Intervista a Nori e Giovanni Pesce

LIBERAZIONE INTERVISTA GIOVANNI PESCE E NORI BRAMBILLA PESCE

I SEMI DELLA RESISTENZA HANNO GIA’ PRESO A GERMOGLIARE

«Ma basta con queste cerimonie per il 25 aprile! Facciamo una bella festa tutti insieme e facciamola finita».
Possiamo anche scandalizzarci, di fronte a una simile affermazione. E fare finta che non si tratti di un sentire diffuso. Convincerci tra di noi che la gente, i giovani, nelle scuole e nelle case abbiano tutti chiaro il valore di questa data e di ciò che essa rappresenta. Ci inganneremmo, ma avremmo tenuto il punto fermo e alte le convinzioni. Il fatto è che una frase così non la dicono e non la pensano solo dei presunti “altri”, ma tanti anche accanto a noi, vicini, democratici, magari giovani che non hanno avuto occasione di sapere e capire.
Sono proprio Giovanni Pesce, Medaglia d’oro al valor militare e Nori
Brambilla, partigiana e sua compagna di vita, a parlarmi in questi termini.
A dirmi che nulla va dato per scontato e che il pericolo di vedere
cancellata questa data è più vicino di quanto si creda. Ed è per questo, per spiegarla oltre le simbologie, che i due combattenti (mai diventati “ex”) passano gran parte delle loro mattinate nelle scuole, di classe in classe, a raccontare la cronaca di quella data.
Un giorno, quello, spiegano da testimoni e protagonisti, a cui ne erano
preceduti tanti altri, un intero ventennio di lotte contro il fascismo e
poi, dall’8 settembre, 18 mesi di vera e propria guerra, contro i fascisti
italiani e contro i nazisti tedeschi.
E’ figlia di quel giorno la nostra Costituzione. Ed è figlia della
Costituzione, la nostra democrazia. E se oggi, proprio oggi, non ci possiamo dire cittadini sotto dittatura è proprio grazie a quelle norme, frutto di quelle lotte e di quelle giornate. Di quel giorno, in particolare. Per questo costringiamo Visone e Sandra (i loro nomi di battaglia) a ricordare ancora una volta. Finché abbiamo la loro memoria ci sentiamo più sicuri. E determinati a far sì che questa si trasformi una volta per tutte in pagina di storia non discutibile.
Nori e Giovanni hanno la loro età, ma ci si parla come fossero vecchi amici.
Compagni, si diceva un tempo. Per loro, vale sempre. Iniziamo le nostre
domande dalla cronaca. Da quella giornata.

Dove eravate e di quali eventi ed emozioni foste testimoni?
Giovanni: “Ero a Milano e già da qualche giorno dal partito mi era giunta
voce che stava per succedere qualcosa. Ricordo che quando scesi in strada quel 25 aprile la cosa che più mi colpì fu vedere tante donne e bambini e uomini riuniti in capannelli che ridevano, avevano facce gioiose e si abbracciavano. E le parole che dicevano… parole che non sentivo pronunciare ad alta voce da un¹infinità di tempo! Ovunque riecheggiavano le stesse frasi: basta con la guerra. Vogliamo la pace! Ero in piazza Susa, vicino all¹appartamento dove avevo vissuto da clandestino a lungo. E finalmente potevo dire il mio vero nome, che mi chiamavo Giovanni Pesce e che ero un partigiano. La gente mi abbracciava, qualcuno mi tirò su di peso.
Fu un’impressione incredibile. L’unica cosa che offuscava la mia felicità
era il non sapere nulla della mia staffetta, di Nori, rinchiusa nel lager di
Bolzano.”

Nori: “Nel campo di Bolzano c’era una rete clandestina, formata da compagni comunisti e socialisti. I tedeschi non la scoprirono mai. E pensare che questa cellula ci fece anche le tessere del partito, lì, all’interno del campo! Eravamo quindi in contatto con il Cln di Bolzano. Il 26 aprile vennero nel blocco dove vivevamo noi donne a dirci che Milano era insorta. Eravamo pazze di gioia e commozione. Ma a me faceva anche male il pensiero di non poter essere lì, a festeggiare con gli altri compagni. La cosa che mi colpì di più e mi fece capire cosa stava realmente accadendo, fu quando una compagna mi disse: «Lo sai, a Milano c’è gente che legge l’Unità in tram!».
Sembrava una favola. I tedeschi se ne andarono dal campo il 30 aprile, dopo aver aperto i portoni. Ci diedero persino un documento in cui si attestava la nostra uscita! Burocrati sino alla fine, persino mentre scappavano.
Comunque, quel documento ci fu molto utile in seguito, anche per dimostrare da dove venivamo. I compagni della cellula ci consigliarono di restare nel lager ad aspettare i partigiani che ci sarebbero venuti presto a prendere.
Ma nessuno aveva voglia di restare in quel posto un minuto di più. Così
uscimmo e iniziammo a camminare.”

Quando ti avevano preso?
Nori: “Il 12 novembre del 1944. Nella nostra brigata si era infiltrata una
spia che ci attirò in un¹imboscata. Mi diede appuntamento in una piazza. Io andai e non notai nulla di strano. I tedeschi erano tutti vestiti in abiti
civili e mi presero di sorpresa.”

Il popolo italiano e il suo rapporto con il fascismo. In “La guerra della
memoria”, libro di recentissima uscita che ha scatenato non poco dibattito nei giorni scorsi, lo storico Filippo Focardi conclude le sue riflessioni proprio su questa necessità: chiarire sino in fondo quali furono le responsabilità e quali i silenzi del popolo italiano nei confronti del fascismo e del nazismo. Voi mi parlate di un popolo in festa. Ma qual era la vostra sensazione a riguardo prima del 25 aprile, nei lunghi mesi della lotta clandestina?

Giovanni: “Posso dire con certezza che nell¹aria avvertivo da tempo un
desiderio forte degli italiani di tornare liberi, tornare a poter esprimere
i propri pensieri. Spesso in clandestinità mi è capitato di sentire parole
di sostegno nei confronti dei partigiani e delle loro azioni. Qualcuno
veniva a confidarsi con me, senza sapere chi fossi. E per me quelle parole erano di grande conforto.”

Nori: “Ricordo la reazione popolare dopo una delle prime azioni dei Gap,
l’uccisione del gerarca fascista Resega nel dicembre del 1943. La gente fu davvero contenta nel sapere la notizia e nell¹avvertire che i partigiani
erano anche a Milano.”

Nori, negli ultimi anni è uscita tanta memorialistica sulla partecipazione
delle donne alla Resistenza. Non si può dire che non se ne sia scritto.
Eppure nel sentire comune e anche nelle pagine di storia, la forza di quella adesione ancora non traspare come meriterebbe. E’ anche la tua impressione?

Nori: “Assolutamente. I dati ufficiali dell’Anpi parlano di 30-35mila donne
coinvolte nella lotta partigiana. Ma io sono convinta che furono di più. E
la cosa più importante, che non mi stanco mai di dire, è che le donne a mio avviso furono le prime ad iniziare la Resistenza, e senza che nessuno avesse loro chiesto nulla. Fu un movimento spontaneo, non so nemmeno se definirlo politico. Piuttosto istintivo, profondo, umano. Non ci fu bisogno di nessun ordine perché le donne iniziassero sin dal primo momento ad organizzare la fuga e il camuffamento degli sbandati dell’esercito italiano. E furono sempre loro, da sole, ad organizzare i gruppi di difesa, oltre a gestire buona parte della stampa clandestina. E poi molte, come me, scelsero la lotta armata.”

Forse perché le donne italiane avevano ancora più fame di libertà degli
uomini…

Nori: “Sì, credo ci sia stato anche questo. Il fascismo fu per tante donne,
non tutte certo, ma tante, un accumulo terribile di frustrazioni. E poi,
oltre che dal fascismo, si aveva anche la voglia di allontanarsi dalle case, dalle regole dei genitori, dalle mille restrizioni. Ne ho parlato dopo con tante. E la maggioranza mi ha confermato che il periodo della resistenza fu di gran lunga il più libero e intenso della loro vita. Le donne decidevano finalmente del loro destino.”

Giovanni, leggendo i tuoi libri e le tue memorie, mi sembra chiara una
cosa. E cioè che la guerra di Spagna fu per molti una sorta di scuola, di
preparazione a quella che poi fu la guerra di Liberazione. E’ così?

Giovanni: “Questo è a mio avviso un passaggio fondamentale. La Spagna fu una grande scuola morale, politica e direi anche culturale. E lo dimostra il fatto che all’inizio della guerra di Liberazione, la stragrande maggioranza di coloro che avevano il compito di organizzare la resistenza armata veniva dalla Spagna. Lì fummo sconfitti, ma quell’esperienza fornì a noi italiani le basi per la guerra di Liberazione.”

Una domanda che rivolgo a entrambi, anche se riguarda solo Giovanni. Vorrei capire quali sono le caratteristiche che fanno di un uomo desideroso di pace e di giustizia un comandante pronto ad uccidere. Perché per le azioni dei Gap, spesso individuali e in pieno giorno, non bastava il coraggio dei soldati o dei partigiani che si muovevano ed agivano in gruppo. Ci voleva qualcosa di più, qualcosa di diverso.

Nori: “Giovanni era un giovane estremamente determinato, che sapeva
affrontare la lotta. Anche nei momenti più difficili non perdeva la calma e
la lucidità. Tutto il contrario di adesso.”

Giovanni: “No, non è solo questo. La Spagna sicuramente fu per me una
grande scuola. Ma quella era comunque una lotta collettiva, una guerra di trincea. Nella guerra di Liberazione eri tu, da solo, che dovevi trovare la forza di compiere determinate azioni. Non era facile perché non ci voleva soltanto il coraggio, ma soprattutto la coscienza, capire il perché in quel momento non si poteva non sparare. Ci misi una ventina di giorni per cercare in me stesso la risposta a quel perché, a quella necessità. Mi aiutò anche vedere tanti operai deportati, e altri fucilati o impiccati. Di fronte a quelle immagini sentii l’urgenza assoluta di fare qualcosa di concreto.”

Tra i tentativi revisionistici in circolazione, tra i più accaniti c’è
quello che tenta di equiparare partigiani e saloini. Come se la gioventù e
l’amor di patria di entrambi fossero equiparabili.

Nori: “Macché, la gente a loro li odiava. Loro stessi cantavano quella
canzone… “Le donne non ci vogliono più bene perché portiamo la camicia nera”.”

Giovanni: “E’ un parallelo assurdo, tra noi e loro era come il giorno e la
notte. Da parte nostra c’era l’impegno, la consapevolezza morale, politica e anche culturale che bisognava colpire perché loro erano contro le forze della resistenza e il Cln, contro coloro che combattevano per la libertà. I saloini quando prendevano un antifascista lo fucilavano. Tra noi c¹era un aperto confronto di lotta, e non poteva essere diversamente. Il nostro senso di responsabilità ci diceva che dovevamo colpirli, anche se erano italiani.
Perché erano italiani al servizio dei tedeschi e dei nazisti. E poi basta
con questa storia che erano solo dei giovani… Anche io ero giovane, anche gli altri gappisti avevano tutti tra i 18 e i 20 anni. Solo che noi avevamo fatto una scelta opposta.”

Altro attacco ricorrente quello al termine ‘antifascismo’ e al suo
significato. Come se l’antifascismo non fosse stato venti anni di lotte,
tribunali speciali, galere, confini e morti… Senza l’antifascismo forse
non ci sarebbe stata resistenza.

Nori: “Una verità che si dice troppo poco. Per tanti anni si è voluta dare l’impressione che tutto fosse iniziato l’8 settembre. Un falso storico.”

Arriviamo ad oggi, agli attacchi ai finanziamenti dell’Anpi e al 25 aprile,
ai tentativi espliciti ancora pochi giorni fa da parte del presidente del
consiglio di mettere le mani sulla Costituzione. Si stanno muovendo sia sul fronte storico che su quello istituzionale, proprio per modificare le basi stesse della nostra democrazia. Lo avvertite più forte il pericolo?

Giovanni: “E’ un pericolo sempre esistito. Ora c’è una volontà ancora più
esplicita di ignorare dal punto di vista morale e politico cosa ha
rappresentato quella lotta e quella data in particolare. Parlando in questi
giorni anche con molti democratici, mi sento ripetere: «ma basta con questo 25 aprile e con tutta questa storia! Facciamo una bella festa, ma finiamola con le cerimonie…». Ho il timore che se non reagiamo con più
determinazione questo atteggiamento possa finire con il prevalere. Dobbiamo continuare ad essere presenti. Le stesse forze politiche a noi vicine non si impegnano abbastanza, non reagiscono come dovrebbero…”

Ultima domanda, forse un pò irriverente. Voi vivrete altri vent’anni…

Giovanni: “Non mettere limiti alla provvidenza.”

Allora mettiamola così, sul generico. Avete la preoccupazione che dopo di voi la battaglia per tenere alto il significato di queste pagine di storia
si possa fare più difficile?

Nori: “E’ un pensiero che ho spesso. Ma mi consolo nella speranza che i
nostri valori e le nostre idee siano ormai ben radicati nelle generazioni
venute dopo di noi. Il seme lo abbiamo piantato e ha già germogliato in
tanti.”

Giovanni: “Sono sempre stato un ottimista. Non credo si potrà mai
cancellare quella che è stata la presenza e il contributo del popolo
italiano alla costruzione della democrazia e della pace nel nostro paese.
Del resto è già successo in passato, con i moti carbonari, con il
Risorgimento. Le battaglie per la libertà sono come alberi dalle radici
profonde. Difficili da estirpare dalla coscienza di un popolo.”