Intervista al premier palestinese:«Dateci stabilità, garantiremo la tregua»

Ha da poco stretto la mano ad una delegazione di agenti di polizia e dei servizi di sicurezza il Primo Ministro palestinese Ismail Haniyeh, e tra un giro di consultazioni e l’altro ci riceve nell’Ufficio della Presidenza del Consiglio dell’Anp a Gaza City.

Israele ha dichiarato che non ci sarà rappresaglia su Hamas per l’attentato a Tel Aviv. Tale apertura può spingervi nella direzione di un riconoscimento di Israele?

Il nostro principale interesse è che si arrivi alla pace ed alla stabilità nella regione. Ma gli attacchi sui palestinesi si consumano ogni giorno. Se gli israeliani fermeranno davvero l’aggressione e le violenze quotidiane vi saranno i presupposti per giungere a quella stabilità e sicurezza nella regione a cui tutti auspichiamo. Noi siamo interessati a che vi sia stabilità.

Per dialogare c’è bisogno di tranquillità da entrambe le parti. Anche dalla nostra. Senza la tranquillità ed il rispetto della tregua diventa politicamente difficile il dialogo con le fazioni armate. Ma questo proposito finora non abbiamo ricevuto offerte da parte di Israele a collaborare per mantenere la tregua.

Il Presidente Abbas ha duramente condannato l’attentato di tre giorni fa. Hamas ha appoggiato le fazioni che criticavano l’atteggiamento del Presidente. Un altro segno dell’inconciliabilità delle rispettive linee politiche?

Chiariamo ancora una volta che noi siamo contrari al fatto che si colpiscano civili. Abbiamo pubblicato un comunicato che su questo punto è chiaro. Ma quello che accade ogni giorno nei territori palestinesi, ovvero uccisioni quotidiane, incursioni, assassinii, risultato di una costante aggressione, creano un clima di instabilità e di insicurezza che porta delle conseguenze. Noi abbiamo bisogno di stabilità e sicurezza. Due cose minate ogni giorno dalla realtà dell’occupazione. Occorre fermare l’occupazione anche affinché le autorità preposte lavorino per mettere fine ad ogni tipo di violenza.

In ogni caso noi non abbiamo appoggiato nessuna fazione che ha chiesto ad Abbas di scusarsi. Tutto l’equivoco è nato sulla questione dell’uso del termine “disgusting” (disgustoso), (utilizzato dal Presidente Abbas per qualificare l’attentato, n. d. r.), il che non vuol dire condannare la sua posizione. Per quanto riguarda il governo, ripeto, abbiamo espresso una posizione chiara che individua nell’occupazione la responsabilità ultima per la condotta di tali azioni.

Riguardo alla crisi interna con la Presidenza Abbas, le cosiddette “cellule di dialogo” attivate tra i vostri rispettivi uffici hanno portato a qualche risultato?

Premettiamo che il dialogo è per noi la base da cui partire per la risoluzione di qualunque tipo di contrasto con altri soggetti politici, diciamo pure che certamente vi sono stati contrasti con la presidenza su cui sono intervenuti incontri chiarificatori. Ora aspettiamo che il Presidente ritorni a Gaza. Non appena questo accadrà avremo un incontro diretto per lavorare ancora sulle questioni irrisolte. Nel nostro sistema la presidenza ha le proprie prerogative ed il consiglio dei ministri, col suo presidente anche. Noi rispettiamo le Prerogative del Presidente Abbas, ma anche il Presidente deve, nel rispetto istituzionale, rispettare quelle del governo. C’è intesa e accordo col Presidente Abbas sulla questione della stabilità interna come sulle questioni relative all’impegno per giungere alla stabilità nell’intera regione. Ed entrambi lavoriamo nell’interesse supremo del popolo palestinese. Io sono il Presidente del Consiglio di tutti i palestinesi, non di una parte politica.

Ma quanto dovranno ancora attendere i palestinesi per vedere risolte tutte le questioni interne?

Questa domanda è ingiusta. Noi abbiamo cominciato a lavorare effettivamente al governo da due, tre settimane. E’ veramente presto per chiedere quanto devono aspettare ancora i palestinesi. Abbiamo altri quattro anni davanti.

I palestinesi sono arrivati al punto di vendere l’oro di famiglia e cambiare i risparmi di una vita. Questo è quello che abbiamo appurato parlando con gli abitanti di Jabalia.
In queste condizioni sopravviverà il suo governo?

Non c’è dubbio che vi sia in questo momento una crisi grave e reale e che il nostro popolo stia soffrendo.

Ma i palestinesi sono perfettamente coscienti del fatto che non è questo governo ad averli portati a questa condizione. Sanno benissimo di essere vittima di un assedio imposto dalle decisioni europee e americane. Questa senza precedenti che il nostro popolo sta affrontando provoca piuttosto l’effetto opposto. Il popolo sta mostrando di abbracciare questo governo sotto assedio.

Le do la prova?

Haniyeh chiede ad un assistente di consegnargli un cofanetto.

Lo apre e ci mostra dei gioielli da donna in oro. Un ufficiale di polizia senza stipendio a causa dei tagli inflitti all’Anp mi ha consegnato, durante l’udienza di stamane, i gioielli di famiglia della moglie. Ha voluto che li accettassimo. Non è il primo cittadino che in questo momento difficile ha offerto di aiutare il governo. La gente capisce quello che sta succedendo.

Come reagisce alle crisi diplomatica con la Giordania ed alle accuse di traffico di armi rivolte ad esponenti di Hamas sul territorio del regno ashemita? Anche di questo sono responsabili gli americani?

Anzitutto voglio sottolineare la mia sorpresa ed incredulità per la decisione del governo giordano di non ricevere Mahmoud al-Zahar (Ministro degli esteri palestinese, ndr). Non posso dire che si tratti di pressioni. Noi abbiamo ottime relazioni con i nostri fratelli giordani ed i miei consiglieri incontreranno a questo proposito l’ambasciatore giordano per gli affari palestinesi in modo da raggiungere un chiarimento immediato sulla vicenda.

Secondo indiscrezioni apparse sulla stampa sarebbero in corso trattative per incontri tra Hamas e le diplomazie dei governi scandinavi ed altri governi europei. Conferma?

Non posso confermare sulle indiscrezioni sulle visite con i governi nordeuropei. Quello che posso dire è che Al Bardaweel (portavoce di Hamas al parlamento palestinese, ndr) come parlamentare sarà ricevuto in Francia per partecipare ad una conferenza tra parlamentari. A questo riguardo sottolineo ancora una volta che non abbiamo problemi ad intraprendere relazioni aperte e bilanciate con la comunità internazionale e vorrei sottolineare ancora una volta la necessità, nel rispetto delle regole della democrazia da parte della comunità internazionale di rispettare la libera scelta del popolo palestinese di eleggere un governo che ne è l’espressione.

A questo proposito è sorprendente, dato l’isolamento internazionale di cui vi dichiarate vittima, che non abbiate intavolato trattative con alcuni governi dell’America Latina
La premessa è la stessa. Noi siamo aperti al dialogo e siamo interessati ad intrattenere relazioni bilanciate sia a livello regionale che con governi di altre aree. Nella nostra agenda la priorità in questo momento è la visita a paesi del mondo arabo, ma è chiaro che ci rivolgeremo ad anche ad altri paesi in cerca di dialogo. Siamo per il mantenimento di linee parallele di relazioni esterne in da curare con la dovuta attenzione.

A questo proposito intendo esprimere ringraziamento per le posizioni assunte dalla santa sede rispetto alla solidarietà verso il popolo palestinese. Ringrazio e porgo i miei rispetti al Papa che, attraverso la linea espressa ha confermato che la religione ha sempre come fine supremo il rispetto dei popoli.