Intervista a Fassino sulle questione mediorientali

Onorevole Fassino, se lei fosse ministro degli Esteri chiederebbe sanzioni contro l’Iran?

«Prima di arrivare alle sanzioni utilizzerei tutti gli strumenti persuasivi a disposizione per costruire un dialogo e far capire alle autorità di Teheran la necessità di collaborare con la comunità internazionale. Precipitarsi alle sanzioni rinunciando a un negoziato vero accentuerebbe l’isolamento del Paese radicalizzando i problemi. Nessuno contesta all’Iran il diritto a tecnologie nucleari per usi pacifici, ma è legittimo
che il mondo ottenga garanzie sicure – e verificabili con visite periodiche – che quelle tecnologie sono usate esclusivamente a fini di pace».

Il dialogo potrebbe fornire un alibi a Teheran.

«Bisogna tessere un confronto su tutti i piani».

Come dire?

«Che il dialogo politico e diplomatico non basta. Penso al dialogo interreligioso, considerato il peso che la religione ha nella vita politica e Israele dell’Iran. Penso al dialogo fra società civili: in Iran oltre il 50% della popolazione ha meno di 30 anni, c’è un’enorme quantità di giovani con una naturale disponibilità all’apertura. Il problema non è discutere cosa fare se tutto precipita, è cosa fare perché tutto non precipiti».

Ma molti in Italia chiedono le sanzioni, da Forza Italia alla Margherita.

«Insisto: sono un rimedio estremo, uno strumento politico punitivo da valutare dopo che si siano dimostrati impraticabili gli strumenti in positivo».

A Gerusalemme Fini ha detto: “L’Iran è un pericolo per il mondo”. Ieri, sul “Corriere”, ha corretto il tiro: “Non serve a nessuno isolare l’Iran”. Che significa?

«Che per ottenere le necessarie garanzie è più utile dialogare, il che non significa rinunciare all’obiettivo di ottenere risposte esaurienti».
Meglio dunque l’invito a cena di Berlusconi all’ambasciatore iraniano délla decisione di Fini, poi rientrata, di partecipare alla fiaccolata davanti all’ambasciata di Teheran? «Berlusconi ha fatto una scelta corretta, non ha trasmesso l’idea di un pregiudizio nei confronti dell’Iran».

Gli sciiti iraniani forniscono un «cappello» ai nostri soldati che in Iraq e in Afghanistan, non a caso, controllano zone sciite. La crisi può mettere a rischio la loro sicurezza?

«Mi auguro di no. In ogni caso, il governo deve prendere tutte le misure necessarie. Partendo dal principio che la nostra politica estera nei confronti dell’Iran deve essere improntata ad aperture e rigore. Senza determinare un’ostilità artificiosa, ma convincendo la dirigenza iraniana che la comunità internazionale ha il diritto e il dovere di verificare che l’Iran non metta a repentaglio la sua sicurezza».

Come giudica da un punto di vista internazionale l’atomica di Israele, mentre l’opinione pubblica insorge contro la possibilità di un’atomica iraniana?

«Sarei più tranquillo se tutti i Paesi rinunciassero agli armamenti, in primo luogo atomici. Capisco bene che le esigenze di sicurezza possono portare a decisioni diverse, ma proprio per questo un governo di centro sinistra rilancerebbe in tutte le sedi internazionali la proposta di aprire una nuova stagione di negoziati per la riduzione degli arsenali militari, sia nucleari sia convenzionali. E contemporaneamente proporremmo di rafforzare le istituzioni internazionali, come l’Aiea, che hanno il compito di controllare fuso di tecnologie pericolose».

La fiaccolata di giovedì è stata una manifestazione più di convergenza che di contrapposizione. Un fatto inedito nella nostra politica estera ché vi pone nella necessità di dare risposte innovative. Che farebbe un governo di sinistra?

«La politica estera deve essere il più possibile gestita cercando ampie convergenze: la collocazione internazionale di un Paese non è una scelta contingente ma ne segna identità e ruolo nel mondo. Quando eravamo al governo abbiamo cercato spesso un consenso più ampio della maggioranza e anche in questo Parlamento, dall’opposizione, abbiamo spesso votato atti di politica internazionale insieme al governo. Dovrà valere anche in futuro».

Tanto più che, se andrete al governo, sulla politica estera potrebbe mancarvi la maggioranza per le divisioni nell’Unione.

«Non credo si possa dire a priori che il centrosinistra non è in grado di avere un programma di politica estera. Per esempio, stabilire che le decisioni prese in sede Onu sono un vincolo per le scelte italiane può mettere d’accordo tutti».

Comporterebbe una modifica nelle relazioni con gli Usa.

«No. Se vinceremo collaboreremo lealmente con Bush. E’ stato scelto dagli elettori: chi governa l’Italia fa i conti con il presidente americano che c’è. Gli Usa conoscono la nostra lealtà quando abbiamo funzioni di governo: l’Italia è stata capofila dell’impegno europeo nei Balcani negli anni del centro sinistra. Per le responsabilità che avevo al ministero degli Esteri mi consultavo quotidianamente con l’amministrazione Clinton».

Con la quale avevate maggiore affinità.

«Ma con scelte mica semplici: gestire la guerra in Bosnia, la crisi macedone, l’intervento contro la Serbia, l’intervento in Kosovo; l’Albania. Crisi drammatiche in cui l’Italia era il Paese a cui l’Europa riconosceva un ruolo di guida».

Ma se Bush vi chiedesse aiuto militare, la vostra risposta sarebbe molto diversa da quella di Berlusconi: L’Onu per voi è la “linea rossa”.

«Bush ha un atteggiamento diffidente con l’Onu. Ma anche lui ne ha bisogno: dopo aver deciso unilaeralmente la guerra in Iraq, ha dovuto fare approvare dal Consiglio di sicurezza una risoluzione che sanasse la ferita di una guerra giudicata illegittima dallo stesso Kofi Annan. La vicenda irachena dimostra che nessun Paese da solo è in grado di governare il mondo. Ma perché ci sia un coinvolgimento ampio occorre rafforzare le istituzioni internazionali. L’Onu è debole perché chi gli deve dare i poteri non glieli dà: 10 anni fa la pace di Dayton mise fine alla guerra di Bosnia. Per garantirne l’applicazione la Nato ha mandato 60 mila uomini; negli anni di guerra l’Onu aveva potuto inviarne solo 6000 perché gli Stati nazionali non ne avevano dati di più».

Veniamo all’Iraq: a sinistra c’è chi dice tutti a casa dopo le elezioni irachene di dicembre o dopo la vittoria del centro sinistra in primavera. Concorda?

«Tutti a casa è un’espressione che non mi piace perché dà l’idea di rinunciare ad assumersi le proprie responsabilità. Prodi è stato molto più chiaro: se vinceremo le elezioni proporremo al Parlamento un calendario per il rientro dei soldati italiani. Il ritiro delle nostre truppe deve essere deciso alla luce di un ragionamento politico: il 2005 non è stato solo un anno di attentati. C’è stata l’elezione dell’assemblea costituente, la nomina di un governo più sovrano e del curdo Talabani a presidente della Repubblica, l’adozione della costituzione, e fra qualche settimana ci sarà l’elezione del nuovo parlamento. Sono tutti atti che possono consentire nel 2006 un pieno trasferimento di poteri alle nuove autorità irachene e quindi anche il rientro delle truppe straniere presenti oggi in Iraq».

Se quelle condizioni non ci fossero?

«Insieme con gli iracheni, gli americani e gli inglesi discuteremmo un calendario di ritiro utile alla transizione irachena. Parallelamente accompagneremmo il ritiro con un programma di aiuti civili ed economici perché anche noi vogliamo che l’Iraq non torni indietro».

Lei ha sostenuto più volte che nell’epoca della globalizzazione sogna rafforzare l’Unione ‘europea. Ma negli ultimi mesi l’Ue ha dato pessima prova di sè: non è riuscita ad adottare il Trattato costituzionale, non ha trovato l’accordo sul bilancio, si è presentata divisa alle trattative sulle tariffe perché gli interessi nazionali restano prevalenti. Che farebbe, il vostro governo, per far cambiare marcia all’Ue?

«Il centrodestra, ed è una delle sue più gravi responsabilità, è stato prigioniero della cultura protezionistica in economia e ha praticato un flebile quanto antistorico nazionalismo sul piano politico. Ma soprattutto ha fatto una scelta dannosa: per 50 anni la collocazione internazionale dell’Italia è stata fondata su due pilastri “complementari”, scelta atlantica e scelta europea. Berlusconi ha rotto questa complementarietà, subordinando invece il nostro europeismo a un rapporto solitario con l’amministrazione Bush. Un errore: l’Italia ha contato meno in Europa e non ha avuto grandi vantaggi sulla scena internazionale. Un governo di centro sinistra ripristinerebbe questa complementarietà: perseguiremmo l’alleanza con gli Stati Uniti non da soli ma con l’Ue e collocheremmo l’Italia in ogni scelta europea, mentre in questi anni l’Italia ha frenato. Basta pensare alle esitazioni di Castelli nella costruzione di uno spazio europeo di giustizia, a quelle di Tremonti nella costruzione di una politica di integrazione economica che andasse oltre l’euro, o a quelle di Martino in politica degli armamenti».

Nessuna differenza fra Berlusconi e Fini?

«Certo: Fini, forse anche per un problema di legittimazione politica sua e del suo partito, è stato più prudente e attento all’Europa. Ma la rottura c’è stata».

Un governo di centrosinistra agirebbe nell’Europa del cancelliere Merkel, del dopo Chirac e forse del dopo Blair. Dove si collocherebbe?

«L’allargamento obbliga l’Ue a ridefinire le sue strategie e ogni Paese a ripensare le proprie. Vedo là responsabilità soprattutto di due gruppi di Paesi: i fondatori é quelli dell’euro».

L’Europa delle velocità, dunque.

«Che ci possano essere diversi gradi di integrazione non è una novità: l’euro e Schenghen ne sono esempi. L’importante è che il gruppo di Paesi che si assume la responsabilità di andare più avanti sia sempre aperto all’adesione successiva degli altri. Il nucleo dei Paesi euro è fondamentale perché grazie alla moneta-unica ha un grado di integrazione che ne vincola fortemente l’economia. Ma si deve pensare anche al coordinamento delle politiche fiscali, a uno spazio di giustizia e a una politica estera e di difesa comune, compresa l’integrazione europea dell’industria degli armamenti».

Sharon ha chiesto all’Europa aiuti per il controllo delle frontiere. Fini l’ha accolto con una chiosa significativa: c’è differenza fra ruolo notarile e ruolo attivo. Il centrosinistra accetterebbe un impegno militare?

«Sì, perché la pace in Medio Oriente è una priorità e perché la richiesta di Sharon segna una novità positiva nel rapporto fra Israele ed Europa. Naturalmente un sì a tre condizioni: il consenso dei Paesi interessati, dunque anche dell’ Egitto oltre che di Israele. Sulla base di un mandato europeo. E per un impegno esplicitamente di pace».