Intervento inviato da Luigi Vinci

Milano, 17 dicembre 2009

Luigi Vinci

1. Una fondamentale questione teorica da porre dentro alla discussione sul comunismo del XXI secolo è quella delle premesse metateoriche e metodologiche che vorrà darsi. Alcune ipotesi in questa materia

1a. E’ bene chiarire che la formula “comunismo del XXI secolo” non allude alla continuazione con qualche ritocco di questa o quella forma teorico-pratica tradizionale del marxismo, bensì alla necessità di una ricerca orientata alla sua complessiva ridefinizione

Una discussione tra comunisti su posizioni non sempre identiche ma, al tempo stesso, mosse dall’intenzione della ricostruzione in Italia (e in Europa) di un movimento operaio di massa, capace di larga egemonia sociale e orientato al socialismo, per essere utile (per essere una discussione capace di risultati) deve avere tra le sue condizioni la ricerca della verità da parte di tutti i partecipanti. Solo in questo modo può essere realizzata un’interpretazione non solo sostanzialmente comune ma veritiera dei fatti fondamentali del passato novecentesco e della nostra stessa contemporaneità, ed essere ricostruita una strategia efficace della rivoluzione socialista. Ricerca della verità attraverso una discussione significa una discussione democratica: un reale ascolto reciproco, la volontà e la capacità di ciascuno di ridefinire le proprie tesi come ipotesi, di ammetterne l’errore o l’insufficienza in presenza di ipotesi a contrario o a rettifica che non si sia in grado di contestare, il rifiuto di ogni arroccamento, di ogni retorica, di ogni sofistica, di ogni dogmatica.

E’ in questa prospettiva che occorre, intanto, chiarirsi sul tema del “comunismo del XXI secolo”. Scrivere “del XXI secolo” non è, opportunamente, come scrivere “nel XXI secolo”. La dizione “nel XXI secolo” sottende la tesi di un comunismo in dominante continuità rispetto a ciò che esso è stato nel XX secolo, inoltre sottende che il collasso in Europa del suo “socialismo reale” sia avvenuto essenzialmente per errori se non per capitolazioni del suo livello politico, non già per una crisi sociale globale dovuta al non funzionamento di questa forma di socialismo rispetto alle attese sociali da esso stesso mobilitate. Al contrario scrivere “del XXI secolo” è lasciare aperta la possibilità di definire e praticare un socialismo significativamente diverso.

Parimenti una questione importante non risulta chiarita dalla dizione “comunismo del XXI secolo”: come esso si rapporti alla dizione corrente, “socialismo del XXI secolo”, propria delle sinistre anticapitalistiche latino-americane giunte al potere. C’è l’intenzione, nella dizione “comunismo del XXI secolo”, di una differenziazione concettuale significativa rispetto alla dizione “socialismo del XXI secolo”? oppure, fondamentalmente, con la dizione “comunismo del XXI secolo” si intende il contributo, pur con proprie possibili sottolineature, che i comunisti intendono recare al “socialismo del XXI secolo”, ritenendosi essi parte organica del processo più ampio di questo socialismo, in quanto caratterizzato dalla partecipazione anche dirigente di un complesso di forze non tutte autodefinentisi come comuniste? La questione non è di lana caprina, e per due ordini di ragioni.

La prima di esse è questa: si intende affermare una collocazione unitaria, discorsiva e democratica, nel movimento rivoluzionario e nella sua base di massa, da parte dei comunisti italiani, riconoscendo dunque nel “socialismo del XXI secolo” (a grandi tratti: l’Europa non è l’America latina) ciò che i comunisti italiani oggi intendono per socialismo? oppure si intende affermare da parte dei comunisti la necessità di una posizione sostanzialmente separata dei comunisti in generale (eventualmente combinata a dichiarati unitari di concreta portata parziale), cioè di una posizione presupponente il possesso monopolistico da parte comunista di una scienza dell’interpretazione dei processi sociali e della trasformazione rivoluzionaria della società, inoltre presupponente (di fatto) il carattere astratto di questa scienza, cioè di possederla a prescindere dal proprio ruolo nella società e da un rapporto discorsivo alle posizioni teoriche di altre forze antisistemiche? in altre parole presupponente una dotazione teorica speciale dei comunisti data a priori? Marx ridicolizzò questo tipo di posizione, polemizzando con Bakunin, definendolo la pretesa tanto settaria quanto idealistica di disporre di una sorta di scienza occulta. A sua volta, la seconda ragione per cui la questione dei significati possibili di “comunismo del XXI secolo” non è di lana caprina è questa: poiché in realtà niente nel pensiero umano è totalmente a priori, totalmente speculativo, totalmente metafisico, andando più in concreto a vedere si tratta della caratterizzazione unitaria, discorsiva e democratica ecc. dei comunisti oppure di una loro posizione che aprioristicamente ovvero settariamente tende a recuperare più che si può degli apparati teorici dei tentativi socialisti falliti (in Europa) sul finire del XX secolo, e che di conseguenza guarda alle attuali esperienze latino-americane di “socialismo del XXI secolo” muovendo dal denso sospetto che siano processi su base puramente pragmatica, inoltre su base compromissoria, incerti quindi rispetto alle stesse prospettive socialiste dichiarate (processi ai quali dunque insegnare e magari imporre la scienza della rivoluzione).

Non possono, ovviamente, che essere i “fatti” a darci la risposta veritiera a tutti questi quesiti. E i fatti ci dicono esattamente il contrario rispetto ai sospetti (sono perciò primariamente i fatti a definirli settari): ancora per due ordini di ragioni. La prima è questa: che la qualità teorica delle formazioni politiche, delle leadership e delle intellighenzie rivoluzionarie alla testa in più paesi dell’America latina di tentativi di “socialismo del XXI secolo” è assai elevata e assai ricca. Vi troviamo Marx, Lenin, Gramsci, la filosofia della liberazione (Dussel, Houtart), l’indigenismo di Mariátegui, elementi fondamentali di ambientalismo e di critica al potere patriarcale, in una sintesi magari parziale ma avanzata e propulsiva. La seconda ragione è che l’ipotesi di democrazia socialista chiamata “democrazia partecipativa” (che è l’ipotesi fondante il “socialismo del XXI secolo” sul terreno delle forme e dei rapporti politici: e cioè la doppia ipotesi dell’unità tra democrazia partecipata di massa, con i suoi propri organismi, e democrazia rappresentativa e della sussunzione della democrazia rappresentativa sotto la democrazia partecipata di massa) esprime concettualmente sia la forma pratica di democrazia voluta e costruita dal movimento impresso alla società dalle sue classi subalterne che una riflessione critica sul fallimento dei tentativi europei novecenteschi di passaggio al socialismo, in quanto appoggiati, nel primitivo riformismo, alla sola democrazia rappresentativa e, nel primitivo comunismo, alla sola democrazia partecipata di massa (in forma sovietica o consiliare). Analogo ragionamento vale riguardo ai condizionamenti della democrazia partecipativa rispetto alle forme del rapporto tra potere politico e classi subalterne, a quelle della lotta di classe e dell’egemonia della prospettiva del socialismo nella società, a quelle dell’economia e dell’azione economica dello stato nella transizione, a quelle della ricostruzione socialista complessiva della società.

Cuba, il suo socialismo e la loro difesa sono nel cuore di tutti i rivoluzionari latino-americani. La guerra di guerriglia che ha portato Cuba a tentare il socialismo, la sua resistenza all’assedio statunitense, le guerriglie sudamericane di un cinquantennio hanno aperto la strada alle vittorie relativamente agevoli di questi anni del socialismo in più paesi latino-americani: e questo merito storico è riconosciuto da tutti i rivoluzionari latino-americani (e anche dai riformisti, prevalenti, negli schieramenti di sinistra, in Brasile e in Uruguay). Tuttavia nessun nuovo paese latino-americano orientato al socialismo sta seguendo il percorso che è stato di Cuba: e non solo perché, grazie anche a Cuba, la situazione generale latino-americana si è ridefinita come capace di evitare una militarizzazione inoltrata del socialismo (della popolazione, delle sue condizioni di esistenza, della politica, del potere, del rapporto sociale del potere, ecc.), ma anche perché proprio questa nuova situazione latino-americana sta imponendo a Cuba una discussione orientata a riforme ampie del proprio socialismo, se essa vuole evitare una crisi (di cui sono da tempo operanti più segni) del consenso sociale al socialismo, dovuta a una sua difficoltà estrema a rispondere ai bisogni della società prodotti dalle sue stesse realizzazioni sociali (nella sanità, nell’istruzione, nella cultura) derivante, sempre più chiaramente, non solo dall’assedio statunitense ma anche dalle rigidità, dalle inefficienze e dal burocratismo della militarizzazione sociale.

Naturalmente l’ipotesi della democrazia partecipativa va verificata non solo nell’immediato (dove sembra funzionare: ciò che però valse anche per l’iniziale esperienza sovietica della Russia) ma anche nel medio-lungo periodo. E’ anche facile individuare nelle esperienze rivoluzionarie attuali latino-americane il pericolo di fenomeni distorsivi o complicate contraddizioni di varia natura. D’altronde ogni processo sociale è per sua natura contraddittorio, inoltre ogni tentativo di transizione sociale risulta aperto per sua natura a più possibilità alternative di sviluppo, infine ciò soprattutto vale riguardo ai momenti iniziali della transizione. Tuttavia deve valere primariamente il fatto che queste esperienze, lungi dall’essere il risultato di una preoccupante empiria, si dislocano a un livello teorico e pratico più avanzato rispetto ai tentativi del Novecento. I comunisti del XXI secolo, soprattutto se europei, cioè partecipi delle lotte politiche e sociali in un continente nel quale ogni ipotesi socialista storica è fallita, hanno per ciò stesso assai più da imparare dai rivoluzionari socialisti dell’America latina di quanto non abbiano da insegnargli. O meglio, l’unica cosa di cui potrebbero essere loro buoni insegnanti consiste in una riflessione critica sui propri errori storici.

1b. Il marxismo di Marx e quelli successivi sono formazioni scientifiche storicamente determinate, non testi religiosi: come tali, sono portatori di ipotesi valide ma anche di ipotesi “morte”, che la storia ha falsificato o reso obsolete o di cui ha sollecitato una radicale correzione. Ciò ha fatto sì che il marxismo necessitasse periodicamente di rifacimenti ampi. Occorre dunque, per un nuovo sviluppo scientifico del marxismo, liberarlo del gravame costituito dal suo elemento morto

La questione di quale comunismo sia proponibile in quest’inizio di XXI secolo può prestarsi alla ricerca e alla discussione senza soverchianti impedimenti (non è vero che sia irrisolvibile). Inoltre questo vale tanto in sede metodologica che di definizione delle posizioni teoriche e pratiche. C’è però, perché ciò valga, la necessità che due condizioni della ricerca e della discussione siano fatte proprie da parte di chi abbia l’obiettivo di risultati concettualmente e praticamente validi. Queste condizioni è sono che ricerca e discussione si svolgano escludendo da subito pregiudiziali dogmatiche, settarie, stereotipate, inoltre si svolgano avendo adottato quegli strumenti logico-gnoseologici di tipo analitico, cioè fondati sui dati dell’esperienza scientifica (osservativa e sperimentale), elaborati dal Novecento, che solo alcuni marxismi hanno più o meno ampiamente anticipato o dei quali si sono più o meno ampiamente appropriati (il marxismo dei Quaderni gramsciani, quello dell’ultimo Lukács, per menzionare i più noti), in più che ci sono suggeriti dalla critica di Dussel a Popper.

La ricerca gnoseologica del Novecento si è mossa partendo dalla constatazione della larga inefficacia euristica e pratica di ogni tentativo gnoseologico di tipo speculativo ovvero presupponte forme e processi degli oggetti della ricerca anziché rilevati nella loro configurazione e nei loro movimenti concreti. Il suo limite fu per tutto un primo periodo, dominato dal neopositivismo, di trasferire alle scienze sociali i risultati metodologici tratti dall’osservazione e dalla sperimentazione in sede di scienze naturali: sottovalutando sia la qualitativamente superiore complessità degli oggetti sociali, poiché composti anche di enti teleologici, dunque la superiore incidenza del caso nella determinazione dei mutamenti e dei processi di questi oggetti, inoltre, pour cause, negando lo statuto di scienza alle scienze sociali orientate alla critica teorica e pratica dell’esistente sociale. Ma progressivamente la ricerca gnoseologica del Novecento seppe correggere questo suo limite iniziale.

L’adozione dei suoi strumenti significa, intanto, la condivisione di un concetto di società nel quale essa è ente complesso nel senso di pluristratificato, eterogeneo, discontinuo, poiché composto di più “complessi di complessi” (economia, politica, ecc.: Lukács) ciascuno dei quali dotato di autonomia di determinazioni e di movimento, quindi di capacità di determinare sia gli altri complessi che la società nella sua interezza. Genialmente Marx affermò il primato del lavoro produttivo materiale, nel quadro della riproduzione sociale e dello scambio società-natura, dunque che la lotta di classe del proletariato non doveva investire i soli rapporti politici o in sede di idee o la sola ripartizione sociale del reddito ma anche i rapporti di sfruttamento sul terreno della produzione materiale, infine che l’obiettivo di rivoluzioni proletarie effettivamente liberatrici doveva essere il cambiamento della generale forma sociale muovendo dalla proprietà dei mezzi fondamentali di produzione. Parimenti, tuttavia, non cogliendo il carattere pluristratificato della società egli commise l’ingenuità di collocare i processi politici e “ideologici” della società come pure mistificazioni o “sublimazioni” (Ideologia tedesca) di un loro reale fondamento tutto economico. Quest’ingenuità concorrerà a una significativa difficoltà di comprensione da parte del marxismo novecentesco di molti processi fondamentali della politica (ivi compresi i processi della sua stessa politica, in particolare una volta acquisito il potere) e di più dati decisivi del processo sociale nel suo complesso (basti pensare alla ricorrente difficoltà a concepire i contadini come forza potenzialmente rivoluzionaria, oppure alla lunga difficoltà ad afferrare qualità, complessità e determinazioni delle tendenze alla democrazia). Ancora, quest’ingenuità di Marx concorrerà a una difficoltà del marxismo novecentesco, che in parte dura tuttora, ad assegnare qualità e, per così dire, co-primato ontologici alle altre forme fondamentali del lavoro (cioè, accanto e in intreccio a quello del lavoro produttivo materiale, a quello politico ovvero di gestione delle formazioni sociali, a quello della “cura” dei membri della società, ecc.). Ancora, concorrerà alla difficoltà sempre del marxismo novecentesco ecc. a concepire come processi autonomi, poiché dotati di loro peculiari determinazioni e di loro peculiare movimento, i rapporti intercorrenti tra sessi e tra generazioni, oppure quelli dentro agli apparati ideologici (scuola, sistema informativo, apparati religiosi, ecc.).

Secondariamente l’adozione nella ricerca e nella discussione sul “comunismo del XXI secolo” degli strumenti logico-gnoseologici elaborati dal Novecento ecc. significa l’adozione di una metodologia delle analisi sociali che affronti i “fatti” sociali come concretamente sono e solo nella loro effettiva (concretamente accertata) logica interna. Ciò comporta, intanto, l’abbandono di quella forma, ontica, di dialettica che Marx recupera a Hegel; in altre parole, comporta l’abbandono di un concetto di dialettica nel quale essa è proprietà di ogni ente e processo del reale sociale, in altre parole che presuppone un antagonismo dentro alla legalità di ogni suo ente e processo. Marx cioè provvide solo a “porre con i piedi per terra” la dialettica di Hegel, a materialisticamente rovesciarla: non si limitò, invece, a riferirla alle intenzioni e ai comportamenti di forze sociali antagoniste così come al contenuto concretamente rilevato di determinati processi sociali, in altre parole non si limitò a coglierla, a esplicitarla e a concretamente analizzarla là dove essa effettivamente esiste, bensì tese a porla ovunque, a farne un dato organico alla totalità del reale sociale.

In ultimo tutto questo (adozione di un concetto di società che la definisce come ente pluristratificato, abbandono della forma ontica della dialettica a favore di una sua forma ridotta a procedura espositiva di intenzionalità soggettive e di “fatti” reali) significa l’abbandono della “concezione materialistica della storia” (Engels), cioè di quella filosofia in Marx della storia che risulta fondamentalmente deterministica e inoltre monocausale, ascendente e unidirezionale, infine, pour cause, totalmente contigua alla filosofia della storia in Hegel. Questa filosofia in Marx della storia infatti si regge alla condizione che la società sia posta come ente “semplice” e in via di crescente semplificazione: poiché solo a questa condizione essa può effettivamente svilupparsi lungo un percorso monodeterminato, unidirezionale e secondo una legalità obbligatoriamente tutta di tipo dialettico. Una conseguenza teorica, ancora, di questa filosofia è una sorta di infinitazione superomista, prometeica, delle capacità e dei compiti del soggetto proletario (nella pratica politica dei marxismi successivi a Marx, una sorta di infinitazione delle capacità e dei compiti del partito rivoluzionario del proletariato); e a sua volta ciò reca a una semplificazione in forma organicistica del socialismo. In Marx, ancora, questa semplificazione appare anche indotta dal suo rapporto giovanile a Feuerbach.

Non si tratta, proponendo tutti questi presupposti alla ricerca e alla discussione sul “comunismo del XXI secolo”, di sostituire i presupposti della ricerca di Marx e della larga maggioranza dei marxismi successivi a Marx con presupposti altrettanto opinabili in fatto di concretezza e di efficacia euristica e pratica. L’ultima parte dell’Ottocento e soprattutto l’intero Novecento hanno falsificato la “concezione materialistica della storia”: le rivoluzioni socialiste sono avvenute tutte in paesi arretrati anziché al culmine dello sviluppo capitalistico, le varie formazioni sociali hanno avuto i loro sviluppi lungo una sorprendente eterogenea pluralità di direzioni, e questo non solo guardando al loro profilo politico ma anche ai loro modi di produzione. Ancora, le formazioni sociali hanno subito nel corso dell’intero Novecento impressionanti processi di complessificazione, non, invece, di semplificazione, come Marx invece aveva previsto, e come la “concezione materialistica della storia” richiede alle formazioni sociali della Modernità. E queste falsificazioni della “concezione materialistica della storia” non potevano non retroagire, falsificandoli, su quei suoi pilastri logico-ontologici (concetto “semplice” di società, forma ontica della dialettica) dei quali era derivazione pressoché diretta.

Il ricorso da parte di Marx alla forma ontica della dialettica ha dunque contribuito esso pure a portare i comunisti russi (cioè li ha portati in solido alle terribili asprezze della guerra civile e agli asiatismi violentemente autoritari e violentemente anticontadini storicamente propri del potere statale russo), dapprima al “comunismo di guerra”, alla centralizzazione nelle loro mani della totalità del potere politico e allo scioglimento di ogni altra forza politica, poi all’abbandono della NEP, alla collettivizzazione forzosa dell’agricoltura e alla pianificazione centralizzata dello sviluppo economico: quindi dapprima alle premesse teoriche e istituzionali, poi alle basi materiali e sociali del “socialismo reale” ovvero del suo carattere burocratico e autoritario (inoltre per tutto un periodo basato su una violenta pressione terroristica sulla società nella sua interezza e sulla popolazione contadina in particolare).

I marxisti hanno quasi sempre la pessima abitudine, a volte anche i più intelligenti e creativi, di arretrare dinanzi a critiche mosse a una parte delle ipotesi del marxismo di Marx. Lo stesso può accadere per quanto riguarda il marxismo di Lenin, ecc. Questi marxisti fanno male. Il pensiero scientifico (nelle sue teorizzazioni più generali) unisce indissolubilmente, e non solo in partenza, errori, presupposti e retaggi incongrui di teorie passate, e anche elementi di vecchia o nuova metafisica, a quelli che invece sono reali avanzamenti; esso inoltre è sempre condizionato dalle condizioni sociali del proprio periodo, ivi compresi i suoi antagonismi, le sue idee, ecc.; infine tutto questo tende, in genere, a presentarsi come indissolubilmente mescolato: benché ciò non impedisca al pensiero scientifico di proporre avanzamenti teorici e pratici e che essi ne siano, di norma, il lato dominante. La ragione per le cui le varie scienze crescono a salti e attraverso più o meno ampi rifacimenti e che questo avvenga più frequentemente e caoticamente alle scienze di pertinenza agli oggetti più complessi è tutta qui. Opporsi quindi alla tesi che questo modo di crescere sia necessario anche al marxismo è quanto di più antiscientifico e, perciò, antimarxista (essendo stato il marxismo, in origine, una disciplina scientifica ad altissimo tasso di scientificità, e volendo esso per sua natura continuare, nonostante tutta quanta la sua difficoltà e le sue involuzioni novecentesche, a esserlo)..

Perciò il complesso di queste considerazioni non deve essere inteso come iconoclasta o nichilista o come l’anticamera di un tradimento. Esso vuole, al contrario, prevenire ogni suggestione dogmatica, ormai, in questa contemporaneità, definitivamente sterile, in altre parole vuole fermare la prosecuzione di quegli artifizii teorici a cui sono ricorse, cominciando da Engels, anche grandi figure del marxismo, consistenti nel selezionare opportunamente nei “fatti” (perciò enfatizzandone alcuni e cancellandone altri) la conferma sempre e comunque di precedenti ipotesi del marxismo, al tempo stesso nel convenzionalizzarne alcune ipotesi fondanti e nell’aggiugergli nuove incongrue ipotesi ad hoc; infine vuole che tutte le ipotesi storiche del marxismo vengano portate a verifica concreta, nei “fatti” storici del Novecento così come in quelli della contemporaneità: in modo che si proceda a ricondurre il marxismo alla sua qualità originaria di disciplina effettivamente scientifica, quindi a riconsegnargli l’efficacia euristica e pratica perduta. Ancora, il complesso di queste considerazioni vuole un confronto reale, cioè non pregiudizievole, non già orientato a un esito schifiltoso, tra i “fatti” novecenteschi e contemporanei e le forme della critica novecentesca dell’esistente sociale nella loro totalità: non solo cioè della critica da parte marxista o semimarxista o di altre componenti del movimento operaio, né solo di quella da parte movimenti marxisti radicati in popolazioni contadine o indigene o in popolazioni oppresse, ma anche della critica espressa dalle intellighenzie democratiche del pianeta così come dal complesso delle soggettività sociali o fusionali entrate in campo più o meno recentemente contro questo o quel tipo di processo o a questa o quella forma di rapporti sistemici (perciò di quella, in primissimo luogo, dell’ambientalismo, del femminismo e dell’altermondialismo).

Tutto questo infine, oltre alla sua utilità intrinseca, serve anche, a effettiva tutela dell’elemento vivente del marxismo, a evitare ogni suo slittamento fenomenologico, cioè orientato ad analizzare e a raccordare tra loro solamente i dati immediatamente percepibili dell’effettività storica o contemporanea, ancor più a evitare ogni impostazione neopositivista dell’analisi, quindi ogni supporto velato all’esistente di classe, parimenti a evitare ogni rassegnata impostazione dell’analisi su base storicistica, cioè affermante che l’esistente contemporaneo è inevitabile che accadesse, infine a evitare ogni slittamento strutturalista, quindi la negazione di ogni possibilità di autonomia e di libera scelta da parte delle soggettività e delle collettività nelle quali gli esseri umani si raccolgono o alle quali si riconoscono.

2. Una seconda fondamentale questione teorica da porre dentro alla discussione sul comunismo del XXI secolo è quella della capacità di vedere il comunismo anche come possibile luogo di produzione di rapporti sociali a forte vocazione asimmetrica. Alcune riflessioni

2a. Gli ostacoli gnoseologici fondamentali allo sviluppo su base scientifica del marxismo non risiedono tuttavia né esclusivamente né principalmente in un’inerzia dei suoi elementi più deboli, bensì nei processi involutivi avvenuti in sede di rapporti sociali dentro alle organizzazioni del movimento operaio, in particolare in Europa, e, di conseguenza, in sede di rapporti tra queste organizzazioni e le attese di emancipazione delle classi subalterne

Come ogni disciplina che intenda essere scientifica, a maggior ragione come ogni disciplina che intenda affrontare criticamente l’esistente sociale, il marxismo si è storicamente configurato come complesso di ipotesi in continua evoluzione e trasformazione, avendo dovuto scontare ripetutamente esso pure la falsificazione o l’obsolescenza di una parte delle sue ipotesi, quindi affrontare ripetutamente la necessità di sostituirle con nuove, inoltre affrontare generali rifacimenti periodici del complesso di quelle precedenti. Perciò oggi rimproverarsi o rimproverare altri da parte di più comunisti, dinanzi a fatti sociali sconvolgenti ipotesi sorte in periodi precedenti, di “non capire” che in realtà non sarebbe intervenuto sconvolgimento alcuno, bensì solo sviluppi già tutti quanti più o meno iscritti nelle condizioni e nei processi sociali precedenti, rappresenta esattamente una cosa che non andrebbe fatta. Tuttavia, poiché questa cosa che non andrebbe fatta è stata storicamente fatta, e fatta molto spesso, da molti comunisti, ecco allora che la questione degli ostacoli gnoseologici allo sviluppo su base scientifica del marxismo va analizzata specificamente, non soltanto, cioè, collocandola come parte di dettaglio della questione degli ostacoli gnoseologici allo sviluppo del pensiero scientifico posto come totalità.

Marx ha a sua ampia giustificazione di ingenuità ed errori di essere stato un precursore. Non solo: egli manifestò una straordinaria capacità di revisione o di abbandono di proprie ipotesi portanti precedenti, dinanzi a nuovi “fatti” sconvolgenti. Per esempio seppe negli ultimi anni della sua esistenza constatare la falsificazione radicale della concezione materialistica della storia da parte di quei processi della società russa che stavano facendo dei contadini non solo la fondamentale forza sociale rivoluzionaria ma anche una forza orientabile al socialismo. Lenin ebbe la straordinaria capacità di affrontare nel 1917 la crisi russa appoggiando l’iniziativa del partito bolscevico, oltre che sull’insurrezione operaia e sulla rivolta dei soldati, sull’insurrezione dei contadini e sul loro obiettivo della proprietà della terra. Mao agì analogamente a Lenin nella Cina di metà anni venti. Emerge in tutta evidenza in queste circostanze la grande capacità di concretezza e di autosviluppo innovativo su base scientifica del marxismo.

Guardando allo stalinismo, ciò che colpisce di esso è, invece, la radicale antimodernità teorica e pratica, in altre parole il carattere radicalmente antiscientifico, in altre parole ancora l’attitudine a un modo di pensare tutto su base scolastica, speculativa e autoritaria e a un modo della pratica sociale tutto basato sulla sacralizzazione e sull’insindacabilità sociale del potere e delle sue articolazioni fondamentali (stato, partito, segretario generale del partito), quindi sulla pretesa di legittimità a priori dei loro atti e delle varie forme del loro privilegio e del loro dispotismo. E’ questo ciò che è espresso dalla rigidità stereotipata e sloganistica dello stalinismo, dalla sua pretesa di spiegare tutto, dalla sua invasione di ogni campo del sapere scientifico (dalla biologia alla psicologia ecc.) e della produzione di idee, dalla sua incapacità di confronto a ogni altra formazione teorica, dalla sua disciplina di partito da caserma, dalla sua struttura di chiesa autoritaria e patriarcale, ecc. Parimenti dello stalinismo colpisce il profilo radicalmente anti-antropologico. E’ questo ciò che è espresso dalla rigidità e dal carattere monocorde dei profili umani comunisti che esso intende costruire, dalla sua negazione radicale alle popolazioni sottoposte al suo governo della democrazia, in qualsiasi modo intesa, dal suo esasperato prometeismo teorico, dal suo volontarismo parossistico, dal carattere esasperato e tutto retorico dell’infinitazione teorica del proletariato e del partito, dalla colpevolizzazione e dalla persecuzione di ogni elemento di creatività critica o anche solo difforme rispetto ai suoi stereotipi in fatto di creatività collettiva, guidata dal partito e orientata al comunismo.

Una tesi vigente è che la fondamentale creatura sociale dello stalinismo, il “socialismo reale” europeo, non potesse che crollare, per queste sue caratteristiche e per la sua conseguente radicale incapacità di funzionamento, a partire dall’incapacità di rispondere decentemente a gran parte delle attese sociali più elementari di tipo materiale (l’eccezione è consistita in un sistema molto esteso di protezione sociale) e dall’incapacità di uscire dagli schemi di una pianificazione ipercentralizzata e del primato dell’industria “pesante”, sempre meno efficaci economicamente e sempre più portatori di sprechi di risorse e di irrazionalità nella composizione dello sviluppo. Ma non è vero che i grandi “fatti” della storia siano tutti quanti iscritti dentro ai grandi processi strutturali o politici o culturali, è invece vero che essi sono il risultato dell’unità di questi grandi processi e del “caso” (Lukács): dunque non è vero che il “socialismo reale” europeo non fosse per nulla riformabile, in Unione Sovietica e in una parte almeno delle “democrazie popolari”. La Cina è riuscita a uscire da condizioni di crisi politica e di degrado delle condizioni materiali della sua popolazione ben più gravi di quelle dell’Unione Sovietica e a imboccare un percorso di grande efficacia (benché non privo di effetti sociali altamente contraddittori e di più pericolosità antisocialiste). Cuba è riuscita a sopravvivere, e oggi intercetta e trae giovamento dalle nuove rivoluzioni socialiste in America latina. Al tempo stesso, tuttavia, riferirsi in sede di analisi esclusivamente o prevalentemente al caso, nella determinazione della cause del collasso generale del “socialismo reale” europeo, rappresenta un errore estremamente grave, totalmente fuorviante; è un tale errore, in altre parole, rinviare in toto o prevalentemente questo collasso a debolezze soggettive o a idiosincrasie o a errori politici particolari delle leadership che si sono susseguite nei vari paesi dell’Europa centrale e in Unione Sovietica dal 1953 in avanti, oppure rinviarlo in toto o prevalentemente all’asprezza degli scontri di tendenza. Concludendo occorre guardare, per un’adeguata comprensione dei fattori del collasso del “socialismo reale” europeo e dei caratteri impressionantemente e globalmente regressivi da esso assunti, all’unità concreta tra gli effetti strutturali, culturali e morali dello stalinismo, l’intervento esterno occidentale, non della CIA ma della superiore capacità dell’Europa occidentale di soddisfare le attese materiali, democratiche e morali del grosso delle sue popolazioni, infine più tipi elementi casuali; inoltre occorre principalmente cogliere la qualità globale del degrado a cui il “socialismo reale” europeo era giunto, anche a seguito del ricorso assiduo alla repressione nei confronti di ogni tentativo ampio di riforma.

Lo stalinismo rappresenta, perciò, il livello di massima inefficacia e di massimo dirottamento del socialismo verso sue determinazioni fondamentali opposte rispetto a quelle auspicate dal marxismo, che sono la liberazione e l’espansione individuale e collettiva degli esseri umani; quindi rappresenta il risultato storicamente massimo configurato (in Europa) dagli ostacoli gnoseologici che hanno riguardato e continuano, pur molto precarizzati, a riguardare il marxismo, e in specie il comunismo. Ma questo significa che esemplificare questi ostacoli gnoseologici e le loro conseguenze rifacendosi solamente allo stalinismo o alle sue influenze storiche è un errore: fare ciò infatti non consente di individuare, analizzare e criticare altre forme, parziali, molto meno dolorose, non paranoiche, non istruttive di esseri umani, ecc. di determinazione attuale di effetti antisocialisti da parte di questi ostacoli. Ciò significa, ancora, che non ha più senso neppure fermarsi alla critica al marxismo-leninismo, sottolinearne i difetti sostanziali, l’incapacità euristica e pratica, ecc. (si intende qui per marxismo-leninismo la creatura teorica fondamentale dello stalinismo: non c’è quindi qui nessuna polemica implicita nei confronti di quei comunisti che si dichiarino marxisti-leninisti, essa ci potrebbe essere solamente come risultato di un’analisi concreta giunta a conclusioni negative delle loro attuali pratiche teoriche e sociali): infatti l’egemonia del marxismo-leninismo nel marxismo è finita contestualmente al collasso dell’Unione Sovietica, e il marxismo oggi vive, assieme a molte difficoltà (in Europa), anche processi di emancipazione antiscolastica e di recupero ampio di capacità scientifiche (e questo avviene in qualunque modo esso tenda a chiamarsi). Concludendo bisogna andare davvero al fondo degli ostacoli gnoseologici a questo recupero: perciò a quelli, per così dire, strutturali, in altre parole costituiti dai rapporti sociali dentro al marxismo (politico organizzato) stesso.

Bisogna andare, quindi, al condizionamento derivante alle organizzazioni del movimento operaio e ai rapporti tra esse e gli schieramenti di classe costituiti dai rapporti sociali asimmetrici (dai rapporti verticali di potere, e come tali portatori di più elementi di manipolazione e di sfruttamento) che sono venuti storicamente riguardandole (in Europa, a partire dagli ultimi decenni dell’Ottocento, nel quadro della II Internazionale). Si intende per “rapporti sociali asimmetrici” dentro alle organizzazioni del movimento operaio il complesso dei rapporti intercorrenti tra, da un lato, quei gruppi dirigenti, apparati, rappresentanze nelle istituzioni dello stato, rappresentanze nei governi le cui attese soggettive (di status e materiali) e i cui comportamenti risultino più o meno ampiamente autonomizzati e autoriferiti e, dall’altro, l’elemento attivo della base delle organizzazioni e le classi sociali o le frazioni di classi alle quali le organizzazioni si rifanno e che in parte più o meno estesa orientano. Questi rapporti concretamente si configurano come sequestro proprietario più o meno inoltrato del potere di indirizzo e di decisione delle organizzazioni che della loro dotazione materiale (ivi compresa la loro rappresentanza nello stato) da parte della loro struttura centrale (gruppo dirigente centrale, apparato centrale), come estrema centralizzazione delle decisioni fondamentali, come estrema verticalizzazione organizzativa, parimenti come elefantiasi degli apparati e controllo della periferia per via autoritaria o per via di reclutamento o di invio di affidabili. A cascata poi ciò può portare a fenomeni analoghi in sede locale o nella gestione di settori operativi. Nella storia del movimento operaio europeo questa fenomenologia è stata in genere prevalente: dunque solo cogliendola nella sua genesi, nella sua dimensione strutturale e nella sua multiformità è possibile la sue piena comprensione, e con essa la comprensione di quei grandi fenomeni di deriva rappresentati dalla subalternità socialdemocratica e dallo stalinismo. Va anche precisato, correttamente, come non tutte le correnti, tutte le figure dirigenti, tutti i quadri, tutti i funzionari, tutti i rappresentanti nello stato delle organizzazioni del movimento operaio si siano storicamente caratterizzati come autonomizzati, autorereferenziali, ecc., inoltre come non siano storicamente mancate figure e organizzazioni capaci di muovere controcorrente. Ciò che qui è stato tratteggiato è un prevalente.

L’elemento teorico usato da parte delle figure portatrici di attese e di comportamenti autoreferenziali, per evitare a sé e per impedire ai militanti l’analisi e la critica dei rapporti iperverticali, burocratici, ecc. nelle organizzazioni del movimento operaio e del loro sequestro proprietario era spesso (consapevolmente o inconsapevolmente) il carattere “semplice” assegnato alla società: quindi il porla come determinata da processi e contraddizioni di un’unica sua dimensione riflessiva, effettivamente autonoma, l’economia. Il sofisma era questo: se i rapporti di dominio sono la sublimazione di rapporti di sfruttamento sul terreno della produzione materiale, dove non ci siano né produzione materiale né, perciò, sfruttamento non possono esserci rapporti di dominio (oppure, quando questi rapporti fossero colti e criticati con una qualche efficacia dentro o fuori rispetto alle organizzazioni, essi erano definiti “echi” di una generale situazione sociale tutta determinata dai rapporti a sfruttamento).

Occorre poi richiamare il fatto che la letteratura sociologica del Novecento al contrario ha approfondito a più riprese tutte queste questioni: a differenza, pour cause, delle organizzazioni del movimento operaio (la loro struttura interna non poteva non impedire, consapevolmente o inconsapevolmente, di affrontarle: l’eccezione perciò riguarda quasi solo piccole minoranze, anche per questo perseguitate o messe lungamente al bando). Ancora, occorre richiamare il fatto che la riflessione critica su queste questioni ormai orienta, più o meno adeguatamente, la percezione dei processi e delle figure della politica in ampie aree di popolazione democratica e orientata a sinistra delle società occidentali. E’ perciò anche a questa percezione che si debbono la debole credibilità sociale attuale delle sinistre politiche europee, la diserzione dal voto di quote sempre più ampie delle popolazioni, la crisi più o meno inoltrata del loro legame alle forme istituzionali della democrazia.

La figura che più di ogni altra, o comunque in largo anticipo, colse il nocciolo strutturale di queste questioni è quella di Michels. Egli rovescia l’ottimismo di Weber a proposito delle burocrazie di partito e statali, cioè l’ottimismo di questi a proposito della fungibilità delle burocrazie alle attese e agli interessi delle loro collettività e dei loro complessi istituzionali, inoltre a proposito della capacità della democrazia rappresentativa di controllare pulsioni e attese autoriferite di leadership carismatiche e figure professionali della politica. Michels inoltre sottolinea come il movimento operaio si presti massimamente alla scalata e all’autoreferenzialità dell’elemento piccolo-borghese che vi affluisce, date le difficoltà materiali e la frequente deprivazione cognitiva della base popolare, parimenti perché essa necessita di organizzazione anche al fine della conquista e della tenuta di condizioni elementari di esistenza materiale, quindi è massimamente dipendente dal propri partiti e sindacati. Infine Michels afferma che non c’è niente da fare: è una irreversibile “legge bronzea” sorta nella società borghese a imporre che sia così. Il grande problema dei marxisti della contemporaneità, e dei comunisti tra loro, inoltre di ogni altra formazione teorica e politica antisistemica, è se Michels ebbe ragione, almeno in Europa, in questa sua tesi disperata (e il Novecento tende proprio a dimostrare che Michels ebbe ragione): oppure se la crescita dell’esperienza sociale e quella delle classi subalterne, la riflessione teorica sui fallimenti, la contemporaneità latino-americana, la crescita delle capacità cognitive nelle classi subalterne, la superiore capacità delle componenti democratiche e di sinistra delle popolazioni di inventarsi e di praticare nuove forme di partecipazione alla lotta politica e sociale, ecc. ecc. forniscano ora una possibilità di soluzione positiva. Nei processi sociali, va aggiunto, ciò che accade dipende anche da ciò che gli esseri umani vogliono o non vogliono; i comunisti europei debbono quindi lottare per questa soluzione: ciò che richiede loro un grande impegno teorico innovativo, un grande sforzo di recupero di legami e di credibilità nelle classi subalterne e una grande capacità di interlocuzione alle altre formazioni antisistemiche.

Nella contemporaneità attuale il complesso di queste riflessioni i comunisti non possono più permettersi di rinviarlo (a differenza che in altri momenti del Novecento). Essi sono da un lato sovraccaricati, nell’immaginario sociale planetario, dell’accusa di avere abusato del potere in quei paesi nei quali rivoluzioni popolari lo avevano posto nelle loro mani, dall’altro, specificamente in Europa, rischiano l’estinzione, o la riduzione, che è sostanzialmente la stessa cosa, a sette impotenti e litigiose, impegnate nella propagazione di una propria escatologia privata nella quale il comunismo è la soluzione definitiva bellissima di tutti i problemi del mondo; o, all’opposto, impegnate in accodamenti alle sinistre liberali che, oltre che subalterni e orientati a suicidarli, risultano in totale contrasto alle proprie predicazioni domenicali sempre sul comunismo soluzione definitiva bellissima. O i comunisti manifestano uno scatto di reni che, anche attraverso un’autocritica di ampia portata teorica e pratica, li porti fuori dal pantano, o in quelle parti del mondo dove il fallimento dei loro tentativi socialisti è stato totale la loro scomparsa o semiscomparsa appare quasi inevitabile (essa risulta già avanzata in Spagna, Francia, Italia: tre società, non a caso, altamente sviluppate, perciò altamente complesse).

Ovviamente di quest’autocritica fa parte un’altra concezione del socialismo, su base democratico-partecipativa. Ma non solo: di essa fa parte un’altra concezione del partito. Questa concezione dev’essere basata, per riuscire a essere efficace, su due posizioni: la critica e il superamento della verticalità autoritaria e burocratica; la critica e il superamento democratici degli elementi di arbitrio centralista e di anarchia burocratica che ne derivano a danno ampio dell’iniziativa, della sua efficacia, della credibilità sociale del partito. E’ una credenza diffusa tra i militanti e i quadri disinteressati delle organizzazioni del movimento operaio che a un elevato livello di centralismo corrispondano un’unità massima di orientamento pratico e la migliore organizzazione ed efficacia dell’iniziativa. Al contrario questi risultati possono venire solamente dalla responsabilizzazione e dalla valorizzazione di tutte le risorse umane delle organizzazioni: che ipercentralizzazione e burocratismo, per non parlare delle forme dispotiche di direzione, deresponsabilizzano e disorganizzano. Lo spreco delle risorse materiali delle organizzazioni derivante da ipercentralizzazione, burocratismo, forme di dispotismo, ecc. è, a sua volta, semplicemente gigantesco. Una buona organizzazione è quella, invece, che sa unire a responsabilizzazione e valorizzazione dell’insieme delle sue risorse umane anche una centralizzazione portata al suo minimo razionale: cioè non presupposta come, quanto più tende a infinito, tanto più è efficace, bensì concretamente costruita guardando alle risorse reali, alle situazioni reali, ai compiti reali, ai rapporti reali alla società.

Ancora, l’asimmetria dei rapporti sociali interni ormai impedisce, guardando ai partiti comunisti dell’Occidente sviluppato, un’attività interna orientata alla crescita delle capacità di analisi e critiche su base razionale della militanza: che fatica perciò ad adattarsi ai mutamenti delle situazioni nelle quali opera, tende a ripiegare su forme di chiusura settaria, parimenti ha in sé elementi significativi di subalternità, guarda cioè alle scadenze elettorali e alla partecipazione al dibattito sui mass-media come ai momenti decisivi della politica, feticizza la conquista di posizioni nelle assemblee rappresentative dello stato e nei governi. E questo a sua volta facilita assai lo sviluppo in quadri, leadership e apparati di forme di autoritarismo, carrierismo, burocratismo e l’uso delle conquiste istituzionali e delle presenze mediatiche a fini di avanzamento di status.

In ultimo c’è da osservare come tutte le istituzioni sociali complesse, date la condizione attuale di estrema complessità delle formazioni sociali, orami manifestino elementi squassanti e controproducenti, a ogni livello, in ogni momento e su ogni questione, di loro anarchizzazione, quindi di grande spreco di risorse umane e materiali. Questo fenomeno la sociologia lo ha già individuato da tempo per quanto attiene al gigantismo industriale oppure ai territori ad altissima saturazione di attività economiche e altamente conurbate: esso da un certo tempo viene crescentemente investendo la politica. Ciò pone ai comunisti anche la necessità di studiare seriamente e di appropriarsi rapidissimamente di quegli strumenti di comunicazione e di organizzazione di pratiche cooperative che molti movimenti antisistemici vengono adottando da più o meno tempo. E’ via internet che è stata decisa e organizzata la manifestazione del 5 dicembre a Roma contro il governo Berlusconi. Obama ha fatto la sua campagna elettorale vincente grazie principalmente a questi strumenti, ovvero alla loro enorme capacità di penetrazione, di orientamento e di mobilitazione. Non che essi siano pienamente surrogatori dell’organizzazione politica: indicano però una forma concreta efficacissima di sua ricostruzione razionale. Sono, ancor più concretamente, gli unici strumenti in grado di opporsi alla manipolazione prosistemica della realtà praticata dal potere o dai poteri massmediatici per mezzo della televisione.

Occorre perciò concludere che anche il carattere vieppiù complesso delle formazioni sociali occidentali chiede che sia ridata funzionalità ed efficacia alle organizzazioni antisistemiche del movimento operaio non mediante l’integrazione di un po’ più di democrazia bensì ridemocratizzandole più di quanto sia mai stato (al contrario le organizzazioni prosistemiche sono indotte da questo carattere delle formazioni sociali occidentali a un’accentuazione ulteriore della loro verticalizzazione, con l’infinitazione della figura del leader, quindi populisticamente ovvero ponendolo in diretta relazione alle proprie masse sociali). Inoltre ciò che in questa materia vale per le organizzazioni antisistemiche del movimento operaio deve valere, attraverso la lotta dei comunisti e di ogni altra forza antisistemica o democratica, anche per le altre forme istituzionali della politica, quindi riguardo alle forme della democrazia. La critica delle popolazioni europee, per quanto possa essere ingenua, tutta morale e anche gestita da formazioni populiste di estrema destra semifascista e razzista, a carico dell’autoreferenzialità dei ceti politici, della loro attitudine essenzialmente manipolatoria, della loro pochezza culturale, morale e intellettuale, dei loro esibizionismi narcisisti e alle loro strida insulse, della loro diffusa corruzione (non necessariamente fatta di atti illegali), ha un fondo sostanzioso di verità; inoltre se essa investe anche i comunisti non è che questo avvenga tutto quanto per effetto di manipolazioni medianiche, bensì avviene anche perché i comunisti se la sono a più riprese e in più forme cercata. Tutto ciò significa che la crisi della democrazia può essere efficacemente contrastata da parte comunista, così come di ogni altra posizione antisistemica, o semplicemente democratica, non solo sottoponendo a critica teorica e pratica le istituzioni dello stato in quanto ipercentralizzate, iperverticali, caratterizzate dalla massima anarchia burocratica, dal massimo speco di risorse, dalla radicale disattenzione rispetto alle attese e alle necessità delle maggioranze sociali, sempre più autoritarie, ecc., ma anche provvedendo a una propria conforme autocritica. Inoltre significa che limitarsi da parte comunista ecc. alla semplice difesa delle attuali istituzioni della democrazia tende a essere poco efficace: occorre anche proporre nuove forme espansive della democrazia, sia sul terreno rappresentativo che della diretta partecipazione sociale.

4. Tra gli ostacoli gnoseologici fondamentali allo sviluppo su base scientifica del marxismo ci sono anche, in specie, il pasticcionismo eclettico e confusionario nuovista prodotto, a tutela e a espansione della propria autoreferenzialità, da un segmento di ceto politico della sinistra contemporanea

La militanza e i quadri comunisti europei contemporanei appaiono sovraccaricati, sovraffaticati, anche traumatizzati, tuttora, dai fallimenti del Novecento. Un primo percorso delle loro risposte a questa loro situazione è dato dall’arroccamento difensivo sugli apparati teorici che hanno orientato i fallimenti o che ne sono stati prodotti. Un secondo percorso, tutto specularmente simmetrico al primo, consiste nella distruzione iconoclasta e nuovista di questi apparati anziché nella loro critica razionale, giungendo così a confondere il loro richiamo formale al marxismo e il loro ribadimento in forma scolastica di sue tesi fondamentali con il marxismo stesso, di Marx come di altre grandi figure. Tutt’e due i percorsi sono l’esatto contrario di quella che dovrebbe sempre essere la capacità scientifica di una forza rivoluzionaria: l’analisi critica concreta delle condizioni sociali e dei loro processi, al tempo stesso l’analisi spregiudicata e orientata alla verità dei propri limiti soggettivi. Tutt’e due i percorsi, ancora, portano dunque come loro sbocco l’eradicazione sociale del comunismo; la sola differenza è che l’arroccamento si illude di essere la condizione del rilancio mentre l’eradicazione comporta più o meno consapevoli iniziative nella propria direzione. Lo si è ben visto nel passaggio dal PCI al PSD, poi nel recente tentativo di liquidazione di Rifondazione Comunista. Il livello teorico a supporto di queste operazioni di eradicazione è consistito nell’assemblaggio su base retorica e altisonante degli slogan del momento prodotti dai pezzi di ceto politico separato e largamente parassitario che si autoriproduce, con ovvia dovizia di appoggi massmediatici, soprattutto sfruttando i movimenti antisistemici.

Non c’è nulla di strano nel fatto che tra i tentativi nei partiti comunisti di cambiamento della propria base teorica ci siano stati, inoltre possano perdurare, operazioni nuoviste: assemblaggi di frasi apodittiche sulla necessità di un passaggio radicale dalla lotta per il superamento della forma sociale a quella per i “diritti”, altre frasi parimenti apodittiche prelevate dagli apparati teorici dell’ambientalismo, del femminismo, del pacifismo, dell’altermondialismo. Viene, per esempio in Italia, menzionato a vanvera e sperticatamente elogiato Gramsci e subito dopo nello stesso discorso la stessa cosa accade a Toni Negri, ecc. Tutto questo riflette sia indebolimenti soggettivi globali dovuti al collasso del “socialismo reale” europeo così come sbandamenti di leaders e pezzi di gruppi dirigenti e di apparati, per esempio in Italia di grande portata, inoltre reiterati. Parimenti, ciò che va sottolineato, tutto questo è il risultato dell’inesauribile autoriproduzione di figure autoreferenziali, data la loro capacità tecnica di mimetizzarsi comiziando, straparlando, strabiliando, sommergendo di pensate la base delle organizzazioni, e dato che l’intero esistente sociale favorisce quest’autoriproduzione. Le sue manifestazioni tipiche attuali sono la frequentazione assidua da parte dei suoi portatori degli uffici centrali delle organizzazioni, il loro intervento in tutte le riunioni, apologetico del leader quand’egli appare forte, dosando abilmente elogi e differenziazioni quand’egli appare debole, il loro arroccamento su slogan sottolineanti l’essere portatori di straordinarie “sensibilità” politico-culturali, la loro oscillazione periodica tra estremismo e subalternità alla sinistra liberale, soprattutto la loro totale indisponibilità a discussioni e a ricerche orientate alla ricostruzione seria di un paradigma unitario della trasformazione socialista: ciò farebbe infatti crollare la credibilità di frasi apodittiche, “sensibilità” varie e loro portatori.

Non si tratta, chiaramente, di stigmatizzare o di farsi beffe delle formulazioni o delle opinioni ingenue di bravi e disinteressati militanti. Inoltre anche gli slogan sono importanti, sia nella lotta di classe che nella formazione delle classi subalterne e dei loro militanti; sono la forma usuale di quelle “bandiere” nella loro testa che li portano a lottare e che danno forma e prospettiva alle loro lotte. Ma non è questa la questione, essa è un’altra: che la lotta in Europa per riportare il movimento operaio a essere protagonista di nuovi tentativi di trasformazione socialista della società continua a incontrare le sue difficoltà in rapporti asimmetrici dentro alle sue organizzazioni dotati di una capacità infernale multiforme di autoriproduzione. Inoltre la questione è che l’esigenza di reagire al nuovismo autoreferenziale porta molti militanti e molti quadri all’errore di arroccarsi in raggruppamenti separati anche fuori da una loro necessità obiettiva: così impoverendo attività ampiamente partecipate di discussione, confronto e ricerca sul “comunismo del XXI secolo”, rinunciando di fatto a comporre un’egemonia, ritardando la democratizzazione dei partiti, ecc.

Occorre osare di più. Perciò aux armes théoriques, citoyens: e, per essere armi pienamente e rapidamente efficaci, che siano democratiche, discorsive, capaci quindi di ampio coinvolgimento di militanti e quadri.