Intervista a Dagoberto Rodriguez, Vice Ministro dell’economia di Cuba

Si è parlato molto dei cambiamenti nel modello economico cubano. Cosa ha spinto al cosiddetto “aggiornamento”?

D. R.: Penso che tutti sono immersi in una crisi internazionale che colpisce tutti i paesi, ma specialmente quelli del Terzo Mondo.
Per quanto riguarda Cuba, siamo stati colpiti per esempio dal drastico calo dei prezzi del nichel, che è una delle nostre principali materie di esportazione: sono scesi fino a 9mila dollari alla tonnellata, contro i 50mila del 2008. C’è poi l’embargo degli Stati Uniti, che in 50 anni ci ha causato perdite stimate a 700 miliardi di dollari. Nel 2008 gli uragani (tre) hanno provocato perdite per 10 miliardi di dollari. I danni dovuti alla siccità (per cinque anni ha piovuto a sufficienza solo nella parte orientale dell’isola), ammontano a 6 miliardi.
Tutto ciò forma un quadro economico molto complicato, cui si aggiungono i problemi e le lacune della nostra economia, la mancanza di produttività, le carenze economiche derivanti principalmente dal fatto che a Cuba il livello di protezione dei cittadini è tale che taluni non sentono il bisogno di lavorare o di lavorare intensamente.
Ciò ha reso necessari un rafforzamento dell’efficienza e della produttività e una compressione del volume del settore statale. Da qui la decisione, recentemente annunciata, di una diminuzione di mezzo milione di dipendenti dello Stato. La maggior parte di costoro lavorerà ora in proprio o passerà alle dipendenze di aziende del settore privato.

Che meccanismi avete utilizzato per introdurre una misura di questo tipo?

D.R.: È una misura adottata in molti posti nel mondo. Però noi procediamo in modo diverso dal resto del mondo. In primo luogo perché è il risultato di un consenso nazionale. È un provvedimento che è stato discusso in ogni posto di lavoro, in ogni quartiere di Cuba.
È doloroso e non è facile per le persone interessate. Ma pensiamo che la stragrande maggioranza dei cubani capisca che si tratta di una necessità e che in definitiva l’obiettivo è quello di risolvere i problemi del paese e dei cittadini.
Il secondo aspetto distintivo è che non vengono buttate in strada e abbandonate 500mila persone. Ciò non è mai successo a Cuba e non succederà ora. Le persone che devono cambiare posto di lavoro beneficiano della protezione dello Stato e della società in termini di aiuti finanziari. Continueranno a percepire parte dello stipendio, in base agli anni di lavoro e riceveranno una formazione. Inoltre, la legge contempla anche altri meccanismi per le persone in gravi difficoltà.

Saranno colpiti i settori della sanità e dell’educazione?

D.R.: La politica di Cuba è sempre stata quella di sovvenzionare ampiamente i servizi forniti alla popolazione. Istruzione e sanità sono gratuite e lo resteranno perché sono i pilastri del sistema politico cubano.
Tuttavia, alla popolazione vengono dati numerosi altri sussidi. L’idea di base non è di sovvenzionare servizi o prodotti, bensì di aiutare le persone che ne hanno realmente bisogno, in modo che il paese possa affrontare nel miglior modo l’attuale situazione.

Queste riforme pregiudicano gli ideali del modello cubano?

D.R.: No. Questo adattamento del modello economico è volto a perfezionare il sistema che abbiamo scelto liberamente a Cuba, il sistema socialista. Non si tratta di dimenticare ora quello che abbiamo fatto e dire ‘d’ora in poi lo faremo così’. Siamo convinti che quello che stiamo facendo sia il perfezionamento del modello socialista cubano per adattarlo alle attuali condizioni del mondo.

C’è chi sostiene che queste riforme dimostrano il fallimento della rivoluzione cubana. Cosa risponde a questa interpretazione?

D.R.: A chi accusa il modello cubano di essere un fallimento, replicherei: “Quale altro modello al mondo, in una situazione di embargo come quella vissuta Cuba, è in grado di fornire ai cittadini tutti i servizi di base gratuitamente?”
Se fosse stato un fallimento, ciò sarebbe stato impossibile. Quando è scomparso il blocco socialista, Cuba ha perso il suo principale partner commerciale, al quale vendeva l’85% dei prodotti. Lo ha perso dall’oggi al domani. Il socialismo è crollato in Europa, ma non a Cuba. Ciò ha dimostrato la solidità del modello cubano.
Quel che indica l’aggiornamento del modello economico cubano che stiamo compiendo è l’evoluzione negativa dell’ordine economico internazionale, nel quale i paesi del Terzo Mondo sono sempre più svantaggiati nelle relazioni con i paesi sviluppati. È una realtà alla quale Cuba non sfugge.
Viviamo in questo mondo, abbiamo relazioni internazionali, commerciamo con l’Europa, e l’America latina. Non viviamo al di fuori di questi problemi. Penso che adattare il proprio modello economico alle condizioni attuali sia una questione di realismo.
I rivoluzionari cubani non sono enti dogmatici legati a modi di procedere inflessibili. Quello a cui siamo attaccati è l’ideale di giustizia sociale. L’adeguamento del modello economico è finalizzato al perfezionamento, non è l’abbandono dell’ideale storico della rivoluzione cubana.

L’intervista è stata realizzata da Marcela Águila Rubín, per la testata svizzera swissinfo.ch
(Traduzione dallo spagnolo di Sonia Fenazzi)