Intervista a Massimo D’Alema: «Blair punito sull’Iraq, premiato sul Welfare

«La vittoria di Tony Blair in Gran Bretagna, con le sue luci e le sue ombre, mantiene aperta una prospettiva di ricerca e di impegno della sinistra in Europa». Massimo D’Alema non ha dubbi sul «carattere positivo» del terzo mandato popolare del leader laburista inglese: «È evidente che dalle urne sia emerso un segnale di forte e severa critica alla guerra in Iraq, del resto immediatamente percepito da Blair. Ma altrettanto evidente e significativo è il segnale sull’innovazione del welfare che caratterizza l’alternativa laburista all’era Thatcher. La combinazione di questi due fattori può favorire una proficua riflessione sulle correzioni e i cambiamenti necessari».

D’Alema: la sua vittoria favorisce l’impegno e la ricerca della sinistra in Europa

Luci ed ombre che, a seconda dell’angolo visuale, sembrano alterare la stessa percezione della identità del New Labour perseguita da Blair. Come appare a D’Alema: ancora di sinistra, post-socialista, più spostata verso il centro, se non già liberale o, addirittura, di destra? «
C’è da ricordare che agli elettori britannici era stata presentata una precisa alternativa politica ed ideologica? Se i liberaldemocratici, per via del sistema istituzionale di quel paese, non costituivano una opzione reale di cambio, i tory hanno messo in campo un preciso disegno di involuzione a destra. Questa era l’alternativa. Questo il rischio a fronte del quale misurare il risultato elettorale dei laburisti. Non chissà quale svolta a sinistra. E, per quanto possiamo criticare Blair, i suoi antagonisti rappresentano una posizione meno europeista e più atlantista».

Sarà sempre di sinistra, il Labour di Blair, ma un po’ scolorito rispetto all’identità della famiglia socialista europea. A cominciare dalla guerra in Iraq, non crede?
«Più che sull’Iraq, o malgrado il contestato intervento militare in Iraq, la campagna elettorale inglese si è giocata sulla riorganizzazione del welfare in relazione ai mutamenti sociali, alle dinamiche demografiche e ai processi di globalizzazione. Blair, se si vuole, ha dato per scontato l’obbiettivo indebolimento sul tema della guerra, puntando le sue carte sul relativo successo dell’innovazione sociale elaborata e prodotta nei due precedenti mandati di governo. Sappiamo bene che si tratta di risposte parziali, e anch’esse discusse, ma investono la grande questione su cui si misura la sinistra in Europa. E se è di sinistra la redistribuzione della ricchezza a favore del lavoro, non c’è chi non veda come Blair, orientando il welfare alla crescita dell’occupazione più che all’assistenza dei disoccupati, ha comunque favorito questo processo».

E i vincoli liberali che lo stesso Blair rivendica?
«Attenti a commettere l’errore di liquidare quella esperienza come espressione di chi è passato nel campo liberale. Speculare, a ben guardare, all’abbaglio di chi ritiene che Blair abbia risolto l’annoso problema della riforma del welfare. L’innovazione compiuta dal Labour ha avuto effetti contrastanti, in parte positivi e in parte no, ma questa scelta ha segnato la demarcazione più netta con i conservatori britannici. Non a caso. La destra non perdona a Blair di aver rilanciato, dopo il thatcherismo, una redistribuzione della ricchezza in relazione alla crescita dell’occupazione, quindi a favore dei ceti popolari e dei ceti medi, con un sistema di protezione sociale che considera gli interventi per la sanità, la scuola e la formazione come veri e propri investimenti».

Una discriminante che non pare valere per la destra di casa nostra, a sentire Berlusconi…
«Guardi che stiamo parlando di un sistema di protezione sociale di gran lunga più consistente ed esteso di quello che abbiamo oggi nel nostro paese. Berlusconi si preoccupi di aver ridotto l’Italia a fanalino di coda dell’Europa….»

A proposito, tra i segnali più controversi delle elezioni inglesi non è da annoverare anche una certa ostilità al processo di integrazione dell’Europa, su cui continua a pendere un periglioso referendum?
«Purtroppo è così. Non bisogna però sottovalutare l’esperienza compiuta da Blair in Europa. Spero lo induca a non interpretare il voto come una battuta d’arresto, ma a dare ulteriore slancio, lungo la strada del referendum, al processo di avvicinamento all’Europa».

Per parafrasare una battuta in voga dalle nostre parti, si può dire che gli elettori inglesi chiedono ai laburisti di dire qualcosa di sinistra. Bisognerà aspettare che la parola passi da Blair a Brown?
«Dicendo di aver ‘ascoltato e imparato’, credo che Blair abbia detto una cosa di sinistra. E’ evidente che una riflessione nel Labour si aprirà subito, ed è naturale che sfoci, più o meno rapidamente, al ricambio che lo stesso Blair ha preparato con la campagna elettorale in tandem con Gordon Brown. Del resto, dalla combinazione tra la critica alla guerra e la riflessione sull’innovazione sociale è sortita la novità di una significativa presenza in Parlamento della sinistra laburista. E anche questo recupero di una più forte dialettica interna può favorire, accanto al processo di rinnovamento, qualche necessaria correzione in corso d’opera».

È correre troppo con l’immaginazione pensare a qualche correzione sull’intervento militare in Iraq?
«Non saprei in che modo e in quale forma, ma certo è che il punto su cui Blair ha pagato il prezzo più alto attiene alle aspettative che egli stesso, fors’anche con una qual dose di velleitarismo, aveva suscitato sulla possibilità di condizionare le scelte americane nella guerra e nel dopoguerra in Iraq».

Dovrebbe, quindi, essere conseguente. Gli serve più coraggio o più autonomia?
«Dopo il voto Blair ha posto l’esigenza di ‘lavorare tutti insieme alla stabilità dell’Iraq’. E, in tutta evidenza, il processo di stabilità in Iraq è legato alla capacità di imprimere una svolta politica nell direzione di un accordo che ricomprenda il mondo sunnita. L’idea che i militari debbano stare in Iraq finché non si autogoverna è, come dire, un po’ meccanica….»

È, però, la tesi caldeggiata, in casa nostra, da Berlusconi e Fini…
«Ma sanno che senza una correzione di strategia, rispetto all’analisi sbagliata che ha portato alla guerra, si rischia, addirittura, di rimanere in Iraq per sempre? Al di là della questione sul terrorismo esterno all’Iraq ma attirato dalla guerra in Iraq, non c’è soluzione militare che possa disinnescare l’area di consenso, o di collusione con le altre forme ostili a quella che viene vissuta come una occupazione straniera. Ecco perché la via d’uscita dalla tragedia di una guerra che ogni giorno conosce nuovi lutti non può che essere politica. E su questo siamo chiamati alla prova. In Gran Bretagna come in Italia. Da subito».

Quale iniziativa politica, alla luce della polemica scatenatasi attorno alle sue dichiarazioni sull’esportazione o l’espansione dela democrazia…
«Espansione, non esportazione…».

Non possono considerarsi sinonimi, così per semplificazione giornalistica?
«Niente affatto, come dimostra il dibattito astruso che è derivato dalla forzatura, se non – peggio – dalla palese falsificazione, di certe cronache. Se le parole hanno un senso, non ho mai detto che bisogna fare la guerra per esportare la democrazia, bensì l’esatto contrario. Vorrei approfittare dell’occasione per ringraziare Pino Arlacchi, con cui pure a volte mi sono trovato in dissenso, per aver manifestato proprio su ‘l’Unità’ lo stupore per le distorsioni di quel che avevo detto e che lui aveva avuto modo di ascoltare e valutare personalmente. Del resto, per chi abbia la curiosità su quel che ho effettivamente detto, o nutra dubbi che io sia diventato improvvisamente un guerrafondaio, è a disposizione la registrazione integrale sul sito della Fondazione Italianieuropei».

Appunto, ci vorrebbe poco per verificare. E non sarà certo colpa dei giornali se la polemica, comunque, infiamma…
«Non è che mi scandalizzi, anzi ritengo che sia del tutto legittimo in un paese democratico, che i giornali siano anche strumenti di lotta politica. È che mi sento disarmato di fronte a una polemica politica che, per ingenuità di alcuni o per furbizia di altri, rischia di riprodurre il vizio antico, più resistente di ogni svolta, della demonizzazione dell’interlocutore che si fa passare per traditore. E non vorrei proprio che questa visione manichea alterasse un dibattito e un confronto vero, su un problema reale, che richiede grande coerenza di scelte e di comportamenti».

Andiamo al cuore del problema, allora. Di democrazia da esportare, anche sulla punta della baionette, hanno parlato i neo conservatori americani nella recente campagna elettorale per Bush. Non ne discende uno scontro di valori?
«I neocon americani lo hanno fatto ex post, per giustificare l’intervento militare in Iraq, inizialmente motivato con il teorema della guerra preventiva, per la presenza di armi di distruzione di massa che in quel paese non sono mai state trovate. Non è solo questione di rispetto formale per la carta dell’Onu che disciplina il ricorso alla forza. Proprio chi ritenga inaccettabile il teorema dell’esportazione della democrazia attraverso la guerra nell’epoca del terrorismo internazionale, non può rimanere indifferente al tema della sicurezza internazionale, della lotta alle dittature, ai genocidi, alla violazione dei diritti umani, lasciando alla destra il monopolio del tema della democrazia nel mondo. Deve porsi il problema che battersi per il valore della pace non significa semplicemente dire no alla guerra. E che non è di sinistra chiudersi in casa e abbandonare al suo destino chi vive la tragedia della guerra».

Non lo è, d’accordo. Ma quale risposta, diversa da quella consegnata ai carri armati, può dirsi di sinistra?
«Sgombrato il campo dall’equivoco che la forza serve per esportare la democrazia, e anche dal modello Iraq che era e resta un errore, non escludere a priori l’uso della forza significa interrogarsi su quale politica internazionale e in quali condizioni questo ricorso può essere legittimo. Del resto, a determinate condizioni è previsto dalla carta delle Nazioni Unite, che non vorrei fosse considerato da qualcuno come un fardello di cui liberarsi».

A sentire Fausto Bertinotti, si può usare la forza e non fare la guerra. Che ne pensa?
«Se oggi si dovesse intervenire in certi conflitti africani, come secondo me sarebbe necessario fare, per fermare quegli orribili massacri probabilmente si dovrebbe sparare. Non so se Bertinotti conosca altri sistemi. E però vorrei ringraziare Bertinotti per l’onestà intellettuale con cui ha contrastato le mie posizioni, evitandone la caricatura. Dice che bisogna introdurre una svolta radicale nella politica internazionale e mettere al bando l’uso della forza, facendo leva sull’immagine drammatica dei feriti civili negli ospedali di Belgrado nel corso dell’intervento in Kosovo. Anch’io, che all’epoca dovetti assumere quella tremenda responsabilità, ho negli occhi l’immagine di un ospedale, quello al confine tra la Serbia e l’Albania dove continuava ad essere ricoverata gente con nella carne i segni della pulizia etnica. Qual era la scelta giusta, al culmine della tragica guerra civile nei Balcani, con i suoi 400 mila morti, nell’impotenza dell’Europa? Non vorrei ritrovarmici, ma non sono pentito di quell’intervento. Che, almeno, ha posto fine a dieci anni di massacro degli innocenti».

E però già con l’intervento in Kosovo si pose la questione della legittimazione da parte dell’Onu. Allora?
«Sono il primo a riconoscere la contraddizione, anche se la realtà fu più complessa: l’intervento iniziò senza l’autorizzazione delle Nazione Unite, ma sulla base di una deliberazione del Consiglio europeo e una decisione della Nato, tanto è vero che quando un gruppo di giuristi contestò la scelta compiuta dal governo invocando l’articolo 11 della Costituzione, la magistratura ritenne di dover prosciogliere l’accusato, che ero io, richiamando il vincolo derivante dal rispetto delle alleanze e dei deliberati degli organismi internazionali. No, quella non fu una guerra unilaterale. Ma se si tratta di entrare nel merito, come si dice, facciamolo».

Con quale obbiettivo?
«Far fronte alle responsabilità di governo, assumendo come punto fermo i principi fissati dalle Nazioni Unite per l’uso della forza. Discutiamo tutto con serenità e, come si dice, con rispetto reciproco. Non è il confronto, anche il più aspro, che mi preoccupa. Mi preoccupa che l’indifferenza condanni la sinistra all’impotenza».