Intervista a Tariq Ali: “L’Iraq non vuole essere occupato”

Tariq Ali, romanziere, saggista, militante della sinistra inglese, è un intellettuale conosciuto ormai in tutto il mondo. Il suo ultimo libro, Bush in Babilonia, è stato tradotto, oltre che in italiano, in spagnolo, portoghese, francese, arabo, coreano e altre lingue ancora. A interessare del personaggio non è solo la storia o l’attività poliedrica – ha scritto romanzi, oltre che libri, è direttore editoriale della prestigiosa casa editrice londinese Verso e redattore dell’altrettanto prestigiosa New Left Review – ma anche la nettezza di giudizi: contro l’imperialismo statunitense e in difesa della nuova resistenza irachena. Che non intende né mitizzare, né assolvere ideologicamente. Figuriamoci, lui che in Gran Bretagna prende le distanze anche dalla nuova coalizione Respect che giudica troppo indulgente con i gruppi musulmani e che è cresciuto in Pakistan con davanti agli occhi l’orrore degli scontri religiosi. Ma la domanda che ci pone all’inizio di questa intervista è semplice: «Cosa sarebbe successo in Iraq se non ci fosse stata una resistenza armata? Gli Usa e i loro alleati avrebbero certamente detto della guerra che si trattava di un grande trionfo. Berlusconi e Blair non sarebbero sotto pressione e Bush non sarebbe caduto nei sondaggi fino al 45%. E non ci sarebbe stata nessuna grande crisi nell’establishment Usa. Senza resistenza in Iraq, infine, non ci sarebbe stata nemmeno la pubblicazione delle foto delle torture. In realtà la resistenza ha preso tutti di sorpresa, americani ed europei. Eppure il messaggio che viene inviato è molto chiaro: l’Iraq non vuole essere occupato. Perché è così difficile da capire?

Ma cos’è a tuo giudizio e secondo le tue ricostruzioni questa resistenza?

Sostanzialmente si compone di tre grandi gruppi. Il primo è formato largamente dai militari e da giovani ufficiali dell’ex esercito iracheno smobilitato. E’ molto interessante notare che gli Usa non avevano dismesso l’esercito della Germania, dell’Italia o del Giappone dopo la seconda guerra mondiale, anzi in Giappone mantennero addirittura l’imperatore. In Iraq, invece, hanno smobilitato tutto. Compiendo un errore. Ho parlato qualche giorno fa con persone che vengono dall’Iraq e le notizie dicono che i gruppi dell’ex esercito iracheno hanno armi per continuare la lotta ancora per altri cinque anni.

Il secondo gruppo è composto da nazionalisti iracheni che non sono centralizzati ma che hanno fatto sorgere comitati e gruppi in tutte le città e stanno lavorando con i gruppi armati. A Falluja il 90% della popolazione ha sostenuto la resistenza, per questo gli Usa si sono ritirati. Il terzo grande gruppo sono gli sciiti che sostengono Moqtada al Sadr. Questi sono sostenuti dagli strati più poveri della popolazione irachena. L’incapacità degli Usa di rispondere alle domande poste da Sistani ha dato spazio all’iniziativa di questo gruppo che è riuscito a prendere molto velocemente sei o sette città esercitando, a sua volta, una grossa pressione sullo stesso Sistani. Ora si discute anche di un ipotetico comitato di liberazione nazionale. In effetti, le tre questioni che sono all’ordine del giorno riuscirebbero a unire l’intero Iraq: elezioni immediate di una Costituente; ritiro senza condizioni di tutte le truppe straniere e ovviamente il controllo del petrolio iracheno.

Per noi che abbiamo conosciuto una resistenza con la R maiuscola o per quelli che pensano alla resistenza vietnamita le differenze saltano immediatamente agli occhi. Qual è il tuo giudizio?

Certamente non siamo di fronte a una resistenza come quella del XX secolo, per la semplice ragione che siamo nel XXI secolo. Il mondo è cambiato. Uno degli slogan del movimento, “Cambiare il mondo senza prendere il potere” potrebbe essere tradotto in Iraq con “Prendiamo il potere senza cambiare la società”. Il problema è che non esiste una reale alternativa al capitalismo e all’imperialismo in nessuna parte del mondo. Ci sono molti movimenti ma non c’è un’alternativa globale al capitalismo. Esiste una forte domanda e anche una speranza: ad esempio, in Brasile la gente vota Lula perché pensa che si realizzi un cambio, una novità… ma non succede ancora nulla. In Venezuela votano per Chavez che in effetti cerca di cambiare le cose, ma gli Usa tentano di fermarlo in ogni modo, creando frustrazioni. Si guardi all’India. Insomma, esiste un problema di alternativa dappertutto, in occidente come nel mondo islamico. Non dobbiamo usare due pesi e due misure. Il collasso del sistema sovietico ha prodotto un arretramento generale, mancano punti di riferimento, idee, forze che operino un cambiamento. Inutile stupirsi che nel mondo arabo l’alternativa all’occupazione militare sia dominata dai gruppi religiosi quando, ad esempio, il partito comunista, che pure ha una storia prestigiosa, appoggia il governo di occupazione. Fino a quando, anche qui da noi, non si affermerà chiaramente un’opzione anticapitalista sarà difficile anche in Iraq, e nel mondo arabo, che una tale prospettiva si affermi.

Come giudichi la situazione in cui si trovano oggi gli Stati Uniti?

Gli Usa sono nella più totale confusione. Dal punto di vista ideologico, sono andati in Iraq, ma anche in Afghanistan, in nome della democrazia e della libertà e invece torturano le persone. E finalmente quelle immagini rendono giustizia di uno slogan che era stato elaborato alla fine della guerra fredda: d’ora in poi le guerre, e le occupazioni militari, avranno soltanto natura umanitaria. Si è visto.

Creando ulteriori problemi all’interno del mondo arabo.

L’impatto nel mondo arabo in effetti è disastroso, basta guardare le immagini su Al Jazeera. Il nazionalismo panarabo, ad esempio, non è mai stato forte come ora. Anche perché, non va mai dimenticato, si associano sempre due occupazioni: quella di Israele in Palestina e quella degli Usa in Iraq. Ma a rafforzare i gruppi più estremisti o i religiosi, in realtà, sono le stesse forze imperialiste che producono un’offensiva insopportabile. Non è vero che il mondo arabo sia naturalmente attratto dalle leadership religiose. In Iran, ad esempio, dove il 60% della popolazione ha meno di 25 anni e quindi è vissuto sempre sotto il regime clericale, il rifiuto di quel governo è fortissimo. Se gli iraniani fossero in grado di rovesciare i religiosi questo avrebbe un impatto significativo nello stesso Iraq. Le cose si muovono, in forme contraddittorie, ma si muovono.

Resta però il problema degli Stati Uniti, delle sue dinamiche e delle alternative che lì possono realizzarsi. Cosa pensi della situazione statunitense? E, soprattutto, cambierà qualcosa se Bush viene sconfitto?

Gli Usa continuano ad essere la nazione che domina militarmente il mondo: non si tratta di un’astrazione o di una nebulosa. Usano il potere militare per mantenere l’egemonia economica e politica. E l’Europa resta divisa tra le proprie contraddizioni e il desiderio di far parte del comando imperiale. Non c’è dubbio che una sconfitta di Bush sarebbe una vittoria per il movimento della pace. La tragedia però è che chi si oppone a Bush sostiene o ha sostenuto la guerra. Sostanzialmente, la differenza tra Bush e i Democratici è che il primo fa vedere l’impero nella sua nudità: “questo è quello che siamo e quello che faremo”. Kerry, invece, non farà altro che mettere i vestiti all’Impero.