Interveto di Fosco Giannini

Vorrei concentrami su di un unico punto, il che fare .
Vorrei concentrami sull’esigenza, per molti versi disperata, che abbiamo di formulare un progetto che ci tragga fuori dalle secche in cui siamo finiti e che dunque non si limiti ad essere una risposta contingente, che ci faccia galleggiare per i prossimi mesi, ma che abbia in se elementi di un disegno strategico.
Il dibattito che si è aperto tra di noi – qui ed ora – mi pare particolarmente confuso. Ma sarebbe troppo facile e fuorviante cavarcela cercando, per questa confusione, capri espiatori e responsabili da mettere al muro, come forma di esorcizzazione dei problemi strutturali.
La confusione che regna sovrana ha sì responsabili, ma è soprattutto il prodotto dell’oggettività delle cose.
Il punto è che la crisi del movimento comunista italiano – rimarco : italiano – è giunta al suo epilogo e oggi vengono drammaticamente al pettine tutti i nodi dell’ultima fase della sua storia.
Dall’eurocomunismo alla svolta occhettiana sino a quell’azione bertinottiana che giustamente il compagno Ferrero ha definito pars destruens ( e cioè, traducendo, distruttiva ) il movimento comunista italiano ha subito un processo di svuotamento di senso che l’ha portato alle odierne e profonde difficoltà.
Per poter discutere, accingerci ad un lavoro di costruzione progettuale e uscire dal caos, abbiamo bisogno di tracciare i confini della ricerca, costituire un quadro concettuale entro il quale lavorare.
Alcune questioni poste dal compagno Ferrero – pur, naturalmente, non esaustive , pur ancora segnate dalla confusione oggettiva e generale, credo abbiano la forza di offrirsi quali perimetri entro i quali sviluppare la nostra ricerca progettuale.
Nell’ultima Direzione Nazionale Ferrero ha affermato nettamente e in modo totalmente condivisibile l’imprescindibilità dal comunismo, e cioè di un portato storico e teorico complessivo ( caratterizzato da grandi e universali vittorie, ma anche da ombre) che rappresenta tuttora l’unica alternativa conseguente ad un potere distruttivo che si basa sui rapporti di produzione capitalistici.
D’altra parte, tale affermazione di Ferrero è conseguente ad una battaglia congressuale vinta e volta a battere il progetto di Bertinotti e Vendola diretto a cancellare definitivamente nel nostro Paese l’autonomia comunista.
Un altro lato del quadro entro il quale poter sviluppare una nostra progettualità ed una nostra uscita dal caos in cui ci muoviamo, Ferrero l’ha delineato attraverso una proposta politica volta a ricostruire l’essenza ed il progetto comunista all’interno stesso della questione sociale viva e attraverso il conflitto sociale. Attraverso la giusta coniugazione tra costruzione della sinistra anticapitalista e un nuovo progetto comunista autonomo.
Personalmente sono d’accordo con le proposte concettuali e politiche di Ferrero: imprescindibilità del comunismo, sua rivitalizzazione attraverso una profonda immersione sociale e – dialetticamente – costruzione sul campo di una più vasta soggettività anticapitalista.
Occorre per questo, sì, una gestione unitaria del Partito, ma che sia una gestione unitaria non costruita attraverso accelerazioni confuse che non tengano conto della necessità del consolidamento e dello sviluppo della linea di Chianciano, che respinga le tesi liquidazioniste di Bertinotti e Vendola e respinga la vecchia idea occhettiana della “ carovana” ( propedeutica alla cancellazione del PCI) e rilanciata oggi, nella sostanza, dalla Seconda Mozione.
Vorrei dire ai compagni e alle compagne della Seconda Mozione che dobbiamo tutti imparare a convivere nella diversità; dobbiamo imparare a non trasformare la maggioranza in prepotenza, così come dobbiamo imparare a non drammatizzare un nostro eventuale ruolo, sempre potenzialmente transitorio, di minoranza.
Dobbiamo però tornare alla questione centrale che Ferrero pone: il rapporto dialettico tra immersione sociale, ruolo conflittuale e sviluppo dell’ imprescindibile autonomia comunista assieme alla costruzione di una sinistra anticapitalista.
Conseguentemente a ciò il segretario giustamente propone, sul piano operativo, lo sviluppo dell’azione sociale del nostro Partito e il rafforzamento del Coordinamento politico prodotto dalla Lista comunista e anticapitalista, sino a giungere a proporre, per luglio, una grande assemblea, aperta, della Lista stessa.
Concordo e aggiungo che queste tre proposte qualificano una riflessione ed una proposta complessiva – provenienti dalla relazione del segretario – ancora reticenti e per certi versi ancora contraddittori.
Per superare gli elementi residui di contraddizione ancora presenti nella proposta di Ferrero credo occorra fare un passo avanti, e cioè occorre sostanziare di contenuti politici e operativi più pregnanti il disegno dell’unità dialettica tra azione sociale e rafforzamento del Coordinamento comunista e anticapitalista.
Io penso che il Coordinamento non potrà più essere costituito solo dalla presenza di Ferrero, Diliberto e Salvi; penso che esso debba essere rafforzato e che debba concepire e sollecitare un’azione sociale e politica di respiro, come credo che la Lista comunista organizzi coordinamenti in ogni in ogni territorio.
Penso che già nei prossimi giorni il Coordinamento Nazionale della Lista debba dare indicazione di lavoro chiare: i compagni e le compagne del PRC e del PdCI debbono, in ogni città, in ogni paese, incontrarsi, unirsi, e decidere azioni sociali di lotta comuni contro il governo Berlusconi, volte al tentativo, non facile, della costruzione di una opposizione forte e di lunga durata. E debbono fare ciò ponendosi e risolvendo il problema centrale dell’unità d’azione con tutte le forze di natura anticapitalista e di sinistra di classe esterne ai due partiti, tessendo i rapporti con i movimenti, con le punte più avanzate della Cgil, della Fiom e dei sindacati di base, con le altre soggettività comuniste e con i soggetti individuali più avanzati.
Nel contempo avanzo una proposta che parte dalla consapevolezza dell’insufficienza, della debolezza politica e teorica, della cristallizzazione e persino dell’ involuzione ideologica in cui molti militanti dei due partiti comunisti versano.
La proposta è la seguente: a mio avviso il Coordinamento nazionale della Lista comunista e anticapitalista dovrebbe mettere in piedi un gruppo di lavoro, composto da intellettuali e quadri operai provenienti dai due partiti e dalle esperienze intellettuali e di lotta esterni ai due partiti, che si accinga a produrre piattaforme aperte sui temi oggi centrali:
primo, la crisi del capitale ed il ruolo di lotta e progettuale dei comunisti e delle forze anticapitaliste all’interno della crisi ( fondamentalmente, il punto è : che cosa propongono i comunisti per uscire da sinistra dalla crisi del capitale ; come tale proposta possa divenire una bandiera issata nella testa dei lavoratori e come, con essa, si possa contendere l’egemonia alla Lega e alle destre);
secondo, il rapporto tra comunisti e anticapitalisti con il PD, sulla base di un’analisi della natura di tale Partito, sulla base di un’analisi strutturale del crollo della socialdemocrazia liberista europea che faccia uscire i comunisti del nostro Paese dalle quelle posizioni ondivaghe, relativamente alla politica delle alleanze, che rischiano di produrre solo moniti pregiudiziali, forme primitive e prive di fondamento che si presentano in modo caricaturale come posizioni assolute, filo PD e anti PD.
Il mio punto di vista, rispetto a ciò, è che i comunisti e le forze anticapitaliste debbono praticare sul serio una politica di indipendenza dal PD, in un’ottica nuova in grado di mettere a fuoco due questioni : primo, il fatto che la crisi delle socialdemocrazie e dei partiti moderati trova una dura base materiale nell’incapacità / impossibilità di fase di pervenire ad una redistribuzione significativa del reddito, questione che toglie senso storico e ruolo sociale alle socialdemocrazie e alle forze moderate;
Secondo, il fatto che un nuovo e significativo radicamento sociale dei comunisti non potrà avvenire né in tempi rapidi né , tantomeno, solo quale prodotto di sollecitazioni soggettive e di partito, ma che tale radicamento potrà essere riconquistato sia evitando la mitizzazione della presenza istituzionale per la quale pagare ogni prezzo ( questione della critica delle deviazioni istituzionaliste che, come sappiamo, è cosa ben diversa dal pregiudiziale rifiuto antiparlamentarista di tipo bordighiano ), che – soprattutto – attraverso un probabilmente lungo ciclo di lotte sociali che dovrà vedere i comunisti protagonisti.
Un’altra piattaforma dovrebbe affrontare il problema, ormai annoso, della necessità di un sindacato di classe in Italia.
Queste piattaforme, una volta prodotte nella loro forma aperta, dovrebbero essere poi discusse ovunque, nei territori, in assemblee comuniste unitarie, aperte alle soggettività comuniste e anticapitaliste esterne ai due partiti.
Avanzo questa pur incauta ( ma tutto ciò che non è liturgico è anche incauto) e difficile proposta nella certezza che la discussione aperta, libera, partecipata, scevra dai voti e dalle angosce congressuali – unita al ritorno comune e allargato al conflitto sociale – potrebbe produrre passione, unità e nel contempo potrebbe offrire un iniziale – iniziale ! – contributo alla costruzione di una nuova coscienza di classe volta a superare le inclinazioni economiciste, concertative , moderate e istituzionaliste che ormai allignano nel senso comune di tanti militanti del PRC del PdCI e in altri comunisti.
E propongo questo tipo di lavoro come primo e minimo contributo – certo non esaustivo ma paradigmatico, capace cioè di indicare uno stile di lavoro volto alla costruzione dell’unità- proprio perché si evitino processi unitari fatti a freddo, con improvvise soluzioni e precipitazioni organizzativistiche e congressuali.
La costruzione, imprescindibile – come afferma il compagno Ferrero – dell’autonomia comunista e dunque del Partito comunista, potrà avvenire solo attraverso una ricollocazione piena dei comunisti sul terreno sociale e del conflitto e attraverso la ridefinizione di un pensiero e di una prassi comuniste e anticapitaliste all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe.
Tutto quello, cioè, che in giorni ormai lontani chiamammo Rifondazione Comunista.
Noi sappiamo bene che non si può eludere la domanda sempre più pressante da parte del nostro popolo di unità a sinistra. E’, questa, una domanda giusta, alla quale storicamente i comunisti hanno sempre dovuto e voluto rispondere.
Ma oggi, la strada dell’unità a sinistra non può essere quella indicata da tempo da Bertinotti, una strada che prevede innanzitutto la liquidazione dell’autonomia comunista, e cioè – contraddittoriamente -del cardine storico di tale unità.
Senza i comunisti organizzati e consapevoli del loro ruolo di costruzione unitaria è la stessa unità a sinistra che viene meno come possibilità.
E , d’altra parte, il pensiero e la prassi dei comunisti, in Italia, sono oggi così in crisi che solo attraverso una piena autonomia politica, culturale, organizzativa e persino economica si potranno rilanciare.
A meno che ciò non interessi più. E se è così basta dirlo…
Abbiamo dunque bisogno come il pane di uscire dalla nostra crisi con una idea-forza.
Chi di nuovo proponesse scorciatoie organizzativistiche di una sinistra vaga e segnata dal moderatismo e dalla concertazione, con all’interno la mortificazione e la liquidazione dei comunisti, offrirebbe solo pensieri deboli, certo non in grado di -riaffascinare e rimotivare la nostra stanca, delusa, disorientata e ormai ridotta a poche migliaia di unita, militanza.

Occorre un’idea-forza, che risollevi lo stato d’animo dei compagni e delle compagne, dei comunisti ovunque organizzati e non organizzati, che apra le finestre dei nostri Circoli ormai funerei, che riconsegni un senso, un collante alla vasta diaspora comunista esterna ai due partiti, che faccia dire a tutti i naufraghi e le naufraghe : “ ci siamo, c’è una speranza”.
E tale idea non può che essere quella di un rilancio di un Partito comunista di lotta, anticapitalista, antimperialista, che abbia come obiettivo centrale la rimessa in moto del conflitto e la costruzione di una vasta sinistra anticapitalista volta alla trasformazione sociale, con la quale stringere rapporti proficui e profondi, alla quale insegnare e dalla quale imparare, essendo nel contempo – verso essa, che desidera quanto noi la propria autonomia – autonomi e unitari.