Intervista a Mustafa Barghouthi

Mustafa Barghouthi si mostra sorridente dopo aver letto i sondaggi pubblicati ieri dal quotidiano di Gerusalemme Al Quods dai quali emerge che il 15.3 % dei palestinesi lo ritiene l’uomo politico più adatto a guidare il futuro governo dell’ANP. ” Il nostro movimento si e’ formato tre anni fa e guadagna terreno gradualmente. Penso che alle prossime elezioni arriveremo al 40/45%”, dice il leader del Palestina National Initiative. Nelle ultime elezioni presidenziali Mustafa Barghouthi, sostenuto dal fronte popolare di liberazione della Palestina, e’ stato il candidato anti- Abu Mazen piu’ forte, riuscendo ad ottenere il 35 % dei consensi.
Non parla solo di tendenze elettorali Barghouthi, ne ha per tutti, contro Fatah che ” soffre di una profonda corruzione” e contro la sinistra radicale palestinese che ” non ha saputo aggiornare la sua analisi sulla crisi della situazione palestinese”

Le ultime elezioni amministrative svoltesi due settimane fa in 104 citta’ palestinesi ci dicono che il sistema politico palestinese sembra essersi diviso in due partiti, Fatah da un lato e Hamas dall’altro. Perché i partiti e i movimenti palestinesi di sinistra sono collassati nel corso di questi ultimi anni ?

Non e’ corretto dire che la societa’ palestinese si sia polarizzata tra Hamas e Fatah; sullo scenario politico c’e’ una terza forza che e’ in crescita costante, che sostiene la maggioranza silenziosa dei palestinesi. Penso che alle prossime elezioni presidenziali arriveremo al 40/45%. Dalle ultime elezioni presidenziali abbiamo ottimi indicatori: in alcune città abbiamo raggiunto il 55/60% dei consensi. Possiamo quindi affermare che esiste una terza linea nel panorama politico palestinese.
Ma e’ altresi vero che i partiti che io chiamo della sinistra “classica” sono collassati, perché non sono stati capaci di aggiornarsi, di fornire un’analisi della crisi palestinese, così come non sono stati in grado di portare avanti un’analisi della crisi internazionale dei partiti e movimenti di sinistra specialmente dopo la caduta dell’Unione Sovietica. Questi partiti sono lontani dalle richieste degli insegnanti, dai bisogni dei lavoratori e dei disoccupati.
Ritengo che la causa principale della crisi dei partiti di sinistra sia il loro fallimento e la loro incapacità di comprendere l’equilibrio tra la questione nazionale e la questione sociale.
Ma c’e’ anche un’altra ragione, vale a dire la cooptazione di alcuni membri dei partiti di sinistra nell’ ANP, i quali, una volta cooptati, diventano pienamente dipendenti da Fatah. Ricevono aiuti finanziari, incarichi dirigenziali e, in assenza di una chiara legge sul finanziamento dei partiti, diventano dei clan che servono i propri interessi.
Al contrario, io penso che un movimento politico moderno debba rappresentare gli interessi dei gruppi sociali ed esprimere una rappresentanza democratica, non entrando nel modo più assoluto in un sistema di interessi clientelari.

Il suo movimento trova ampi consensi nella galassia delle associazioni del terzo settore palestinese, nelle ong e nelle cooperative sociali agricole. La posizione del PNI e’ quella di sostenere l’Intifada ma allo stesso tempo di privilegiare le azioni non violente: non e’ una contraddizione in termini?

Non c’è assolutamente alcuna contraddizione; al contrario, la contraddizione risiede nella militarizzazione dell’Intifada dalla quale Israele trae dei vantaggi. Israele vuole semplicemente apparire come la vittima del conflitto. La militarizzazione dell’Intifada e’ stata un errore e ciò non dovrebbe piu’ accadere. Per esempio, attualmente, tutti i gruppi armati hanno deciso di applicare il cessate il fuoco. Ma cosa si fa, ci sediamo e non facciamo niente? Non dovremmo adottare azioni non violente quando congeliamo tutte le azioni militari? Io dico che dovremmo fare molto di piu’, come fare manifestazioni non violente contro il muro, manifestazioni contro le colonie israeliane, violare le leggi israeliane che impongono l’occupazione, come ad esempio cercare di entrare a Gerusalemme senza permesso a costo di farsi arrestare: questo e’ quello che dovremmo fare. Sono in contraddizione quelli che fanno ricorso alla lotta armata, la quale, di fatto non ha prodotto risultati.

Allora e’ possibile creare un fronte comune di tutti i partiti politici della sinistra palestinese, anche con quelli che non hanno abbandonato la lotta armata come il PLFP?

Sì, e’ possibile, ma ad una condizione: la coalizione e i partiti che la compongono deve essere al cento per cento indipendente da Hamas e dall’ ANP. Forse dopo le elezioni si potrà creare una coalizione con Fatah, ma non prima. Noi siamo indipendenti, lavoriamo al nostro programma e alla nostra politica che e’ differente da quella dell’ANP. Quest’ultima soffre di una grossa e profonda corruzione, di nepotismo, di relazioni clientelari. Il motivo della forza di Hamas sta tutto nella corruzione dell’ANP e nel fallimento del processo di pace. Noi vogliamo dare alla gente un’alternativa: la prospettiva di batterci per la liberazione del nostro Stato, ma anche la realizzazione di una politica pulita sulle questioni sociali.

Da cosa dipende la presunta corruzione dell’ANP ?

E’ un problema sia di mancanze di riforme interne, come quella di votare una legge sul finanziamento dei partiti, sia un problema di classe dirigente. Ma e’ stato soprattutto il governo israeliano a creare questa situazione. È il primo ad essere interessato ad alimentare la corruzione dell’ANP per renderlo meno credibile a livello internazionale.

Ma in che modo la politica israeliana avrebbe potuto favorire questo sistema corrotto dentro l’ANP?

Concedendo monopoli. Da quando l’ANP fu creata con gli accordi di Oslo il governo Israeliano ha concesso 60 monopoli di qualunque genere. Non è possibile importare servizi e merci che sono sotto il monopolio dell’ANP a meno che non si abbia una concessione da parte di quest’ultima. E’ il sistema di concessioni che alimenta la corruzione. Israele fa tutto ciò coscientemente in modo da dare un immagine stereotipata del sistema politico palestinese: da una parte l’ANP e Fatah, il suo maggiore partito, corrotti e dall’altra i fondamentalisti di Hamas. A pagare e’ il popolo palestinese.
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Cosa pensi del disimpegno da Gaza? Rappresenta un passo progressivo verso la formazione di uno stato nazionale palestinese?

Prima di tutto non c’e’ nessun disimpegno da Gaza. La terminologia che si usa e’ per me sbagliata, non c’e’ nessun ritiro. Israele ha semplicemente riorganizzato l’occupazione per renderla meno costosa e piu’ efficace. La prova di ciò sta nel fatto che Isreale ancora occupa la parte nord di Gaza e la parte ovest intorno la striscia, Israele controlla ancora il mare, le vie aeree e il confine con l’Egitto, che non può essere aperto liberamente senza la supervisione dei soldati israeliani. Ventiquattro ore su ventiquattro aerei spia senza piloti israeliani sorvolano la striscia di Gaza. Gli Israeliani sono pronti ad attaccare, con elicotteri Apache, ogni qualvolta vedono movimenti sospetti. Non possiamo avere un aereoporto, un porto, non possiamo muoverci liberamente per raggiungere la West Bank. Fondalmentalmente Gaza e’ diventata la piu’ grande prigione mai esistita.
C’e’ però un fatto nuovo da sottolineare mai accaduto dopo 60 anni di occupazione: la dismissione delle colonie. Dobbiamo ricordare anche che il numero totale di coloni che hanno lasciato Gaza e’ di 8465, ma nello stesso periodo il numero di coloni che si sono insediati nella West Bank e’ aumentato di 12700 nuove unita’, quindi un 15% in piu’ sul totale della popolazione israeliana che occupa la West Bank . Il numero di coloni che risiedevano in Gaza rappresentava solo il 2% dei 460.000 coloni della West Bank. È per questo che dico che Sharon sta bleffando.
A questo stato di cose si aggiunga il muro costruito dentro la Green line che sta distruggendo la contiguita’ fisica del territorio palestinese. Cio’ indebolisce la possibilita’ di percorrere un vero processo di pace e la formazione di due stati, con due nazioni .

L’ANP crede fermamente in un reale processo di pace con Israele iniziato con gli accordi di Oslo e continuato con la Road Map. Secondo il PNI e’ questa la strada da percorrere ?

In questo momento non abbiamo un processo di pace perché la Road Map non e’ rispettata da Israele. Infatti Israele non rispetta l’obbligo di congelare la costruzione di nuovi insediamenti.
Per noi il solo modo di continuare un processo di pace è quello di creare le condizioni tali che portino ad una negoziazione. Allo stato attuale non ci sono queste condizioni.
La nostra posizione e’ quella di convocare una conferenza di pace sul modello di quella svoltasi a Madrid nel 1991 per ripristinare le regole del diritto internazionale che dicono che l’occupazione deve finire. Se gli USA sono interessati esercitino pressioni su Israele. Per una vera pace bisogna innanzitutto dismettere tutti gli insediamenti dalla West Bank. Chiediamo quindi l’intervento di truppe internazionali che controllino i confini con Israele. Non ci sarà nessuno stato libero e indipendente fino a quando durerà l’occupazione israeliana.