Intervista a Carlo Dell’Aringa (con una premessa redazionale)

La seguente intervista rilasciata al Sole 24 Ore dal prof. Dell’Aringa è interessante perchè da essa risulta che: a) Il lieve aumento degli occupati nel 2005 (terzo trimestre) dipende fondamentalmente dalla regolarizzazione dei lavoratori immigrati (quindi non si tratta di occupazione aggiuntiva; b) la diminuzione del tasso di disoccupazione può dipendere dal fatto che si rinuncia a cercare lavoro; c) l’Italia è in Europa fanalino di coda quanto a innovazione e (quindi) produttività del lavoro: impieghi di bassa qualità (ad es. in settori come costruzioni, servizi e turismo i laureati sono solo 8 su 100 assunti), formazione scolastica deficitaria (25% di diplomati contro una media europea del 70%); d) la flessibilità in entrata è in realtà flessibilità a vita (le aziende ne “abusano”); e) la legge Biagi non funziona e ha creato una giungla contrattuale che non favorisce le stesse aziende (ma, per il professore, vanno benissimo le agenzie interinali); f) Le prospettive non sono per nulla tranquillizzanti: occupazione stagnante e ripresa in Europa nient’affatto certa.
B.S.

Il 2005 del mercato del lavoro si è chiuso in un clima di calma piatta. Più’ 0,3%: di tanto (o sarebbe meglio dire di poco?) cresce il numero degli occupati nel terzo trimestre 2005 secondo l’Istat. Il tasso di disoccupazione diminuisce del 4, l %, sempre nello stesso periodo e sempre secondo le statistiche, ma le 74mila persone che, in Italia, non cercano più lavoro è perché ne hanno trovato uno, o perché hanno rinunciato ad attivarsi? E con queste premesse come sarà il 2oo6? Risponde Carlo Dell’ Aringa, economista, ordinario di Economia politica all’Università Cattolica di Milano.

Partiamo dai numeri sul mercato del lavoro diffusi alla fine dell’anno da Istat e Cnel.

La dinamica sta rallentando. Ci sono alcune decine di migliaia di occupati in più, ma bisogna tenere conto dell’ effetto – forte – della regolarizzazione degli stranieri.

Non è un fenomeno positivo questa emersione?

Sì, ma si tratta di lavoro che c’era già, non è occupazione aggiuntiva prodotta da una economia in espansione. Il cambiamento di status è positivo, ma non rilevante dal punto di vista della dinamica. Quest’ultima, al netto, è rallentata già da diversi semestri. Il fatto che non scenda già da solo è positivo per l’occupazione. In passato, con il PiI che non aumentava l’occupazione è sempre diminuita.

Nel resto d’Europa va meglio?

Secondo i dati europei la crisi economica non si è riversata pesantemente sui livelli occupazionali.
Tutti i Paesi membri hanno introdotto riforme del mercato del lavoro negli anni 90 allo scopo di rendere più flessibile il lavoro “al margine”, ma senza intaccare la regolamentazione del lavoro a tempo indeterminato. Le statistiche, inoltre, dicono che c’è un forte aumento dei lavoratori a tempo indeterminato, la flessibilità “al margine” non spiega tutto. Un’altra spiegazione della tenuta dell’occupazione è che la moderazione salariale espressa in diminuzione dell’aumento dei salari reali rispetto alla produttività ha reso il lavoro più economico negli anni 90.
L’orario è leggermente diminuito, mentre negli Usa è stato mantenuto a livelli elevati ed è cresciuta, grazie all’innovazione, anche la produttività oraria procapite, allargando il gap. Qui c’è la differenza con l’Europa.

Allora la moderazione salariale è stata un errore?

Ci sono studi che dicono che probabilmente il 20-30% della mi¬nor dinamica della produttività è dovuta agli impieghi di bassa quali¬tà. Un po’ di flessibilità e un pò di moderazione permettono di recupe¬rare forza lavoro che non sarebbe stata assunta. Le cause allora non sono più da ricercare nel mercato del lavoro: vanno trovate nell’apparato produttivo.

Siamo anche in coda all’Europa per l’occupazione giovanile.

Abbiamo recuperato sul tasso di scolarità negli ultimi 30 anni, e questo ha fatto crescere il tasso di occupazione giovanile, però da sette anni la spinta si è esaurita. La vera riforma è quella di portare l’obbligo a 18 anni: oggi il 25% dei giovani in Italia ancora non ci arriva, contro il 70% di diplomati in Europa. Anche il passaggio scuola lavoro resta problematico, ma le cose stanno migliorando grazie agli stage e alla flessibilità in entrata.

C’è chi questa flessibilità invece la chiama precariato. Lei che cosa ne pensa?

Sono favorevole a una forte flessibilità in entrata ma non al fatto che poi duri fino a 35 anni. Mancano strumenti attivi per favorire la stabilità e le stesse imprese sono miopi perché non sanno investire sui giovani e valorizzarli, anzi c’è un abuso della flessibilità. Se da una parte aumenta il lavoro autonomo fatto per scelta, una componente di questo autoimpiego è invece subìta e andrebbe aiutata attraverso servizi, politiche e incentivi. Servono percorsi che creino stabilità: a 33 anni un giovane va aiutato a trovare un posto sicuro. Non si deve abolire la flessibilità in entrata, si deve impedire che diventi una trappola; questo senza mettere vincoli alle imprese che inseriscono i giovani, ma permettendo agli uni e alle altre di investire reciprocamente.

Per questo ci sarebbero i fondi per la formazione, ma è un dato di fatto che le imprese li utilizzano pochissimo.

E qui torniamo al discorso dell’ apparato produttivo. L’osservatorio Excelsior-Unioncamere dice che il 45% dei posti che vengono offerti è a bassa qualifica. In settori come le costruzioni, i servizi, il turismo gli addetti laureati sono solo otto su cento. n rischio è di indurre lo scoraggiamento nei giovani, ributtandoli indietro verso scelte che vanno in senso contrario all’investimento sulla formazione e gli studi; se l’apparato produttivo non cresce le politiche di istruzione e lavoro fanno fatica.

E i quaranta-cinquantenni?

Scontano due gap: le retribuzioni superiori alla loro produttività e il fatto che le imprese vogliono i giovani perché sanno l’inglese e conoscono l’informatica. Sia per gli uni che per gli altri la strada è quella delle politiche mirate. Non tutti i giovani hanno bisogno di essere formati e servono politiche attive anche dirette agli “anziani”.

Che cosa ne sarà della legge Biagi?

Si parla di rivoltarla come un calzino. Però non è una questione ideologica: è una legge che così com’è non funziona, perché è debole dal punto di vista tecnico. Il Libro bianco auspicava l’aumento del numero dei contratti, ma per le imprese non era questa la cosa più importante. Ci sono poi parecchie norme che richiedono il ricorso ad avvocati e consulenti del lavoro. La scommessa dei nuovi istituti non ha dato risultati e bisognerebbe prenderne atto senza guerre di religione e con un atteggiamento più laico.

In alternativa a una varietà contrattuale che, alla prova dei fatti, appare fin eccessiva, lei professore quali misure suggerirebbe?

Suggerirei di recuperare flessibilità su altri contratti come per esempio quello a termine, rendendolo un pò più libero.

Come giudica invece l’ingresso degli operatori privati nel nuovo mercato?

È positivo. Parliamo di agenzie interinali, perché chi poteva fare il collocamento – e di fatto lo fa al momento sono loro.

E il pubblico funziona?

Qualsiasi politica del lavoro si fa con uffici pubblici che stanno dentro il mercato del lavoro. Non devono rassegnarsi a trattare le fasce svantaggiate, ma diventare Centri per l’impiego da cui le persone passino, dando informazioni. Altrimenti i Cpi rimarranno ai margini del processo di avvicinamento tra domanda e offerta. Ma questo non è ancora successo. La svolta epocale è far sì che le aziende si fidino degli operatori pubblici, li utilizzino e così, a loro volta, forniscano informazioni che possono facilitare l’incontro. Perché ciò accada i centri pubblici devono mettersi nei panni delle imprese.

Che cosa si aspetta nel 2006 per il mercato del lavoro?

L’occupazione al meglio ristagnerà, c’è da sperare in un andamento che resti costante e in una ripresa dell’economia, non della congiuntura. Tutti gli interventi vanno fatti in quella direzione e ricordiamoci che lo Stato e le parti sociali non hanno la bacchetta magica: ristrutturare l’apparato produttivo per la competitività non è un’impresa che si fa in pochi mesi. Bisogna cominciare a rendersi conto della drammatica urgenza, anche perché la ripresa in Europa è meno certa. Nelle relazioni sindacali: orario di lavoro, decentralizzare la contrattazione, creare politiche di sostegno e ammortizzatori. Ma tutto questo incide al 50%: il resto è iniziativa politica e istituzionale.