare lo spazio culturale e spirituale comune. Di conseguenza, noi ci sforziamo per lo sviluppo e il consolidamento del rapporti con tutti i romeni che si trovano all’estero, inclusi quelli che vivono nel vostro paese, per la conservazione e l’affermazione della nostra identità nazionale, culturale e spirituale, per una politica attiva di promozione dell’immagine della Romania nel mondo e di inclusione, attraverso mezzo adeguati, dei valori della civilizzazione, della cultura e della spiritualità nazionale romena nel circuito universale dei valori.

Purtroppo, il confine tra Romania e Repubblica di Moldavia è anche il confine dell’Unione Europea, e ciò obbliga a noi di recarci a Chi?in?u col passaporto, mentre i moldavi, per venire a Bucarest, hanno bisogno anche del visto.

E a proposito della Transnistria?

Il problema della Transnistria è difficile, in primo luogo, per la Repubblica di Moldavia. La Transnistria fa parte della Repubblica ed è chiaro che le autorità di Chi?in?u cercano di risolvere la situazione in questo quadro. Non dimentichiamo inoltre che tre province del sud, appartenenti alla Bessarabia, sono ora comprese nel territorio dell’Ucraina.

Esiste di sicuro anche il particolare aspetto dei comportamenti di Igor Smirnov, e sulla bilancia pesa molto la presenza della 14a Armata russa in Transnistria. Questi aspetti potrebbero essere risolti se tra Chi?in?u e Tiraspol ci fossero fiducia reciproca e progetti comuni di progresso. In tal senso, consideriamo che un ruolo particolarmente importante lo potrebbe avere, in questa situazione, una relazione di fiducia tra Romania e Russia. Purtroppo però i regimi di Bucarest sembrano preferire un confronto propagandistico, e non solo, con la Federazione Russa. Ciò è in linea con il comportamento dell’occidente, ma questo non significa che questo modo di affrontare la situazione sia produttivo. Crediamo fortemente che una buona relazione tra Romania e Russia avrebbe effetti benefici sia a Chi?in?u che a Tiraspol. Devo aggiungere un altro aspetto: il confine dell’UE ora si trova sul Prut, cioè sul confine con la Repubblica di Moldavia. Neanche l’UE guarda di buon occhio questa situazione, ma non significa che in questo modo si incoraggi il processo “unionista”.

Dal 2004 la Romania è membro della NATO. Ci sono state manifestazioni popolari contro questa decisione del governo di Bucarest? E a proposito dell’entrata nell’Unione Europea? Qual è la posizione del PAS?

La propaganda ufficiale ha presentato le cose di modo che si è creata l’opinione comune che i romeni abbiano sognato solo questo per secoli e secoli. Io credo che le istituzioni abbiano raggirato con abilità il confronto pubblico sul tema dell’adesione alla NATO, che c’è stata senza consultare il popolo.

I romeni non amano la guerra e non ambiscono a conquistare spazi vitali. Allo stesso tempo, i romeni sarebbero soddisfatti se gli altri non nutrissero ambizioni territoriali nei confronti del loro paese.

Neanche c’è stato un movimento di protesta, o manifestazioni anti-NATO: la popolazione ha assistito passivamente e con rassegnazione all’avventura in cui è stata trascinata dai poteri post-decembristi. Ancora una volta, devo dire che ciò è dovuto alla proibizione del PCR, il solo partito che avrebbe avuto il coraggio di consultare il popolo nei confronti di un impegno così importante, come l’adesione ad una alleanza di guerra.

Per quanto ci riguarda, il PAS ha la seguente posizione di principio: la NATO avrebbe dovuto essere sciolta contestualmente al Patto di Varsavia. Non voglio entrare nei dettagli di ordine storico e geopolitico, ricordo solo il fatto che ambedue le organizzazioni sono state fondate in determinate circostanze, in una determinata fase della cosiddetta Guerra Fredda. Il fatto che la NATO sia ancora in piedi, ci fa credere che non esiste molta sincerità nei rapporti di potere creatisi dopo la fine della Guerra Fredda. Per questo motivo, il PAS ha lottato per lo scioglimento della NATO. Ora le cose sono andate come hanno voluto quelli che guidano la NATO, e uscire dall’organizzazione è un processo difficile e lungo. Per questo noi del PAS consideriamo che, nonostante l’appartenenza alla NATO, la Romania non avrebbe dovuto accettare basi militari straniere sul suo territorio nazionale, così come le truppe romene non dovrebbero trovarsi sul territorio di altri paesi.

Devo inoltre sottolineare che non abbiamo guadagnato nulla da questa adesione, anzi abbiamo perso. Abbiamo perso l’Armata Nazionale di Difesa della Patria e ci ritroviamo con truppe di mercenari che vengono buttate dove vogliono i capi dell’organizzazione o degli USA. Anche l’intera industria di difesa è stata smantellata, e il nostro paese è ora totalmente dipendente dalle importazioni. Così ci troviamo a comperare navi inglesi fuori uso, pagando somme enormi per dei relitti buoni da vendere come ferri vecchi. Proprio in questo momento si preparano altri miliardi di dollari per comprare aerei americani di seconda mano, fuori uso e dei quali non sappiamo a cosa potranno servirci.

A proposito della nostra appartenenza alla NATO, voglio raccontarvi un episodio accaduto 5 o 6 anni fa. Ci fu allora una primavera molto piovosa, seguita da inondazioni catastrofiche in alcune zone del paese. Il governo sollecitò l’aiuto della NATO, affinché ci fosse prestato un numero di imbarcazioni sufficienti per evacuare gli alluvionati – in virtù di una norma che prevede che la NATO accorda assistenza ai paesi membri in caso di catastrofi naturali. La risposta è stata un NO categorico e cinico. Se l’organizzazione non ha voluto neanche questo, come potrebbe venirci in aiuto in caso di… aggressione esterna?

Anche l’adesione all’UE c’è stata senza consultazione popolare, attraverso un referendum. I partiti del cartello si sono riuniti e hanno firmato un testo di sostegno a nome del popolo. Ma questi non rappresentano il popolo, eventualmente rappresentano i propri membri. Ciò non significa che il PAS sia contrario all’UE. Il Partito Alleanza Socialista è per una Europa unita dall’atlantico agli Urali, comprendendo tutti i paesi europei. Desidereremmo un’Europa sociale, forte e degna della sua cultura, della sua civiltà e della sua tecnologia. Non possiamo non osservare che nell’UE alcuni sono membri più uguali degli altri, che non si sono costituite buone relazioni di aiuto e rispetto reciproco tra gli stati. Il PAS si batte per una Europa formata da paesi eguali nei diritti e sovrani, un’Europa delle nazioni con le proprie identità specifiche nazionali. Il PAS guarda all’integrazione europea del nostro paese come ad una possibilità di raggiungere in tempo breve il livello dei paesi sviluppati, invece siamo obbligati a constatare che la nostra adesione non ha fatto altro che trasformare la Romania in un semplice mercato, privo di industria, con una agricoltura sottosviluppata e una moneta nazionale svalutata.

Ancor più grave, non scorgiamo nessuna prospettiva che ci dia speranza. L’indebitamento col FMI porta, da una parte, alla perdita degli ultimi obiettivi nazionali – la catena di centrali idroelettriche con alla testa la principale di esse, la Centrale Idroelettrica delle Porte di Ferro, il complesso industriale OLTCHIM, in passato perla dell’industria chimica romena ecc. – e, dall’altra, all’ipoteca delle prossime 2 o 3 generazioni, che dovranno pagare, non si sa come, i debiti contratti ora.

Dopo il 1989 la Romania è diventata una delle principali destinazioni degli investitori italiani, che vi hanno delocalizzato delle fabbriche e hanno creato vari centri industriali. In qualità di leader comunista e come esperto di economia, come credete che la presenza straniera abbia influenzato l’economia nazionale e la politica della Romania?

In verità ci sono molti uomo d’affari italiani nel nostro paese. Però le relazioni commerciali sono molto più vecchie. Prima del 1989 molti operai, tecnici e ingegneri italiani lavoravano in Romania nelle nostre grandi fabbriche e nelle officine, così come nel commercio di macchine. Le officine FIAT sono state per anni presenti nel nostro mercato, offrendoci alcune tra le migliori automobili di quel periodo. Attraverso gli specialisti italiani, sono state introdotte nel nostro paese un buon numero di tecnologie moderne, i nostri operai e i nostri tecnici specializzati hanno imparato molto dai vostri connazionali.

Dopo il 1989 gli italiani hanno venduto in Romania, a livello di massa, prodotti di largo consumo, in particolare elettrodomestici, capi d’abbigliamento, automobili, camion e altri prodotti industriali. Sono penetrati con forza in alcuni settori, come l’abbigliamento, l’industria alimentare, i materiali da costruzione, e anche nei servizi. Ci sono addirittura dei latifondisti, che hanno comprato centinaia di migliaia di ettari di terreno agricolo. Sicuramente, attraverso la penetrazione di specialisti italiani, e stranieri in generale, s’è ottenuto un effetto positivo per quanto riguarda l’avanzamento tecnologico, l’efficienza, l’assestamento alle regole del mercato capitalista.

Allo stesso tempo devo sottolineare il fatto che insieme agli stranieri sono entrati nel nostro paese tutti i mali del capitalismo. Sono penetrati in Romania anche i cosiddetti investitori stranieri che hanno comprato per meno di niente una moltitudine di obiettivi economici, corrompendo i funzionari statali per ottenere riduzioni di prezzo o per prendere “a 1 dollaro” aziende portate premeditatamente al fallimento. Così la grande corruzione e il consolidamento di pratiche mafiose, estranee ai romeni fino al 1989, si sono saldate tra responsabili interni e beneficiari stranieri. L’elevato profitto, che sfrutta il basso costo della manodopera (i salari operai sono ad oggi di circa 200 euro) è regolarmente sottratto al paese. I funzionari statali sono complici di tutto questo, così come sono complici dell’evasione fiscale di grandi proporzioni, settore in cui si sono distinti anche i cosiddetti investitori. Purtroppo in Romania è arrivato, per la gran parte, capitale coloniale e in misura minore, molto minore, capitale di sviluppo.

Quando esisteva il sistema socialista mondiale, in occidente i capitalisti hanno fatto una serie di concessioni ai lavoratori, arrivando ad un certo livello di protezione sociale. Ora, dopo 20 anni dalla dissoluzione del campo socialista, i capitalisti si prendono la loro rivincita, considerano che non è più necessario avere cura delle persone. Il nuovo Codice del Lavoro, recentemente introdotto da noi, non rispetta più le 8 ore di lavoro, non contempla diritti decenti alle ferie, ridimensiona il diritto di sciopero, trasforma il salariato in un servitore del padrone e così via. In conclusione, ci siamo allineati a tutto ciò che di peggio hanno l’occidente e il capitalismo; le cose positive non sono a noi accessibili cosicché le masse salariate della Romania si confrontano con gli stessi problemi delle masse salariate d’Italia e d’occidente, sottoposte ai capricci dei padroni, alla disoccupazione, alla restrizione delle libertà civili, ma con accenti più pronunciati.

Dal punto di vista storico e culturale, la Romania e l’Italia sono due paesi molto vicini. Purtroppo, mentre i rapporti d’affari e politici sono molto intensi, non s’è ancora stabilito un legame sufficientemente stretto tra i lavoratori italiani e romeni, che pure hanno molte rivendicazioni comuni. Come potremmo, noi comunisti italiani e romeni, porre le basi di un comune percorso di lotta per la nostra causa?

Abbiamo origini comuni, lingue con la stessa origine latina, le relazioni tra i nostri popoli sono forti e antiche se pensiamo ai nostri antenati. Nel Medio Evo, numerosi letterati italiani vivevano presso le corti signorili dei Principati Romeni mentre i giovani romeni studiavano nelle scuole italiane. Il gruppo illuminista della Scuola Transilvana, promotore del latinismo, si costituì a Roma. Nel XIX° secolo i rivoluzionari romeni avevano rapporti stretti con l’avanguardia rivoluzionaria italiana: Giuseppe Garibaldi era molto conosciuto da noi. Ancora esistono, a Bucarest, belle ville in stile fiorentino costruite da architetti, maestri e scalpellini italiani tra la fine dell’’800 e gli inizi del ’900. C’è stato anche un periodo di tensione, nell’intervallo tra le due guerre mondiali, ma a livello popolare le relazioni sono state sempre basate su stima e rispetto direi reciproci, a dispetto di alcuni avvenimenti degli ultimi tempi. I romeni amano l’opera italiana, la musica italiana in generale, il cinema, la letteratura e il teatro italiani, apprezzano la vostra tecnica e la vostra tecnologia, per non parlare del calcio.

L’opera di Antonio Gramsci era tradotta e le sue idee erano rispettate nel nostro paese. È quanto mai necessario che esista anche ora una più stretta relazione tra i lavoratori italiani e romeni poiché abbiamo, in generale, gli stessi obiettivi: l’emancipazione dei nostri popoli, una democrazia reale, una vita migliore per tutti coloro che lavorano, un mondo di pace e rispetto nei confronti del pianeta su cui viviamo.

Per consolidare i rapporti tra di noi è necessaria una maggiore conoscenza reciproca, attraverso incontri reciproci, partecipazione ad azioni e seminari comuni; è necessario avere una maggiore comunicazione tra di noi. Mi fa piacere che in questo momento, insieme, abbiamo gettato una testa di ponte e considero che adesso abbiamo una base per sviluppare in futuro relazioni più strette, per conoscerci meglio e organizzare azioni comuni. Abbiamo gli stessi problemi, e lo stesso desiderio di vivere in un mondo migliore e più giusto.

Auguro a voi comunisti italiani, al popolo italiano, molto successo nella vostra attività per la realizzazione di una società di benessere, libera dallo sfruttamento, una società dignitosa e umanistica!