Intervista a HOBSBAWM: NOSTALGIA DEL COMUNISMO

“HOBSBAWM: “NOSTALGIA DEL COMUNISMO”

Lei, nel libro, assume intenzionalmente quello che chiama un punto di vista da «osservatore-partecipante». Crede che questo punto di vista consenta di rileggere meglio la storia?

«Non necessariamente meglio. Se fosse così, la storia scritta da contemporanei sarebbe sempre migliore di quella scritta su periodi nei quali gli storici non sono vissuti. La reputazione di Marc Bloch non nacque dalla storia che scrisse come “osservatore-partecipante”, per esempio sulla guerra del 1939-40, ma dal suo lavoro sul Medioevo. In ogni caso l´osservazione di un partecipante affina la mente e rende più facile evitare l´anacronismo, che è uno dei pericoli più grossi nell´osservare il passato».

In che senso, come scrive lei, il fallimento del comunismo «era scritto nel suo inizio»?

«Grossa domanda per una breve intervista. Ho avuto occasione di parlarne a lungo in due capitoli del Secolo breve. Molto brevemente: il comunismo è stato svantaggiato dal vecchio ideale socialista di un´economia che eliminasse completamente i mercati e confidasse in un livello di totale pianificazione pubblica che era, in ogni caso, al di là delle capacità tecniche del periodo. È stato anche severamente svantaggiato dall´arretratezza della Russia, dove, contro il suggerimento di alcuni marxisti, i bolscevichi presero il potere nel 1917».

Ma come può lei sentire nostalgia per un ideale che ha prodotto un tale fallimento?

«Perché questa domanda viene posta tanto più spesso a persone che hanno avuto ideali di sinistra? Sono abbastanza vecchio per sapere che tutti i grandi ideali, nella vita pubblica come in quella privata, hanno esiti deludenti o talvolta disastrosi quando messi in pratica, anche se non necessariamente più disastrosi delle catastrofi umane causate da coloro che disprezzano gli ideali positivi. Questo non vale solo per il comunismo, ma anche per il cristianesimo, il nazionalismo, il sionismo o, più in generale, per ogni lotta di liberazione contro forme di oppressione nazionale, sociale, religiosa e razziale. Nello stesso tempo non sono troppo vecchio per capire che cosa abbia mosso uomini e donne in passato e che cosa continuerà a muoverli nel 21° secolo, cioè l´ideale di un mondo migliore».

La storia del comunismo, tuttavia, ha rivelato una grande contraddizione tra uguaglianza e libertà…

«Non solo il comunismo, ma anche il capitalismo ha rivelato una contraddizione tra libertà ed eguaglianza».

E come mai il comunismo ha ottenuto risultati così modesti anche in termini di eguaglianza?

«È fuorviante porre la domanda in questo modo. I partiti comunisti non pensavano in quei termini, anche se proclamavano di voler abolire le ineguaglianze economiche e sociali della vecchia società classista e lo hanno fatto. Il loro obiettivo principale era quello di modernizzare economie arretrate. E, poiché i paesi in cui arrivarono al potere erano quasi tutti poveri secondo il metro occidentale, anche le remunerazioni economiche della nomenklatura erano ridicolmente modeste rispetto agli standard occidentali. Un medio imprenditore di Torino o Milano ha una seconda casa molto più lussuosa di una dacia di un membro del Politburo in Unione Sovietica. Infatti, fino al collasso delle economie socialiste nel 1988, le disuguaglianze di reddito (come indicate dal cosiddetto “coefficiente Gini”) erano chiaramente inferiori nelle società comuniste rispetto a quelle capitaliste, anche in quelle del cosiddetto “Welfare europeo”. La fine del comunismo ha prodotto un forte incremento dell´ineguaglianza economica. Nel comunismo sistemi di Welfare primitivi ma universali garantivano le necessità di vita a un livello di base spartano, anche se al costo di una perdita di dinamismo economico. Ma per una gran parte dei più poveri di quei paesi il comunismo era meglio del presente. Dall´altra parte, il sistema politico ha aumentato la disuguaglianza sulla base del principio di una minoranza che si autoselezionava. Ma, per quello che riguarda poi l´eguaglianza di opportunità, essa era probabilmente maggiore al fondo della società che non in cima: le società comuniste garantivano una buona educazione primaria, ma non sono state capaci di provvedere quella vasta espansione dell´educazione ai livelli alti, goduto dalle società occidentali.

Oggi, perfino non-marxisti, come lo storico Nial Ferguson, parlano di «attualità del marxismo». Secondo lei, in che cosa risiede la sua attualità?

«Il paradosso di Marx sta proprio nel fatto che, mentre i movimenti politici che ha ispirato battono in ritirata, la sua analisi dello sviluppo del capitalismo ha acquistato una nuova attualità. In molti sensi, il capitalismo previsto nel Manifesto è quello globalizzato del 2000. Da quando è esplosa la crisi del capitalismo globale nel 1997-98 – e la logica connessione tra capitalismo e crisi periodiche era un altro elemento centrale dell´economia marxiana – questo ha impressionato gli stessi capitalisti, come ho potuto constatare io stesso. Ci deve essere qualcosa di giusto nelle idee di un pensatore le cui previsioni si sono rivelate così realistiche. Io penso che l´approccio marxista alla storia continui a essere fondamentale alla comprensione del mondo come è sempre stato. L´opinione del professor Ferguson, trattandosi di un oppositore del marxismo sia in storia sia in economia, conferma questo».

Qualcuno ha scritto che il vero grande errore della sinistra è stato quello che credere in un´idea utopistica della natura umana, in modo da creare «l´uomo nuovo». Le utopie non hanno ormai manifestato una tragica tendenza a trasformarsi in distopie?

«Ciò a cui gli avversari della sinistra obiettano non sono solo le estreme credenze degli utopisti in una totale trasformazione dell´uomo, ma anche la più moderata convinzione che l´azione collettiva può cambiare la situazione umana e il carattere individuale, sia in bene sia in male. La destra ha sempre teso a credere che “qualunque cosa esista sia giusta” e che non bisogna interferire. Oggi usa argomenti biologici per sostenere opinioni un tempo appoggiate a dogmi teologici. Il punto non è se il cambiamento politico può porre fine a tutte le guerre e portare la pace eterna, come molti movimenti della sinistra, e anche alcune religioni, hanno creduto possibile. Alla luce dell´esperienza, ciò appare improbabile. Ma questo non significa che i tentativi di limitare l´incidenza delle guerre, o il loro impatto sui civili, oppure il comportamento dei combattenti dopo la battaglia, siano stati una perdita di tempo: tutti questi erano e sono tentativi di cambiare quello che i biologi considerano come geneticamente determinato e pertanto immodificabile. È abbastanza vero che la sinistra, dall´illuminismo, è stata molto più ottimista sul cambiamento della natura umana di quanto la realtà giustificasse. Ma ogni miglioramento della condizione umana negli ultimi 200 anni, come la fine dello schiavismo o l´emancipazione delle donne, è stato provocato da chi non credeva si trattasse di fatti radicati in una natura umana immodificabile».

Cosa ha significato per lei essere ebreo nel 20° secolo?

«Non c´era fuga da questa realtà. Anche quando volevamo essere come i popoli tra i quali vivevamo, non eravamo interamente accettati da loro, né, per essere onesti, noi vedevamo noi stessi come i “gentili” che ci circondavano. Si è tentato in molti modi di sfuggire a questa situazione, con l´assimilazione culturale e linguistica o con il tentativo di diventare, con il sionismo, uno Stato-nazione come quelli europei, oppure ancora con la speranza di una rivoluzione mondiale, o con una combinazione di tutto questo. Tutti questi tentativi sono falliti, tranne l´assimilazione, che, dalla Shoah in poi, ha permesso la nascita di un mondo in cui gli ebrei sono più accettati e soffrono meno antisemitismo che in tutta la mia vita. Ma anche questo non ha cancellato il disagio di essere ebreo, e ciò deve essere accettato. Il mio atteggiamento verso il giudaismo – consapevolmente ebreo ma areligioso e antinazionalista (e perciò antisionista) – è basato su un´ingiunzione di mia madre. Non bisogna mai fare nulla, diceva, che possa suggerire che uno si vergogna di essere ebreo. La vedo ancora così, anche se il comportamento del governo di Israele me lo rende difficile».

Nel capitolo «Da Franco a Berlusconi» lei confessa che l´Italia ha preso una strada molto diversa da quella che lei si aspettava. Cosa si aspetta adesso?

«Non mi aspettavo Berlusconi, ma, fino al ´90, non se lo aspettava nessuno nemmeno in Italia. Come molti europei e la vasta maggioranza degli intellettuali italiani, ero ispirato dal “rinascimento” o “risorgimento” dell´Italia attraverso la guerra di liberazione. Attraverso la resistenza antifascista, l´Italia si è ricongiunta all´Europa e alla modernità, e ha liberato il talento degli italiani a dispetto dell´enorme ostacolo costituito dalle loro istituzioni. Non sono in grado di spiegare adeguatamente perché la sinistra non è stata capace di continuare ad avanzare dopo aver quasi raggiunto i democristiani negli anni 70, e perché da allora ha cominciato a declinare. Ma mi piace pensare che questo poteva essere evitato. Il futuro non è promettente. Più di ogni altro politico europeo, Berlusconi ha salutato la fine dell´era dei partiti di massa e dei movimenti, e si è fatto pioniere di uno sfruttamento della società con i metodi dell´età della cultura del consumo, dello sport e della televisione. Tutto ciò è al servizio del primo vero governo di destra in Italia dal 1945. Ci saranno altri Berlusconi in altri paesi europei? Speriamo di no».